Fermi ad aspettare

Genitori immobili in mezzo al delirio, bambine disperate che cercano la mamma. I crociati

Fermi ad aspettare

LaPresse/PA

Mentre tutti fuggono urlando, correndo, ragazzi e adulti giù per le scale, in cerca di un’uscita e poi di un taxi, di un’ambulanza, si vedono persone che restano ferme, non si muovono, uno accanto all’altro eppure ognuno per sé, zitti. In contrasto con tutto quel movimento loro rimangono immobili, fissano le scale: sono i genitori che aspettano i figli, sono venuti a prenderli dopo il concerto (e per molti era il primo concerto), ma adesso ci sono state le esplosioni e questi genitori, madri e padri, non possono fare altro che restare così, statue di sale, e aspettare. Non sanno ancora che cosa è successo, stanno lì pietrificati a sperare. Ventidue persone uccise, compreso l’attentatore libico di ventitré anni che ha ammazzato ragazzi e ragazze più giovani di lui, molti dispersi, molti feriti gravi, dodici gravissimi sotto i sedici anni, una bambina di otto anni uccisa dalla bomba di chiodi, sua madre e sua sorella di vent’anni in ospedale. Secondo l’Isis quella bambina di otto anni, che andava alle elementari, era “una crociata”, così come le altre vittime. Secondo l’Isis, il concerto di Ariana Grande era “un raggruppamento di crociati”, e “per chi venera la Croce e i loro alleati il peggio deve ancora venire”.

     

I bambini che piangendo scavalcano le ringhiere dell’arena per scappare, le ragazzine che non trovano più le madri, vestite di rosa come piace a Ariana Grande, vestite luccicanti come in questo mondo fatato che non supera i vent’anni e che entusiasma le bambine delle scuole elementari (loro vogliono gli astucci, gli zaini di Ariana Grande, vogliono una foto con lei perché è una specie di principessa che canta, è come Frozen che però fa ballare, fa sentire più grandi), ecco i crociati. I bambini sui passeggini sul lungomare di Nizza, i ragazzi del Bataclan, i bambini di Beslan. Se un bambino può fare il kamikaze, se un bambino può tenere in mano un kalashnikov e lasciarsi legare addosso una cintura di tritolo, allora un bambino può essere il crociato da uccidere mentre si sta addormentando, alle undici di sera, accanto alla mamma che l’ha portato al concerto. “Il telefono di una bambina suonava e suonava, ma lei non riusciva a parlare, così io ho preso in mano il suo telefono e ho risposto, e un paramedico mi ha detto: suo padre è qui nell’ambulanza”, questi sono i racconti dei testimoni, bambine che piangono, bambine insanguinate, madri che cercano le figlie, ventimila persone lunedì sera a Manchester al concerto, ventimila crociati sopra cui costruire questa epica oscena di eroismo, il soldato che riesce a intrufolarsi, il soldato giovane di ventidue anni che ha assorbito tutto l’odio dai vecchi e che invece di rinunciare alla sua bomba e di abbracciare il mondo delle ragazze uguali a lui, le aspetta per ammazzarne il più possibile, per togliere loro tutta la speranza, tutta la bellezza. D’ora in poi tutte le bambine che cercheranno Ariana Grande su Google, cercheranno il video di una sua canzone per imparare le mosse e le parole, troveranno l’orrore di Manchester, conosceranno l’orrore che ci arriva addosso da ogni parte, sempre più vicino, sempre più conosciuto, vedranno anche il video di quei genitori fermi, in piedi ad aspettare. E noi che cos’altro possiamo fare, se non stare qui fermi, in piedi ad aspettare.

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