La formula del successo del conservatorismo inglese, (vero) partito della nazione

Theresa May va verso l'8 giugno portando avanti quell'istinto pragmatico che supera le contraddizioni ideologiche. Così il partito più antico d'occidente ha saputo reinventarsi in molte forme

La formula del successo del conservatorismo inglese, (vero) partito della nazione

Theresa May (foto LaPresse)

In principio erano briganti. Tory, in gaelico antico, significa questo: bandito, imbroglione, fuori legge. Ma non lo sa quasi nessuno, e infatti Tory viene usato molto più che Conservative per riferirsi ai membri e ai simpatizzanti del centrodestra britannico, e nessuno si offende. Per la stampa è un appellativo più breve e più musicale: nei titoli occupa meno caratteri e suona pure meglio. Per l’opposizione ha quel suono un po’ da sfottò sarcastico che lo humour inglese premia tanto, mentre per i Tory stessi è un nickname familiare, che sa di comunità, di prestigio e di storia. Quella del partito è lunga quasi quanto quella del paese, il che non è casuale. Partecipando a una seduta parlamentare di trecento e più anni fa, nell’aula di Westminster, si sarebbe sentito urlare Tory! Tory!, da un lato, e Whig! Whig!, dall’altro. I nomi dei due principali partiti dell’epoca erano questi, e nascevano come insulti parlamentari. Quando c’era da decidere se riconoscere o no la sovranità del duca di York, Giacomo II, l’ultimo cattolico mai salito al trono, i Tory ne sostenevano la legittimità nonostante una legge approvata dal Parlamento lo mettesse al bando (proprio perché cattolico). I Whig allevatori di bestiame erano invece gli oppositori del re, i radicali che si opponevano alla Chiesa di Roma che avrebbero poi costituito il Partito liberale (quello di Lloyd George, per intendersi). Sta in questa difesa a spada tratta della tradizione a scapito della legge la rivelazione della natura profonda del più antico partito del mondo: il Partito conservatore del Regno Unito, che dal 1600 e qualcosa sotto svariati nomi incarna lo spirito degli inglesi meglio di chiunque altro, nel bene e nel male, in ricchezza e in povertà, in pace e in guerra, in populismo e in democrazia. I Tory, che piaccia o no, sono quanto di più essenzialmente britannico vi sia e vi sia stato sulla piazza elettorale del regno. Monarchici per tradizione, liberisti per convenienza, sotto sotto nazionalisti. E poi democratici, in tutte le sfumature possibili, dai significati più nobili a quelli più terrificanti. Infine populisti, in modo lieve, o più evidente, a seconda dei tempi.

 

In questo 2017, pressoché ovunque in occidente, i partiti tradizionali collassano o sono già collassati, mentre la retorica del popolo contro l’élite viene ripetuta fino alla nausea e in tutta risposta nascono movimenti e startup politiche che vincono le presidenziali. Nel Regno Unito di Theresa May, invece, nonostante il terremoto della Brexit, il partito di governo che in fondo ne è il principale responsabile sembra godere di ottima salute: il partito dell’establishment per eccellenza, il partito dell’impero, il partito delle tre C (City, Chiesa e Corona) naviga a vele spiegate verso le elezioni indette a sorpresa per l’8 giugno. La premier conservatrice ha convocato il paese alle urne, ed sicura di vincere. Tutti i sondaggi la danno in testa ed è probabile che volerà attorno al 40 per cento, attestandosi una landslide, una vittoria schiacciante, di quelle che non si vedono dai tempi di Tony Blair e prima di lui di Margaret Thatcher – la lady di ferro è l’ultima leader Tory che sia riuscita davvero a scaldare i cuori del paese nel bene e nel male rispolverando un patriottismo yuppie fino ad allora seppellito, con le asce di guerra, nella tomba di Winston Churchill.

