Perché la vittoria di Merkel è anche merito di Trump

La cancelliera conquista il land del Nordreno-Westfalia, l'effetto Schulz è svanito, asfaltati i populisti. Per il professore Werner Patzelt la bolla di Afd si sgonfia anche per quello che succede negli Usa  

Perché la vittoria di Merkel è anche merito di Trump

Angela Merkel (foto LaPresse)

All'indomani delle elezioni nel Land Nordreno-Westfalia, si può sostenere senza il timore di essere smentiti che la maggioranza dell'opinione pubblica tedesca sia tornata a riporre la propria fiducia in Angela Merkel. La straordinaria affermazione in un Land tradizionalmente socialdemocratico da parte dell'Unione cristiano-democratica e dei liberali dell'FDP lascia ben sperare in vista delle elezioni federali del 24 settembre. 

 

L'indagine demoscopica più recente, divulgata tre giorni prima del voto nel Land di Düsseldorf, vede la Cdu/Csu in cima alle preferenze degli elettori con il 37 percento, seguita dall'Spd con il 27 per cento. Più lontani, invece, gli altri partiti di opposizione con qualche possibilità di entrare al Bundestag, la Camera bassa del Parlamento tedesco: 10 per cento per l'AfD, 7 per cento per la Linke e 8 per cento per ecologisti e liberali a pari merito. I democristiani sono dunque tornati a risalire la china dopo alcuni mesi nei quali l'effetto-Schulz sembrava aver compromesso la candidatura di Frau Merkel per il quarto mandato da Cancelliera. Ma a consentire il rilancio della Cdu/Csu non è stato soltanto il relativo ridimensionamento dei socialdemocratici, bensì anche la brusca battuta d'arresto del partito euroscettico, l'Alternative für Deutschland.

 

Il movimento soffre, infatti, di una grave crisi di legittimazione, oltreché di un evidente problema di credibilità della propria leadership. Nata nel 2013 come assembramento spontaneo di economisti e giornalisti favorevoli a un'uscita della Germania dalla moneta unica o comunque all'idea di frammentare l'Eurozona in più aree monetarie, l'AfD ha spostato il proprio baricentro sempre più a destra in concomitanza con l'afflusso di migliaia di migranti dall'estero, andando a occupare lo spazio politico lasciato vuoto dagli ultraconservatori della Cdu/Csu, ma anche dai neonazisti. Sotto la guida della quarantunenne Frauke Petry, l'AfD ha, quindi, progressivamente abbandonato le posizioni liberal-conservatrici, accentuando il profilo identitario e populista e finendo così per essere classificata come partito di estrema destra dalla stampa. Ciò non ha comunque impedito che l'AfD fiorisse, macinando risultati significativi nelle principali elezioni regionali dell'ultimo periodo. Ma soffiare sul fuoco delle ansie sociali non è sufficiente perché un partito possa avere lunga vita. Ora che l'emergenza migranti pare in parte superata e di crisi della moneta unica si sente parlare sempre di meno, l'AfD ha perso quasi un terzo dei propri sostenitori, mentre il numero di iscritti, in maggioranza uomini di mezza età, langue. Di questa crisi si è assunta la responsabilità la stessa Frauke Petry, diventata nell'ultimo anno e mezzo il vero e proprio volto del partito. Nel corso del congresso tenutosi a Colonia lo scorso fine settimana, Petry, al quinto mese di gravidanza, ha infatti annunciato di non voler correre come capolista alle elezioni federali del 24 settembre.

 

Ad aver giocato un ruolo significativo nel calo di consensi vi sarebbe stata anche l'elezione a Presidente di Donald J. Trump negli Stati Uniti. Ne è convinto Werner Patzelt, professore di scienze politiche nell'Università di Dresda ed esperto conoscitore dei fenomeni politici legati all'estrema destra tedesca: «Molti pensavano – spiega a Il Foglio – che non appena Trump fosse diventato Presidente avrebbe realizzato quanto promesso. Ora, però, si è visto come funziona davvero la realtà politica e quali siano i pesi e contrappesi dei quali il Governo non può liberarsi. Le promesse populiste non portano difilato al cambiamento. Di questo si sono probabilmente accorti anche molti entusiasti sostenitori dell'AfD, che sono stati riportati immediatamente coi piedi per terra».

 

Ma le vicende d'Oltreoceano non devono essere enfatizzate troppo. Ad aver contribuito a sgonfiare (in parte) la bolla dell'AfD è la buona situazione economica e sociale in cui versa la Repubblica federale. Benché l'assorbimento dei migranti provenienti dall'estero sia stato in un primo tempo difficile, le cose sono andate migliorando nel corso di tutto il 2016. «Il Governo non è venuto incontro alle richieste dell'AfD, ma ha affrontato i problemi che in origine aveva sostenuto non vi fossero e che soltanto l'AfD aveva avuto il coraggio di denunciare», chiarisce ancora il professor Patzelt. Tra le misure adottate dal gabinetto di Angela Merkel rientrano i maggiori controlli alle frontiere, le norme per facilitare l'ingresso del mondo del lavoro dei rifugiati e le pene più severe per i richiedenti asilo che delinquono. A convincere gli elettori non poteva bastare qualche slogan rassicurante della Cancelliera, ma servivano passi concreti. Quanto fatto non è però ancora sufficiente per sostenere che l'AfD non sia più un pericolo per la stabilità dei partiti di maggioranza. In un rapporto pubblicato ad aprile dalla polizia tedesca e presentato dal Ministro degli Interni Thomas De Maizière, emerge come il numero di reati commessi dai richiedenti asilo sia aumentato del 52 percento in appena un anno. Segno che i problemi, anche se affrontati, non sono esattamente ancora stati risolti. Un monito chiaro per la Cancelliera in vista del voto di settembre.

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