Trump attacca il Qatar e confida in Riad per la "fine del terrorismo"

Con una tweetstorm filosaudita il presidente esalta l'isolamento dell'emirato dove sorge la più grande base americana dell'area

Mattia Ferraresi

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Trump attacca il Qatar e confida in Riad per la "fine del terrorismo"

il re saudita Salman Bin Abdelaziz al Saud riceve il presidente americano Donald Trump a Riad

New York. La tweetstorm quotidiana di Donald Trump fa saltare schemi e nervi in tutto il mondo, ma oggi il presidente americano ha inaugurato il genere inedito della ridefinizione dei rapporti diplomatici via social network, puntando il dito contro il Qatar, alleato americano che è stato isolato dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi del Golfo. Trump si è attribuito il merito dell’operazione: “Durante il mio recente viaggio in medio oriente ho detto che non ci possono essere più finanziamenti all’ideologia radicale. I leader hanno indicato il Qatar – guardate!”, ha scritto Trump, prima di svolgere ulteriormente il ragionamento. “Bello vedere che l’incontro con il re dell’Arabia Saudita e altri cinquanta paesi sta già dando dei risultati. Avevano detto che avrebbero adottato la linea dura sui finanziamenti all’estremismo, e tutti i riferimenti erano rivolti al Qatar. Forse questo è l’inizio della fine dell’orrore del terrorismo!”.

 

Che il presidente degli Stati Uniti appalti la responsabilità della “fine dell’orrore del terrorismo” al paese da cui provengono la maggior parte dei finanziamenti ai gruppi estremisti sunniti è soltanto uno degli aspetti che complicano la posizione della Casa Bianca dopo la manovra di isolamento dell’emirato qatariota, ma il senso della missione di Trump era quello di rinsaldare una coalizione sunnita per opporsi all’Iran e al blocco sciita. L’amministrazione ha chiarito in ogni modo che colpire il regime di Teheran e invertire la sciagurata politica di appeasement culminata nell’accordo nucleare negoziato da Barack Obama sono obiettivi primari della politica estera, e la presa di posizione contro il Qatar è la conseguenza del suo atteggiamento complice verso gli ayatollah. Questo non toglie che la ricchissima penisola contro cui i sauditi, l’Egitto, il Bahrain, gli Emirati Arabi e lo Yemen hanno preso misure drastiche rimane un alleato americano. Un alleato opaco ed eternamente accusato di finanziare il terrorismo, certo, ma a trenta chilometri dalla capitale, Doha, c’è la più grande concentrazione di soldati americani in tutto il medio oriente.

  

La base di Al Udeid ospita 11 mila militari e fino a 120 aerei da guerra, e da lì il Pentagono controlla le operazioni in in diciassette paesi, fra cui Siria, Iraq e Afghanistan. L’emirato ospita anche le sedi distaccate di sei università americane di prima fascia. Sono i frutti di un equilibrio che gli Stati Uniti hanno creato, con realismo, evitando di prendere parte nelle faide interne fra i paesi dell’area. Trump ha cambiato la postura americana con un paio di tweet filosauditi e la profezia della fine dell’orrore del terrorismo sotto la guida di Riad. Sono questi affari geopolitici con rendimento a breve termine che piacciono all’artista del deal. Libero dalla mediazione dei “fake mainstream media”, può annunciare direttamente al suo popolo la missione compiuta. Una volta si chiamava disintermediazione, e piaceva tanto ai leader liberali.

  

Quella che il presidente considera una vittoria sul fronte esterno è accompagnata da un’altra su quello interno. L’arresto di Reality Leigh Winner (era Sara Winner prima di cambiare nome), venticinquenne contractor della National Security Agency, segna il primo caso dell’era Trump contro un leaker. Winner ha passato informazioni classificate sugli attacchi cibernetici dei russi alle elezioni al sito Interceptt, che con piglio attivistico si occupa di smascherare i segreti dei governi (e questa volta ha fatto un pessimo lavoro nel proteggere le fonti). Da mesi Trump promette una lotta senza quartiere ai leaker, e l’amministrazione precedente, che si è distinta nello zelo con cui ha proseguito le fughe di informazioni, ha lasciato tutti gli strumenti legali del caso. Dalle tracce che rimangono dei suoi profili social, Reality Winner criticava apertamente il presidente, e in un tweet indirizzato al ministro degli Esteri iraniano scriveva: “Se il nostro Tangerine in Chief dichiara guerra, stiamo con voi!”. Dovrà rispondere della violazione dell’Espionage Act.

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