 

Theresa May non brilla per carisma, non spicca per ideali o convinzioni – non la voleva neppure lei, la Brexit – ma è senz’altro una donna fortunata. Quanto pragmatica. Si è trovata nel posto giusto al momento giusto, ed è determinata ad approfittare del karma. Dopo il referendum sulla Brexit, l’anno scorso, nel partito si è creato il vuoto, e lei lo sta riempiendo. Il 24 giugno 2016 David Cameron ha annunciato che si dimetteva, e poi si è allontanato fischiettando – pensava che il microfono fosse spento. Il “modernizzatore”, così sarà ricordato Cameron – non senza spregio – per aver tentato di smussare l’immagine di “nasty party” (il partito cattivo), è sempre stato troppo posh per guidare un partito votato in massa dai lettori del Sun e del Daily Mail; troppo aperto a omosessuali e immigrati per un partito che si chiama “conservatore”; e in fin dei conti troppo cosmopolita per un partito che ha sempre preferito avvolgersi nell’Union Jack che nella bandiera europea, e che da sempre cova l’ambizione di essere un “partito della nazio-ne”. Lui e George Osborne, il suo cancelliere dello Scacchiere incontrato a Oxford negli anni della goliardia universitaria, hanno tentato l’esperimento chirurgico di trasformare i Tory in qualcosa che ne contraddiceva la natura profonda, un po’ come ha fatto Tony Blair con il Labour, e alla fine i pazienti gli si sono rivoltati contro: quel lifting lì non gli garbava proprio, lasciateci le nostre rughe, che noi siamo un’altra roba.

 

Nell’èra di Cameron e Osborne (2005-2016), prima all’opposizione e poi al governo, i conservatori hanno tirato all’estremo la corda del thatcherismo rampante, in un paese che si stava lentamente disamorando di quell’etica gaudente e ambiziosa cavalcata dai 13 precedenti anni di governo laburista. May ha promesso di rimangiarsi tutto. Al contrario del suo predecessore e dei suoi compari, laureati in scienze politiche, lei ha studiato geografia: è abituata a ragionare in base ai “luoghi”, piuttosto che ai “flussi”. Il paese, per la May, non è un freddo ammasso di indici finanziari e cifre di pil, non è l’indotto della City o i college delle grandi università internazionali. E’ piuttosto una mappa gentile di strade e località, di nomi e di storie, di parrocchie e villaggi. Lei è la figlia di un pastore, è cresciuta in un paesello della middle England e ha studiato alle “grammar schools” – le scuole statali selettive, poi abolite perché considerate classiste – che ora vuole reintrodurre per rilanciare la mobilità sociale del paese. I Tory, per lei, sono tutta un’altra storia. Sono la “vecchia” storia, quella raccontata dal nome completo del partito, nascosto o dimenticato nel corso dei grandiosi successi elettorali degli ultimi quarant’anni. “Partito conservatore e unionista” è il nome ufficiale dei Tory, e non è un caso che la May lo abbia voluto ricordare proprio nel discorso di insediamento, quello in cui prometteva di porre fine all’epoca in cui Londra guardava a “the continent” in cerca del suo posto nel mondo. Ora vuole solo leccarsi le ferite inferte della globalizzazione e ricompattare le antiche faglie interne, vuole ricordarsi insomma di essere “One Nation”, e dal 9 giugno, ormai si può dare quasi per assodato, “One Nation Under May”.

 

Dopo il referendum il cuore mainstream dei Tory si è prontamente reinventato e trasformato, passando dal “Brits don’t quit” (“I britannici non si arrendono”, Cameron per il Remain) al “Brexit means Brexit” (May per la “hard Brexit”, la Brexit “totale”). Tim Bale, professore alla Queen Mary University di Londra e autore di “The Conservative Party. From Thatcher to Cameron” dice al Foglio che “non è un caso che il Partito conservatore possa vantarsi di essere il partito più antico del mondo, e quello più di successo. Il suo segreto è l’adattabilità a nuovi contesti e l’abilità di cooptare l’agenda dei suoi rivali quando appare ovvio che l’alternativa è perdere le elezioni. A volte ci mette più tempo del dovuto, ma alla fine ce la fa sempre. Fondamentalmente, la filosofia del ‘toryismo’ consiste nel cercare di rimanere al potere, impedendo l’ascesa di chiunque minacci il benessere delle classi medie e alte in nome dell’eguaglianza”. E’ più o meno d’accordo con lui Henry Hill, condirettore del noto blog ConservativeHome: al Foglio dice che “i Tory non hanno nessun vero ‘ismo’ di riferimento. La ragione della loro longevità risiede più che altro nel fatto che, in quanto difensori del Regno Unito e della ‘britannicità’, il loro scopo è atemporale, cioè dura finché dura il regno, mentre i partiti fondati su credo e ideologie falliscono quando la loro filosofia non ha più risposte da dare. Per questo i Tory possono essere liberali sotto la Thatcher e socialdemocratici sotto Macmillan, perché le loro posizioni, benché molto differenti, sono state entrambe subordinate alla reale causa del partito”: la difesa della patria.

