Il Pentagono e Trump

Dalla crisi in Qatar alla guerra ai talebani, i generali fanno di testa loro, ma senza darlo troppo a vedere

Il Pentagono e Trump

Foto LaPresse

Roma. Sulla guerra in Afghanistan, sulla Siria e l’Iraq e anche sulla recentissima crisi in Qatar il Pentagono agisce come se fosse in autogestione e segue una linea sua, che non è quella della Casa Bianca. Il tutto è fatto con discrezione e senza entrare in rotta di collisione con il presidente Donald Trump, almeno per ora. Il segretario alla Difesa, l’ex generale James Mattis, sta mediando con discrezione con la sua controparte qatarina per risolvere lo scontro con gli altri regni arabi del Golfo. Mentre Trump scriveva su Twitter con toni trionfali che grazie alla sua visita di fine maggio gli stati arabi avevano preso finalmente coraggio e avevano imposto un ultimatum al Qatar, Mattis invece faceva da mediatore – c’è un incontro in programma molto presto con il suo omologo qatarino – e diceva che il Qatar “sta andando nella giusta direzione” per quanto riguarda il sostegno da negare ai gruppi islamisti, in modo da stemperare i toni. Il capo del Pentagono prova in questo modo a salvare la posizione militare dell’America in Qatar, dove c’è una delle basi aeree più grandi della regione – al Udeid – da dove partono molti dei bombardieri che colpiscono lo Stato islamico in Siria e in Iraq. Non è che un episodio, perché c’è una separazione evidente tra come agisce l’Amministrazione Trump e come agiva l’Amministrazione Obama quando c’è da gestire le operazioni militari dell’America nel mondo, almeno stando a quanto si è visto in questi cinque mesi trascorsi dall’inaugurazione.

 

Obama voleva entrare nel processo decisionale e voleva stabilire di persona quante truppe mandare all’estero, anche perché durante la campagna elettorale aveva promesso che avrebbe ridotto le missioni militari in Iraq e in Afghanistan. La decisione finale su quanti soldati americani mandare in guerra contro i talebani, durante il suo primo mandato, passò attraverso un dibattito interno al governo che fu estenuante e aspro – anche se paragonato agli standard attuali oggi sembra un tè delle cinque. Trump invece ha appena delegato al Pentagono, e quindi a Mattis, le decisioni su quante truppe aggiungere alle circa diecimila già in Afghanistan e lo ha già fatto anche per quanto riguarda Iraq e Siria. Questo rafforza l’impressione che il Pentagono sia diventata una centrale di potere non autonoma ma quasi dalla Casa Bianca, che prende le sue decisioni al posto di un presidente Donald Trump troppo distratto dalle indagini e dalle controversie che avvolgono il suo mandato.

 

La decisione finale sul livello di truppe in Afghanistan sarà poi corretta quando l’Amministrazione Trump renderà nota l’adozione di una strategia più elaborata e vasta per dare una svolta a una guerra che va avanti da diciassette anni, ma intanto Mattis avrà l’autorità ad interim per mandare fino ad altri cinquemila soldati, inclusi i contingenti di Forze speciali che danno la caccia a talebani e allo Stato islamico. Anche per quel che riguarda la Siria, il Pentagono ha ottenuto di seguire la linea aggressiva che già avrebbe voluto seguire durante l’Amministrazione Obama, se non avesse dovuto ubbidire alla linea politica molto stretta e prudente. Quindi, scontri aperti con le milizie iraniane e assadiste, molte forze speciali sul campo, diffidenza per la presenza russa e appoggio pieno ai curdi delle Forze speciali democratiche. Nelle ultime settimane i jet americani hanno bombardato per tre volte un contingente di miliziani pro Assad e pro Iran che si era avvicinato troppo a un distaccamento di forze speciali americane che sta addestrando e aiutando un gruppo di siriani anti Assad e anti Isis. In questo modo hanno creato uno scenario di scontro con l’Iran che in potenza potrebbe portare a un’escalation.

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