La liberazione di Raqqa

La guerra è ibrida ma il risultato è chiaro: il fronte atlantista butta giù l’Isis

La liberazione di Raqqa

Dei bambini giocano a Tabqa, non lontana da Raqqa (foto LaPresse)

Oggi è il 6 giugno, il che vuol dire che 73 anni fa i soldati americani saltavano sulla spiaggia della Normandia per cominciare la liberazione dell’Europa dai nazisti. Felice coincidenza, oggi è partita l’operazione per liberare Raqqa dallo Stato islamico. L’offensiva militare è stata aggiornata ai tempi: invece che mandare i marine a ondate di migliaia, l’America ha intrapreso una lunga manovra preparatoria, ha organizzato e armato una forza mista curdo-araba che farà il lavoro a terra – e quindi non ci saranno perdite fra i soldati americani, che ormai l’opinione pubblica non sopporta, e che lo Stato islamico festeggia perché è uno strumento per reclutare altri fanatici: “Venite a uccidere gli infedeli americani!”. Gli americani si tengono fuori da Raqqa, aiutano con l’artiglieria, con gli aerei e con un po’ di forze speciali. Questo è il modo nuovo e ibrido di fare la guerra in medio oriente, armare i nemici del tuo nemico, per non farsi troppo male, anche se poi qualche controindicazione c’è, per esempio in questo caso la Turchia è furente di vedere i curdi siriani nel ruolo di liberatori, perché sono gli stessi che affollano le sue lunghissime liste antiterrorismo, alla voce Pkk. Raqqa era diventata capitale di fatto dello Stato islamico nell’estate 2013, dopo essere stata liberata dai ribelli siriani, che poi se l’erano fatta soffiare dai fanatici di Abu Bakr al Baghdadi, specializzati nell’ingoiare territori già perduti.

 

La battaglia di Raqqa cade sotto l’Amministrazione Trump, ma non appartiene a Trump: era cominciata da tempo e il consigliere per la Sicurezza nazionale poi cacciato, Mike Flynn, aveva provato a bloccarla per un mese, per favorire i turchi con i quali intratteneva un rapporto commerciale. Un peccatuccio geopolitico che non turba la verità nitida di questa campagna di guerra: le capitali dello Stato islamico erano tre, Sirte in Libia è stata liberata dai libici e dagli americani, Mosul in Iraq è sul punto di essere liberata dagli iracheni e dagli americani e ora Raqqa sarà liberata dai siriani e dagli americani. La bilancia della guerra contro lo Stato islamico pende dalla parte dell’atlantismo, che una certa confidenza con le guerre di liberazione ce l’ha. “Scoreboard diesn’t lie”, dicono quei pragmatici degli americani, il tabellone del punteggio non mente. Gli altri, i distratti, gli spettatori di Russia Today, continueranno a credere nelle favole del Putin bastione dell’antiterrorismo e in Assad suo vassallo leale. Loro non muovono un dito, passeranno più tardi, a battaglia finita, a raccogliere i frutti con l’abilità consumata di chi sa sfruttare ogni situazione di crisi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    07 Giugno 2017 - 11:11

    Si però . ( un classico il però) . Più smantellano le roccaforti dell Isis e più aumentano i radicalizzati islamici proni a fare ammazzamenti e stragi. Non è un affare equo.

    Report

    Rispondi

    • gaetano.tursi@virgilio.it

      gaetano.tursi

      07 Giugno 2017 - 13:01

      Cero che non è un affare equo. L’equità in questa situazione è inversamente proporzionale alla irrazionalità di una ideologia religiosa che ispira a tagliare teste per indurre alla sottomissione. E’ stato silenziato un Papa, per questo. No. Non è un affare equo.

      Report

      Rispondi

Servizi