Trump dice addio a Parigi. Ma il clima c'entra veramente poco

Nell’uscita degli Stati Uniti dal Trattato c’è molta politica. Lo stato di salute del Pianeta è l’ultimo dei problemi che i leader mondiali si pongono 

Parigi senza Washington

Foto LaPresse

Ogni volta che si parla di clima a livello di accordi internazionali e patti da rispettare, lo stato di salute del clima è l’ultimo dei problemi che i leader mondiali si pongono. Non fa ovviamente eccezione il Trattato di Parigi, dai cui vincoli il presidente americano Donald Trump ha detto – confermando per una volta le indiscrezioni della vigilia – di volere sottrarre gli Stati Uniti (niente tagli alle emissioni di gas serra prodotte dagli americani da qui al 2030, più energia prodotta da combustibili fossili come promesso in campagna elettorale e con l’ordine esecutivo con cui la Casa Bianca ha smantellato il piano di Obama per il contrasto ai cambiamenti climatici). L’idea di stabilire con oltre venti anni di anticipo di quanto la temperatura globale si alzerà basandosi sui livelli di CO2 prodotti dalle attività umane è un bluff a cui i politici hanno smesso di credere da tempo. Però è un bluff redditizio a livello di immagine (con gli allarmi sul clima si possono chiedere sacrifici altrimenti impensabili ai contribuenti) e nasconde in realtà interessi economici e politici naturalmente leciti e onestamente perseguibili.

 

Il Trattato di Parigi serve a dare una direzione nuova agli investimenti sull’energia e i combustibili, spingendo il mondo verso le rinnovabili – ancora non molto economiche ma sicuramente più pulite e meno inquinanti. Il fatto che nessuno abbia gridato all’apocalisse imminente dopo l’annuncio di Trump (anzi ci si sia affrettati a sottolineare come sul medio periodo non cambi niente) dimostra come il clima sia soprattutto sinonimo di interessi politici: Trump risponde ai suoi elettori e a gran parte del proprio partito, che vedono la svolta ambientalista imposta da Obama all’America come un freno alla crescita economica (e prende una decisione che sarà effettiva alla fine del suo mandato); il paese che più inquina al mondo, la Cina, approfitta invece del vuoto creato da questa ritirata per giocare un ruolo da protagonista su un tema di forte impatto mediatico e abbastanza politicamente corretto da permettere a Pechino di ripulirsi l’immagine. Anche la Russia gioca la sua partita, dicendo che senza Washington gli accordi di Parigi sono inutili. Falso, come gran parte della retorica sul clima, grazie alla quale da anni centinaia di politici prendono decisioni di cui non dovranno rispondere mai.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    02 Giugno 2017 - 00:12

    Perche` non si dice che sino al 2030 la Cina continuera` a fare quello che sta facendo oggi L`India potra` aprire tutte le miniere di carbone che desidera ecc.ecc sempre sino al 2030. Tanto per dire le prime due cose che mi vengono in mente. Se non sbaglio i trattati debbono essere ratificati. Qui negli Stati Uniti ne` il Senato ne` la Camera dei Rappresentanti ha fatto questo. Tanto per essere chiari.

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