Manchester e l’intelligenza muta degli illuminati

Continueremo col “silenzio religioso” sull’islam. E’ solo un concerto

Manchester e l’intelligenza muta degli illuminati

Omaggio floreale per le vittime dell'attentato al Manchester Arena (foto LaPresse)

Vagolare tra i giornali dopo Manchester è sconcertante. Va bene, i media soffrono di allucinazioni illuministiche, si sa, e non riescono per alcun motivo a concentrarsi sulle radici religiose di un fatto, in questo caso di una strage di ragazzi e ragazze organizzata e portata a termine da un ragazzo musulmano di 22 anni, Salman Abedi, che nella morte degli altri ha immolato anche la sua vita. Va bene, bisogna essere corretti politicamente, impedire l’amalgama tra terrorismo e religione islamica, bisogna difendere i “nostri valori”, piangere gli innocenti nel mutismo dell’intelligenza e nell’espansione cieca del cuore, bisogna mantenere aperta la società, esaltare le ragazze libere del concerto di Ariana Grande, riconsacrare il tempio del pop della Manchester Arena, continuare a suonare, a cantare, non regalare ai terroristi una visione simmetrica delle cose, islam contro civiltà crociata, che è per l’appunto quel che vogliono. Capito.

 

Eppure un anno e mezzo fa un tizio che non è uno scorretto, il direttore del supplemento libri del Monde, un Jean Birnbaum che fu qui segnalato da Mauro Zanon, aveva scritto un libro molto bello e ragionevole dedicato al “silenzio religioso” della sinistra davanti al jihadismo. Birnbaum partiva da un fatto del gennaio 2015: le grandi mobilitazioni di popolo e autorità nella Parigi sconvolta dagli attentati a Charlie Hebdo, con fucilazione dei reprobi, e al supermercato ebraico, erano filate via come acqua sul marmo, non ne era rimasto alcunché, perché quella grande insurrezione solidale contro la violenza fu muta, incapace di dire la verità effettuale della cosa, dai capi di stato e di governo ai cittadini emozionati che reggevano cartelli con su scritto “Je suis Charlie”, in ricordo dei vignettisti sterminati dai fratelli Kouachi, o accendevano lumi in ricordo degli ebrei massacrati da Amedy Coulibaly. Il politico si alleava al criminologo, al geopolitico, allo psicologo, all’economista, al sociologo, al politologo, all’antropologo, al demografo, allo specialista del web, al mass-mediologo, ovviamente al giornalista collettivo, per significare una e una sola cosa, che tra le tante possibili cause di quanto era successo non c’era, era da escludersi, il fattore teologico-politico, inteso come la coscienza religiosa, non deviata, al massimo radicalmente e intimamente sentita, di un credente musulmano che difende la sharia o legge islamica e il Corano come lo insegnano e lo praticano minoranze agguerrite e grandi maggioranze pacifiche insediate come comunità dappertutto nella umma. Protagonista era il nostro modo di vita, da preservare sotto il segno di un rifiuto di scambiare odio se non con l’amore, e veniva cancellato del tutto il nesso tra la nozione del divino, della vocazione alla guerra sacra di conversione o annientamento dell’infedele, con il loro modo di dare la morte. Birnbaum, che non è un brubru, uno di quegli zozzoni che vogliono fare voti e denaro con la paura, e appartiene di diritto alla gauche più gauche che ci sia, quella parigina, constatava con nome cognome e citazione dei testi che un magistero religioso universalista e mortifero aveva trionfato nelle menti e nei cuori di tanti ragazzi, di tanti uomini e donne, e non nei quartieri degradati, non nelle aree di emarginazione, non nelle strutture di un particolare fanatismo accecato dall’ira sociale, ma semplicemente nell’idea di un dovere religioso, dunque politico e morale, che doveva consequenzialmente portare al sacrificio degli altri e di sé in nome del paradiso. 

 

Le lugubri fake news sull'attentato di Manchester che umiliano il dolore

La diffusione dei falsi dispersi sui social dopo l’attacco è il banale orrore che ridicolizza la tragedia

  

Una storia che non era partita ma era culminata nel volo stragista dell’undici settembre, nelle abluzioni rituali, nelle preghiere, nel martirio dello shahid, nello status di buona famiglia degli attentatori sunniti, e che si dipanava ovunque, dal Kenya al Ghana a Parigi a Londra a Madrid a Bali, dovunque, con le stesse identiche caratteristiche di coscienza religiosa trasportata in programmi teologico-politici di guerra al mondo ebraico e cristiano, fino alla selezione puntigliosa dei miscredenti tra le vittime come a Garissa, dove se sapevi recitare almeno una sura del libro sacro islamico eri risparmiato, sennò, e furono in 152 a non essere risparmiati, dovevi avere la morte.

