Merkel e Macron possono lasciare indietro l'Italia? Parla Gros

L'Italia è causa del suo ritardo e può essere una zavorra per la stessa Europa. Parla il direttore del Centre for Economic Policy Studies di Bruxelles (uno dei più influenti think tank europei)

Merkel e Macron possono lasciare indietro l'Italia? Parla Gros

Roma. Perché l’Italia, che pure è tornata a crescere, resta indietro rispetto ai grandi paesi europei? Perché l’economia sembra viaggiare con il freno a mano tirato e il partito del malumore può invocare un giorno sì e uno no il mitico “fanalino di coda”? Sono domande alle quali si risponde in genere chiamando in causa fattori politici, economici o una miscela di entrambi. Déjà-vu. Daniel Gros offre una risposta “tedesca” e per certi versi eccentrica: “Il problema è culturale”, dice il direttore del Centre for Economic Policy Studies di Bruxelles (uno dei più influenti think tank europei) che è anche vicepresidente di Eurizon, la società di gestione di Intesa Sanpaolo.

 

La risposta è interessante perché la questione dei motivi di quel freno a mano tirato è oggi ancora più attuale. Con la vittoria di Macron in Francia e il trionfo di Frau Merkel, nelle regionali tedesche di domenica, l’Europa “core” riparte e la fine del Quantitative easing, il programma di acquisto di titoli di stato della Bce, l’ossigeno che negli ultimi anni ha permesso di tenere a bada lo spread italiano, sembra più vicina. Lo Spiegel scrive che a luglio (altre fonti dicono a ottobre) Mario Draghi avvierà l’operazione di sganciamento. Ma l’Italia arriva all’appuntamento col suo destino finanziario in ritardo di preparazione: con un governo a termine e nel mezzo di una campagna elettorale rissosa in cui sono assenti i temi europei.

 

Gros appartiene al gruppo di studiosi, secondo i quali i problemi dell’euro nascono principalmente dalle differenze nelle filosofie economiche di fondo dei vari paesi e sostiene che la filosofia economica dell’Italia è causa del suo ritardo e può essere una zavorra per la stessa Europa. “Le riforme hanno nel breve periodo alcuni costi non indifferenti, economici e sociali, ma sono destinate a produrre frutti nel tempo – spiega –, l’approccio dell’Italia invece è consistito nel fare alcune riforme, poche, cercando al contempo di aumentare la spesa pubblica per attutirne gli effetti con un po’ di crescita”. C’è un tempo per le riforme e uno per la crescita in altre parole. “Il buon governo consiste nel guardare agli effetti di lungo periodo delle misure, non a quelli di breve”. Nell’ottica di Gros perfino l’instabilità politica e il deficit di governabilità passano in secondo piano rispetto al fatto che il paese “fatica a prendere atto che l’aggiustamento dell’economia, la modernizzazione della società, possono comportare una fase di ristagno o recessione”. Certo la stabilità politica e un governo forte “sono condizioni importanti per il successo dell’azione riformatrice, ma i mercati sono abituati all’instabilità italiana e se non cambia questo approccio orientato al breve termine anche un governo forte non aiuta a colmare il vostro ritardo”.

 

Secondo Gros se la politica della Bce comincerà a virare verso la restrizione, ci potrà essere qualche fibrillazione sullo spread. Ma il vero appuntamento per l’Italia sarà in autunno, quando dopo le elezioni tedesche l’asse Parigi-Berlino comincerà a mettere mano al rilancio del progetto europeo. “Tornato in sicurezza l’euro, l’attenzione si potrà concentrare su programmi ambiziosi e di lungo termine. Sul tavolo ci sono il completamento dell’Unione bancaria e la introduzione di una qualche forma di budget europeo all’interno del quale potrebbe prendere corpo una parziale mutualizzazione del debito”. Ma qui viene il punctum dolens per l’Italia, ovvero il suo deficit di filosofia economica europea. “Il completamento dell’Unione bancaria passa per la creazione di un Fondo di tutela dei depositi che la Germania vuole e che tuttavia implica una limitazione del volume di titoli di stato detenuti dalle banche. Ma l’Italia s’oppone a causa dei problemi dei suoi istituti. Una qualche forma di mutualizzazione del debito è possibile, dal punto di vista tedesco con la Francia di Macron ma non con l’Italia che non ha garanzie politico finanziarie da offrire”. Possibile che Parigi e Berlino vadano avanti senza Roma? “Possibile”, conclude Gros.

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Commenti all'articolo

  • mauro

    04 Luglio 2017 - 10:10

    Veramente con il ristagno e la recessione noi conviviamo fin da quando entrammo nell'euro. E' colpa nostra, lo so, perchè da quel momento ci furono impedite furbizie e svalutazioni, e l'essere governati dall'ideologia comunista, post quanto volete, non poteva produrre che effetti ancor più negativi. Il convento ci passa quello e amen. Ma quello che si evince dal discorso è che noi dobbiamo imparare a convivere con ristagno e recessione fino al giorno del giudizio. Allora, forse, suoneranno le trombe e ci sarà permesso di sedere alla tavola dei grandi e partecipare al festino. Non prima.

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  • giantrombetta

    15 Maggio 2017 - 22:10

    C'è sempre qualcosa di strano se non di stonato in queste analisi del Foglio a varie firme ma di concorde intonazione. Di grazie, consultate almeno i bollettini della Bce e quelli delle maggiori istituzioni finanziarie: non è ' il partito del malumore ma sono le statistiche ad aver fotografato l'Italia in coda ma proprio in coda al treno. Sono i governi degli ultimi anni ad egemonia Pd ad aver condotto l'Italia in questa situazione. E dunque non si tratta di giungere con un ritardo di preparazione all'appuntamento con il nostro destino finanziario. Il dottor Gros, pur non difettando di cautela, non si sogna di far ricorso ad eufemismi per dirci come stiano le cose. Filosofia economica causa del nostro ritardo? A lasciar perdere per una volta le astratte dispute filosofiche non sarebbe più serio dire che il nostro cosiddetto ritardo e' semplicemente figlio di politiche economiche ambigue e alla resa dei conti fallimentari. Almeno così dicono gli economisti che leggo e stimo.

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