In assetto da guerra

Soldati nelle strade britanniche, screzi con le intelligence straniere, raid e sussulti complottisti. Appunti dall'Inghilterra quando ti trovi lo Stato islamico in casa

Paola Peduzzi

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In assetto da guerra

Le autorità ieri hanno annullato il celebre cambio della guardia a Buckingham Palace dopo che un uomo è stato arrestato con un coltello nelle vicinanze (foto LaPresse)

Gli inglesi non mandano “i carri armati” per strada, è un tabù di cui si sono dotati da anni, da quando Tony Blair, nel 2003, decise di inviare 400 soldati e tre blindati a Heathrow, in risposta a un possibile attacco – con i missili – agli aerei di linea di cui era venuta a conoscenza l’intelligence. Erano gli anni dell’Iraq, Blair fu accusato, tra le tante altre cose, di voler importare la guerra a casa sua più che esportare la democrazia, e da quel momento l’antiterrorismo britannico, su cui si è ampiamente investito, ha avuto l’ambizione di rimanere trasparente, di non essere visibile, percepibile, condannabile.

 

Cancellato il cambio della guardia, mimetiche dappertutto: l'ambizione di invisibilità dell'antiterrorismo è sospesa

Poi ieri è cambiato tutto: c’è il rischio di un attacco “imminente”, ha detto Theresa May a ventiquattro ore dall’attentato all’Arena di Manchester, ed è necessario prendere tutte le misure necessarie. Era un decennio che non si annunciava un allarme tanto elevato, e anche prima non era accaduto spesso: più di recente, durante e dopo gli attentati a Parigi, si era presa in considerazione l’ipotesi, poi esclusa. Oggi le informazioni in possesso del governo e dei servizi devono essere ben più preoccupanti, e allora pazienza se si vedono le mimetiche e le armi per strada, pazienza se già molti dicono che la May vuole fare “come i francesi” e imporre lo stato d’emergenza perenne, un eccesso di zelo che ha – secondo i detrattori – un gran sapore elettorale, solo io posso proteggervi, votatemi. Pazienza: un altro attentato non è tollerabile, vedrete i soldati per strada, ce ne saranno quasi quattromila, di cui circa mille a Londra.

 

Così l’“Operation Temperer” è iniziata. Il cambio della guardia fuori da Buckingam Palace a Londra è stato cancellato (più o meno nell’orario del celebre rito, la polizia ha arrestato un uomo con un coltello, in mezzo ai turisti atterriti: pare non fosse però collegato con la caccia all’uomo che è partita in tutto il paese, da quando il ministro dell’Interno, Amber Rudd, ha detto che è “probabile” che l’attentatore di Manchester non fosse solo), i soldati sono stati dislocati davanti ai palazzi reali e del governo e davanti alle ambasciate, mentre tutte le visite aperte al pubblico a Westminster sono state sospese – hanno fatto il giro del mondo le immagini delle guardie irlandesi e dei parà insieme, rarità assoluta, che marciano dentro al Parlamento. Anche per i poliziotti i ritmi sono cambiati, i turni modificati, le assenze rifiutate, c’è bisogno di tutti e dappertutto. Si può davvero proteggere una città, un paese, da una minaccia così subdola com’è quella del terrorismo islamico?, chiedono i commentatori, sapendo che la risposta è no, non si può prevedere tutto, ma l’alternativa cauta non è percorribile, non quando un ragazzo ha fatto strage di altri ragazzi al concerto di una cantante-ragazza, non quando diventa chiaro che il network terrorista è ampio, non c’è solo un attentatore, c’è un fratello, e ci sono altri.