 

Così, i Tory post referendum sono qualcosa di molto diverso dai Tory usciti vittoriosi dalle elezioni di due anni fa. Ora, sotto la May, stanno mietendo consensi tanto a destra, dove l’Ukip sta collassando perché, sostanzialmente, con la Brexit ha perso la sua ragion d’essere, tanto a sinistra, dove a collassare è il Partito laburista, in preda a un’isteria sessantottina indotta da un sessantottenne con la sindrome di Peter Pan: Jeremy Corbyn non ha mai digerito la svolta centrista di Blair e ora vuole riportare il suo partito alla gloria del socialismo à la Chavez. Intanto la borghesia progressista che votava Labour sta fuggendo in ogni direzione e non sa a chi rivolgersi. E’ probabile che alla fine si rifugerà a malincuore sotto le ali di Madre Theresa, che promettendo un freno all’immigrazione e politiche industriali più dirigiste sta riconfigurando i Tory come il partito pigliatutto che era nel secondo dopoguerra, gli anni del consenso “butskelliano” (dai nomi dei cancellieri dello scacchiere Ray Butler e Hugh Gaitskell, che governarono in maniera identica, pur essendo il primo un conservatore e il secondo un laburista, all’insegna della “pace socio-economica”). I Tory della May stanno tornando a quel tipo di politica, a quell’“One-Nation-Conservatism” teorizzato da Benjamin Disraeli ai tempi di Oliver Twist e della regina Vittoria, quando le conseguenze dell’industrializzazione si manifestavano negli squallidi quartieri operai. Sulle classi elevate incombeva allora un senso di colpa molto cattolico (e poco britannico) che le spingeva a un certo paternalismo nei confronti del ceto proletario, e che aveva un duplice scopo: emarginare i primi nuclei socialisteggianti e risolvere la questione della povertà galoppante.

 

I leader conservatori, nel corso della storia, hanno ripetuta-mente ripreso il concetto di “One-Nation-Conservatism” reinterpretandolo come più gli tornava comodo. Per Lord Salisbury, il Giolitti inglese, al governo a cavallo tra Ottocento e Novecento e quindi alle prese con la questione irlandese e con le spinte nazionaliste di Scozia e Galles, più che unire le classi sociali bisognava unire i territori del Regno: fu allora che nel nome del partito fu aggiunto “unionista”, e tra il 1911 e il 1965, in Scozia, i Tory si presentarono semplicemente come Partito unionista, a ricordare che tutte le altre questioni erano secondarie rispetto a mantenere Edimburgo sotto l’Union Jack.

 