 

Birnbaum avvertì con particolare sensibilità il fenomeno negazionista, che si concentrava in Francia, dove la secolarizzazione era stata ampiamente completata da una totale uscita laica dal territorio del sacro, e da molti decenni e in un contesto dei lumi che condannava la religione allo stato di déraison, di negazione della ragione, dunque di follia, di prassi barbarica e misteriosofica capace di alimentare fanatismo, ma il cui carattere radicale islamista doveva essere negato, anche perché per una parte della sinistra internazionalista la violenza era testimonianza di una incompatibilità generata dallo sviluppo capitalistico e della democrazia moderna postcoloniale. E siamo ancora lì. Molti attentati dopo, e dopo aver appreso che i ragazzi che uccidono adesso i ragazzi e le ragazze, in nome del loro Dio e della loro religione assunti dentro i confini europei in cui sono nati, oppure guidano i camion contro il Natale piccolo-consumista berlinese, oppure accoltellano il frate sul pulpito del predicatore, oppure viaggiano tra Siria ed Europa, avanti e indietro, per unire indottrinamento e jihad, dopo tutto questo, davanti ai fatti di Manchester, che parlano di una nuova tappa di un giro della morte infinito e per la cultura occidentale indefinibile, siamo ancora lì a lodare e difendere a chiacchiere il nostro stile di vita. E se qualcuno si azzardi a pensare la cosa secondo la sua logica, è un islamofobo, un facitore di amalgami guerrafondai, un nemico della civiltà occidentale peggio di quelli che le fanno apertamente e santamente la loro guerra.

  

Noi nel nostro piccolo qui lo avevamo detto, e lo abbiamo ripetuto per anni: non sono terroristi, non sono gunmen, non sono genericamente assassini, sono combattenti islamici, e come tali vanno giudicati, capiti e trattati. Ma niente. L’incantamento religioso del mondo degli illuminati impedisce di vedere l’oscurità e l’oscurantismo dove abitano davvero, letteralmente abbacina e acceca, e induce a pensare che tutte le religioni sono eguali, tutte cariche di irrazionalità e di violenza, sebbene vada ripetuto che non tutti gli islamici sono terroristi ma tutti gli sterminatori di cristiani, di yazidi, di copti, di ebrei sono islamici. Ma noi ci vietiamo di pensare anche soltanto il problema. E il concerto continua.

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Commenti all'articolo

  • enzo.cn

    25 Maggio 2017 - 14:02

    Mai sentito parlare della "daʿwa", l'azione di proselitismo dell'Islam? Ayaan Hirsi Ari, scrittrice somala naturalizzata olandese impegnata nella difesa dei diritti umani, ci ha dedicato un centinaio di pagine: "The Challenge of Dawa: Political Islam as Ideology and Movement and How to Counter It". Gratuitamente e facilmente scaricabile in formato PDF, in inglese. Ma meriterebbe anch'esso una traduzione e una maggiore divulgazione.

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  • enzo.cn

    25 Maggio 2017 - 14:02

    Una volta pensata "la cosa secondo la sua logica", che fare per non "difendere a chiacchiere il nostro stile di vita"? Cosa e come cambierebbe in concreto la lotta (o guerra) ai "combattenti islamici"? Sicuramente non organizzando una crociata, né cercando di riformare l'Islam (riforma a cui solo gli stessi islamici potranno dar vita). Riconoscere "il fattore teologico-politico, inteso come la coscienza religiosa di un credente che difende la Sharia e il Corano" garantirebbe una visione delle cose più aderente alla realtà e permetterebe di contrastare aspetti dell'islamismo, che nel tempo rischiano per nostra negligenza di alimentare e moltiplicare ambizioni che - se negate e lasciate prosperare - finiranno per destabilizzare molto più degli Islamic Fighters tutti quei paesi in cui la religione è una libera scelta, paesi europei in testa. Non dovremmo aver bisogno degli Islamic Fighters per accorgerci dell'assoluta illibertà e dell'anacronistico (per noi occidentali) sistema giurid

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    • enzo.cn

      25 Maggio 2017 - 17:05

      [continuazione] ...per accorgerci dell'assoluta illibertà o dell'anacronistico, per noi, sistema giuridico vigente quasi ovunque l'Islam sia la religione dominante.

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  • giusgiand

    25 Maggio 2017 - 13:01

    Et donc Marine, che non è certo illuminata, aveva (ha, avrà) ragione. E qui sul Foglio tutti in orgasmo per l'uomo-algoritmo, uno che più illuminato non si può. Langue de bois.

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    25 Maggio 2017 - 12:12

    "quegli zozzoni che vogliono fare voti e denaro con la paura," non avrebbero ragione di esistere se i governanti facessero il loro mestiere, invece di proferire frasi come "non avranno il mio odio" e "non ci faranno cambiare stile di vita", e pensare a leggi come l'islamofobia. Rivendico il diritto di avere paura di tutto quello che mi pare, compreso l'islam, che viene fuori per quello che è veramente in queste stragi, altro che "religione di pace". Quando sparavano le brigate rosse, lo stato si attrezzò con leggi anche controverse, come il fermo di polizia, ma alla fine efficaci. Magari uno di quegli "zozzoni" potrebbe avere qualche idea valida, a cominciare da come contenere il flusso di clandestini, per finire ai doveri di chi ha diritto all'asilo. Chi è parte del problema, cioè i "non-zozzoni" difficilmente potrà essere parte della soluzione.

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