Il popolo siamo noi

“Vinta la battaglia delle idee”, dice Sanders, lanciando un’Opa con Corbyn (e un po’ di Mélenchon) sulle sinistre

Paola Peduzzi

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Il popolo siamo noi

Bernie Sanders, Jeremy Corbyn e Jean-Luc Mélenchon

Milano. Emmanuel Macron ha fatto un’altra rivoluzione, questa volta all’Assemblea nazionale francese, con la sua neonata République en marche che s’appresta a diventare partito unico, trasformazione straordinaria di un’avventura politica che sta disegnando una nuova, promettente Francia. Macron ha rifondato un centro moderato, liberale ed europeista che pareva estinto, lasciando gli altri partiti alle guerre civili, a destra a caccia di una leadership, a sinistra a caccia di tutto. Il Partito socialista francese è annientato, ma la sinistra estrema, che fa capo a Jean-Luc Mélenchon, leader degli indomiti di France insoumise, prova a sopravvivere. Mélenchon deve ancora superare il secondo turno delle legislative, ma era di un umore fantastico quando ha chiacchierato con i giornalisti domenica sera: con l’undici per cento dei voti non costruisce certo “una maggioranza alternativa” a Macron come ambiva a fare, ma supera il Ps e, se ai suoi voti si sommano quelli dei comunisti, supera anche il Front national. E poiché il leader della France insoumise è uno svelto con l’occhio a quel che accade attorno a lui, presto è stata fatta l’equazione con la rimonta inaspettata di Jeremy Corbyn nel Regno Unito: guardateci, la sinistra oggi siamo noi. Se ai due vecchietti si aggiunge il più vivace di tutti, l’americano Bernie Sanders, il fenomeno è presto spiegato: l’attivismo di base si vuole riprendere i partiti (nota a margine: questa settimana anche in Spagna il Psoe di Sánchez e Podemos di Iglesias, l’uno a congresso e l’altro alle Cortes, si sfideranno a distanza per la leadership della sinistra spagnola, tutta un po’ spostata verso l’estremo).

 

Sanders ha celebrato la vittoria di Corbyn, “che bello vedere il Labour andare così bene”, ha detto il senatore del Vermont, che tecnicamente è un indipendente e non un democratico, aprendo la tre giorni del “People’s Summit” in Illinois, l’Opa sandersiana sul Partito democratico. Il capo di Our Revolution, il movimento politico nato dall’esperienza sandersiana alle primarie del 2016, ha scritto: “La rimonta del Labour mostra che il populismo progressista è una risposta politica potente all’economia globale dominata da banchieri e miliardari. Bernie 2016 e Our Revolution hanno mostrato che questo modello è importante qui in America quanto lo è nel Regno Unito”. Sabato sera a Chicago ha parlato Sanders, pubblico enorme in visibilio com’è abitudine quando sul palco c’è il senatore, e ha detto che le primarie sono state perdute, certo, ma “abbiamo vinto la battaglia delle idee”, ed è lì che i cartelli con i complimenti al “surge” di Corbyn sono diventati visibili. Il Partito democratico, ha detto Sanders, “è un fallimento assoluto”, con questo suo approccio mezzo pragmatico mezzo di palazzo: si riparte da qui, dal popolo, e la scelta – secondo il senatore del Vermont – è tutta dei leader dei democratici, sono loro che devono decidere “da che parte stanno”, con i militanti e i giovani, o con le loro amate élite. In gioco ci sono le elezioni di mid-term, che sono a fine 2018, ma si sa che le guerre civili sono lunghe, e la frattura nelle sinistre è affare ben più antico. Il Partito democratico deve scegliere da che parte stare, prima che inizi il ciclo elettorale del 2018, stabilendo una strategia anti Trump e soprattutto evitando il cannibalismo interno, che già alle presidenziali non ha portato fortuna – i più voraci sono sempre i populisti, progressisti o no.

 

Nel popolo sandersiano – che è anche giovane, come l’elettorato di Corbyn: il leader del Labour inglese può così rivendersi come “il futuro” – ci sono ancora dei dubbi: alcuni dicono di creare un Partito del popolo e lasciare i democratici al loro destino: l’avventura di Macron attira anche gli estremi, non certo per i valori che il presidente francese incarna, quanto per la possibilità di creare dal nulla un movimento nuovo e trasformarlo in fretta in un fenomeno di successo. Il rischio è alto, per ora la via è quella di portare partiti tradizionali di sinistra verso un nuovo populismo, e mentre anche la Linke tedesca prende lezioni dagli arzilli vecchietti e annota modelli e tattiche, s’alza l’urlo di alcuni moderati. Se manca un leader che possa davvero riformare la sinistra (dove c’è si vede), almeno evitiamo fratellanze insostenibili: il blairiano Peter Mandelson scrive che piuttosto che dare sostegno a Corbyn è meglio sostenere Theresa May, premier conservatore, un’altra a rischio sopravvivenza.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    13 Giugno 2017 - 11:11

    Il Foglio oggi . Dall'estero. Grande emozione, continua spasmodica l'attesa della notizia epocale : "Hanno fatto il pajone a Trump" . Un sospiro di sollievo . Il mondo è un mondo migliore scacciato il Maligno . Tolto di mezzo diavolo ora si deve mettere mano alla strega May , bruciamola . Mettiamo Corbyn che non è un mago ma farà miracoli meglio del Cristo. Navalny ,il paraculo ,ancora una volta riesce trasformarsi in martire , in antico in martiri erano una botta e via ora sono tutti misirizzi ( boh?) .I buoni di occidente insorgono e in coro "Dai all'untore Vladimiro ,aumentiamogli le sanzioni ,così il popolo soffre e insorge ". La teoria che solo gli stracci devono volare per colpire i potenti funziona sempre.

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