Il tipo di visione politica in voga tra i Tory fino agli anni Sessanta è ben messa in scena dal rapporto tra la servitù e la famiglia Crawley in “Downton Abbey”, serie tv cult nel Regno Unito che racconta le vicende degli abitanti di una tenuta aristocratica nello Yorkshire, dal naufragio del Titanic fino a poco dopo la prima guerra mondiale. Il conte e la contessa di Grantham, generosi e ricchissimi, ai propri dipendenti vogliono bene quasi come ai membri della loro stessa famiglia. L’importante è che rimangano al proprio posto. Al piano di sotto. “La larga base interclassista del Partito conservatore inizia a striminzirsi sotto la guida di Ted Heath (1965-75, ndr) e della Thatcher (1975-90, ndr). In parte a causa del declino delle tradizionali identità sociali e politiche del paese, ma anche perché le questioni economiche iniziano a essere sempre più dominanti rispetto a quelle prettamente politiche”, dice al Foglio Stephen Davies, storico del pensiero politico e direttore degli studi all’Institute of Economic Affairs, celebre think tank londinese che ha gettato le basi ideologiche del liberismo thatcheriano. Sotto la lady di ferro il partito dei lord e degli industriali, “dei padroni” e del popolo ubbidiente, diventa l’agglomerato politico della meritocrazia, nel senso più splendido e spietato del termine. Chiunque può e deve farcela, secondo la nuova filosofia imposta da Maggie, ma se non ci riesce sono affari suoi: non è un problema del governo. E’ una doppia rivoluzione. Da un lato si inizia a sgretolare il rigido classismo che aveva governato il Regno Unito fino ad allora: se la figlia di un droghiere (due volte eretica: donna e di origini umili) può diventare primo ministro, allora il Regno Unito diventato nel frattempo il malato d’Europa può reinventarsi a potenza finanziaria (e così è stato). Dall’altro lato quel senso di solidarietà un po’ romantico e un po’ democristiano, che si era plastificato nel mastodontico welfare state postbellico, inizia a evaporare con i primi scioperi dei minatori e con le bombe dei terroristi repubblicani irlandesi. Negli anni della Thatcher il paese torna a essere più ricco, più fiero e più diviso che mai. “Il Partito conservatore è stato storicamente il partito che cercava di mantenere le istituzioni e gli stili di vita tradizionali – continua Davies –, ma dalla Thatcher in poi ha abbandonato le sue politiche conservatici per abbracciare la modernizzazione guidata dai mercati e dall’individualismo. Ora credo stia rapidamente tornando alla sua vecchia, storica identità. La capacità dei Tory di sapere cosa serve per vincere e mantenere il potere è impressionante”.

 

Alla Thatcher succede il suo delfino John Major, che dopo dieci anni di cure da cavallo promette di tranquillizzare un po’ il paese e creare una “class-less society” (una società senza classi sociali) proprio in nome del resuscitato “One-Nation-Conservatism” di Disraeli. Non gli è riuscito troppo. Forse, allora, ci riuscirà la May, che nel suo manifesto elettorale, tra le altre cose, promette un tetto massimo alle bollette del gas (la stessa proposta che fatta da Ed Miliband nel 2015 gli valse l’etichetta di “marxista”), di riservare posti ai lavoratori nei cda delle aziende, di estendere i diritti di congedo dal lavoro per occuparsi di parenti malati e di abbassare le tasse per i meno abbienti. Vuole anche costruire una vagonata di nuove case popolari per far fronte alla crisi abitativa (1,2 milioni di britannici sono in lista d’attesa per un appartamento comunale).

 

Per ora il “mayismo” va interpretato in base a questo primo manifesto elettorale: non si sa molto di più. C’è chi dice che la nuova leadership dei Tory assomigli parecchio a quella delle destre democristiane del continente, ma forse è un’esagerazione. Al momento, comunque, l’importante è tenere a galla la nave, e pazienza se per un po’ la guida di Theresa sembrerà un pastrocchio ideologico, o una gigantesca U-turn rispetto agli ultimi quarant’anni di agenda conservatrice. Per i ministri e i parlamentari che le svolazzano attorno non è tanto questione di incoerenza, quanto di praticità: come ha scritto James Forsyth sullo Spectator, “il pragmatico istinto per il potere dei Tory sta consentendo di tenere in piedi il partito, almeno finché non emergerà un’opposizione credibile alla signora May”. A quel punto, finite le negoziazioni della Brexit, l’“interesse della nazione” potrebbe essere mutato di nuovo e con esso la stella polare del partito. I Tory, in fondo, sono questo: briganti di ideali e, ironia della sorte, patrioti veri. Da trecento anni a questa parte il governo è per loro al contempo una vocazione e una necessità. Business as usual.

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