Da Teheran a Londra. La guerra che l’occidente si rifiuta di combattere

La vera battaglia non è quella contro le basi dell’Isis ma quella, culturale, contro le basi dell'ideologia islamista

Da Teheran a Londra. La guerra che l’occidente si rifiuta di combattere

foto LaPresse

L’attentato di ieri a Teheran – così come gli attentati messi a segno negli ultimi mesi a Londra, a Manchester, a Stoccolma, a San Pietroburgo e in tutte le altre città in cui lo Stato islamico ha scelto di esportare il suo jihad – ci ricorda ancora una volta che le guerre che l’occidente deve portare avanti per provare ad annientare l’estremismo islamista sono due. La prima è una guerra in cui al centro di tutto c’è una strategia militare, ed è una guerra che, pur con mille contraddizioni e mille negazioni, gli eserciti sostenuti dall’occidente stanno combattendo, anche con risultati importanti. La seconda è invece una guerra parallela che l’occidente ha scelto di non combattere fino in fondo e in cui al centro di tutto non c’è un disegno bellico ma una battaglia culturale: quella contro l’ideologia islamista.

 

Teheran, così come Manchester, così come Londra, così come Parigi, così come Stoccolma, ci dice che la guerra che l’occidente si rifiuta di combattere non è quella per abbattere le centrali del terrore islamista ma è quella per mettere a nudo uno dei drammi negati soprattutto nel mondo progressista dello scontro di civiltà: la connessione tra il terrore islamista e la religione in nome della quale i terroristi uccidono gli infedeli (dove per infedele, come testimoniato ieri dall’attentato in Iran, si intende semplicemente chi professa un credo diverso rispetto a quello dei terroristi, a volte può essere un cattolico, a volte basta essere uno sciita e non un sunnita).

 

Il vero limite della nostra epoca non è dunque quello di non rispondere con la giusta misura al fuoco delle truppe jihadiste ma è semmai quello di aver rinunciato a mettere in luce un fatto ormai innegabile: le azioni violente degli islamisti radicali non possono essere separate dagli ideali religiosi che li ispirano. Paradossalmente, ma forse neanche troppo, più aumentano gli attentati e più si riduce lo spazio per provare a ragionare fino in fondo sulla radice islamista del jihad. E all’indomani di ogni attentato ci si dimentica spesso che per combattere il jihad non è sufficiente sganciare qualche bomba contro i presidi islamisti ma sarebbe importante mettere in luce un concetto che in teoria è elementare: il nostro vero nemico non è il terrorismo ma l’idea di cui il terrorismo è il prodotto. Se ci fosse davvero una tale consapevolezza, il giorno dopo un attentato di matrice islamista lo sforzo dell’establishment intellettuale non sarebbe unicamente finalizzato a combattere gli eccessi di islamofobia, portando in prima serata e sulle prime pagine dei giornali esempi virtuosi di islamici moderati, ma sarebbe piuttosto finalizzato a portare avanti un’operazione che, almeno per quanto riguarda l’Italia, è stata finora del tutto rimossa: trasformare nel simbolo della riscossa dell’islam gli eretici dell’islamismo, modello Ayaan Hirsi Ali, e non i finti simboli del moderatismo, modello Tariq Ramadan.

 

Naturalmente l’operazione non è semplice e presenterebbe diverse complicazioni. Costringerebbe (a) ad ammettere che il terrorismo non nasce come reazione all’interventismo dell’occidente ma nasce laddove l’occidente sceglie di non intervenire contro il fondamentalismo. E costringerebbe (b) soprattutto a rompere quel patto culturale che da anni ci porta a negare che l’islam violento non è solo quello che uccide in nome di un dio ma è anche quello che quotidianamente uccide la libertà di coscienza, di pensiero, di espressione di milioni di musulmani in giro per il mondo. Gli eroi dell’islam che meriterebbero di essere valorizzati non sono coloro che negano l’evidenza di un terrorismo che uccide infedeli in nome di un’interpretazione letterale di alcuni passi del Corano. I veri eroi dell’islam sono coloro che ogni giorno rischiano la vita per dimostrare due cose. Non si può vincere la guerra contro il fondamentalismo se ci limiteremo a intervenire contro le basi dell’Isis senza occuparci delle basi rimosse dell’islamismo. Non si può vincere la guerra contro il fondamentalismo senza spiegare che gli eretici dell’islam non vanno stigmatizzati in nome dell’islamicamente corretto ma vanno valorizzati contro un totalitarismo culturale chiamato islamofascismo che purtroppo non esiste solo tra le truppe dell’Isis.

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Commenti all'articolo

  • enzo.cn

    08 Giugno 2017 - 18:06

    Il "nostro vero nemico non è il terrorismo ma l’idea di cui il terrorismo è il prodotto" e, come vero nemico, aggiungerei in primo luogo la debolezza e inadeguatezza, se non l'assenza, di una "idea" antagonista a quella (nemica). Il dramma, e direi la tragedia, è che viene da troppi scambiata per "forza" proprio una debolezza, tanto che, per fare un esempio, autorevoli personaggi politici credono che per combattere il terrore islamista non sia necessario rivedere, aggiornandole, alcune leggi o crearne di nuove, ma basti aumentare il numero di poliziotti (vedi Corbyn vs May nel Regno Unito). A cosa servono diecimila poliziotti in più se poi molti elementi pericolosi vengono rilasciati perché i criteri di pericolosità sanciti dalla Legge sono obsoleti e non adeguati al nuovo contesto? Manca un'idea-forza in grado di dare una svolta a quel che da tempo rischia di diventare una tragica (e colpevole) routine?

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  • lorenzolodigiani

    08 Giugno 2017 - 15:03

    Caro Cerasa, lei ha,giustamente, citato Ayaan Hirsi Ali che conduce ed ha coraggiosamente iniziato il suo impegno contro i soprusi dell' Islam in occidente ( prima nei Paesi Bassi e poi negli Stati Uniti) dove, nonostante tutto, anche agli eretici dell'islamismo e' consentito agire in piena libertà.

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  • mauro

    08 Giugno 2017 - 11:11

    Tutto giustissimo, caro direttore. Ma che c'entra il fascismo? Non mi dica che anche Lei attinge al vocabolario pol. cor.

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  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    08 Giugno 2017 - 11:11

    Caro direttore, le debbo esprimere il mio più totale dissenso. Dissento nell'analisi errata perché i terroristi islamici non colpiscono gli infedeli, ma tutti coloro che si oppongono alla loro follia, a partire dai musulmani da loro giudicati impuri, a seguire con i credenti delle altre religioni monoteiste, per finire con gli atei. Il terrorismo islamico, sempre confuso con l'Islam e da esso inscindibile finché i musulmani non riusciranno "a farsi pulizia in casa", è l'espressione del male che tutto divora e si divora da se. Conseguentemente al madornale errore nell'analisi, segue la conclusione errata nell'individuare l'indistinguibile mix di islam e terrorismo come obiettivo diretto della lotta per la sopravvivenza della nostra civiltà, la quale non è più in grado di combattere perché svuotata dal diniego della propria anima giudaico cristiana. Il diabolico mix di Islam e terrorismo altro non fa che riempire naturalmente questo vuoto che ci siamo creati.

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