 

La parte invisibile però resta. Molti esperti di sicurezza ieri (ri)spiegavano sui media che le sole forze di sicurezza non bastano, l’essenza dell’antiterrorismo è “la vigilanza collettiva”, tutti in allerta pronti a dare informazioni: difendersi è una questione anche culturale. L’intelligence lavora su questo, non senza difficoltà, perché se è vero che l’Mi5 è uno dei servizi più rispettati e celebri del mondo, è anche evidente che se c’è un mondo globalizzato è quello dell’intelligence. Più si lavora insieme meglio è. E’ il motivo per cui, nel tormento della Brexit temporaneamente sospeso, si parla spesso di come resteranno i rapporti tra il Regno Unito e l’Europa in termini di intelligence: la linea, almeno su questo, è comune, non si può fare a meno di nessuno. Pure se in questi giorni ci sono state alcune frizioni, perché lo scambio di informazioni è diventato anche rapporto con i media, mestiere complicato, che cosa si rende pubblico, come e soprattutto quando. Bisogna accordarsi anche su questo. La Rudd ieri ha detto di essere “irritata” dal fatto che gli americani hanno fatto filtrare alla stampa informazioni sull’attentatore e sui suoi trascorsi che il governo inglese invece aveva deciso di tenere segreti. “Irritato” è stato letto come un modo british per dire “furibondo”, visto che la Rudd ha precisato che “il flusso di informazioni” deve essere controllato dalla polizia britannica, “sono stata molto chiara con i nostri amici sul fatto che questa cosa non debba accadere più”. Fonti americane avevano fatto sapere già all’indomani dell’attentato che si trattava di un terrorista suicida fornendo informazioni per identificarlo quando ancora il governo inglese restava fermo sulla linea: per il momento non si diffonde nulla. In un’altra epoca, forse nessuno si sarebbe irritato, o forse non così tanto, ma oggi esiste quasi un nuovo genere sul traffico di informazioni operato dagli stessi leader politici, basti pensare al presidente americano Donald Trump che dice di essere stato intercettato dal suo predecessore quando ancora era alla Trump Tower e che in un’altra occasione spiega di avere tutto il diritto di dare informazioni ai russi che ha ricevuto da un altro alleato (Israele). Se si pensa che i trumpiani hanno accusato gli inglesi di essere stati loro a piazzare cimici alla Trump Tower, dovendosi poi scusare, diventano più chiare le ragioni per cui il ministro dell’Interno britannico sia stato tanto deciso nel sottolineare – in modo poco usuale – la propria irritazione. Ma non ci si può fare molto, va detto: proprio mentre la Rudd esternava sugli americani chiacchieroni, da Parigi il collega Gérard Collomb, appena insediatosi, diceva che i legami tra l’attentatore di Manchester e lo Stato islamico sono “provati”. Si tratta di informazioni presumibili, ma quando si è già irritati si è più sensibili.

 

Londra "irritata" con gli americani che rilasciano informazioni senza chiedere. Poi ci si sono messi anche i francesi

Sullo sfondo di questo momento di grande allerta e cordoglio, mentre continua l’identificazione tragica delle vittime e si scopre che c’è anche una poliziotta fuori servizio, resta la politica. La campagna elettorale è stata sospesa, ma molti fremono: di fatto, la gestione dell’attentato è tutta visibilità per il premier Theresa May (che ha trovato toni e modi invero efficaci per annunciare misure allarmanti senza creare eccessivo panico). Così gli indipendentisti dell’Ukip, che pure sono in una crisi profondissima, hanno detto di avere il diritto di commentare senza essere tacciati di mancanza di sensibilità, ma a fremere sono soprattutto i laburisti, che infatti ieri hanno detto: da venerdì si ricomincia a fare campagna. Alcuni tic non si possono contenere nemmeno di fronte all’emergenza, e così ieri il figlio del capo della campagna di Jeremy Corbyn, leader del Labour, ha sentito l’urgenza di dire che la bomba a Manchester arriva in “un momento incredibilmente ideale” per “la disastrosa campagna dei conservatori”. La teoria del complotto era già stata enunciata dalla laburista Debbie Hicks che ha scritto su Facebook che l’attentato arriva “con un tempismo meraviglioso per Theresa May”. Il business as usual non è soltanto mostrarsi forti e liberi, insomma, è anche questo.

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