La fase due in Siria

Hezbollah minaccia: “La prossima guerra dentro Israele”. Svelata la ragione dei raid israeliani

La fase due in Siria

Il villaggio di Jubata, nel versante siriano del Golan (foto LaPresse)

Roma. Giovedì il leader del gruppo libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha pronunciato un discorso trasmesso in diretta televisiva che è importante per due motivi. Il primo è che ha minacciato Israele e ha detto che la prossima guerra sarà combattuta in territorio israeliano perché “nessun luogo dei territori palestinesi occupati [Israele, ndr] è fuori dalla portata dei missili della Resistenza o dei boots dei combattenti della Resistenza” – dove per Resistenza, in arabo al muqawama, s’intende l’asse tra i libanesi e l’Iran. Hezbollah e Israele hanno combattuto una guerra molto intensa di 34 giorni nell’estate del 2006 e molti osservatori dicono che in questo momento è soltanto sospesa, pronta a riprendere da un momento all’altro (anche se la probabilità che succeda adesso non è alta). Il secondo motivo che rende interessante il discorso di Nasrallah è l’annuncio che il gruppo ha cessato le operazioni al confine est tra Libano e Siria contro le fazioni armate che fanno la guerra al presidente Bashar el Assad perché ormai non c’è più bisogno, il pericolo è finito, da ora in poi basterà l’esercito regolare libanese a garantire la sicurezza in quei luoghi (e quindi a badare che la guerra civile non tracimi in Libano). La campagna per mettere in sicurezza il confine cominciò nell’estate 2012 e finì sui giornali nel 2013 con la presa della città di Qusayr, uno degli snodi più importanti degli antiassadisti, ora è stata dichiarata conclusa con un successo. E questo vuol dire che Hezbollah può usare altrove, in altre parti della Siria, le sue risorse e i suoi uomini induriti da cinque anni di combattimenti – che sono costati al gruppo 1.048 morti secondo la conta aggiornata al mese di aprile.

 

Uno dei fronti siriani che Hezbollah andrà a rafforzare ora che il fianco ovest è sicuro è quello sud, sulle alture del Golan al confine con Israele. Il gruppo e gli sponsor iraniani sanno che se in questo momento scoppiasse la guerra sarebbe davvero svantaggioso lanciare missili contro Israele soltanto dal Libano, dalla solita striscia compresa tra il confine e il fiume Litani, perché le truppe israeliane potrebbero invadere e droni e jet potrebbero rispondere in tempo reale e colpire le zone di lancio – e anche distruggere i comandi militari a Beirut. I generali israeliani hanno fatto filtrare sulla stampa la dottrina in caso di conflitto ed è molto dura: prevede bombardamenti massicci per devastare tutte le infrastrutture e incapacitare “in modo definitivo” il gruppo libanese. Sono passati però undici anni dal 2006 e ora c’è una nuova area da sfruttare: la fascia meridionale della Siria, e Assad non può negarne l’uso ai suoi alleati perché deve loro la sua sopravvivenza. Se Hezbollah si arrocca anche sul Golan per colpire Israele è come se raddoppiasse la piattaforma di lancio – non più soltanto il sud del Libano, ma anche il sud della Siria – e quindi ha più speranze di essere efficace.

 

Il piano d’attacco di Hezbollah

 

E qui si viene alla ragione finalmente svelata da analisti israeliani di così tanti raid aerei di Israele in Siria (almeno 50 a partire dal gennaio 2013, con un’accelerazione da novembre 2016). Finora si diceva in modo generico che era per evitare trasferimenti di armi sofisticate dall’Iran a Hezbollah, incluse le armi chimiche. Ora si comprende meglio. La dottrina militare di Hezbollah e iraniani in caso di ripresa della guerra prevede un bombardamento a pioggia e simultaneo di Israele con un numero altissimo di missili, in modo da sopraffare l’ombrello antimissile che protegge il paese. Per rendere questa strategia efficace c’è bisogno di grandi scorte di missili e pure del tipo più preciso, in modo che i pochi che riescono a passare oltre le difese antimissile di Israele – quindi che non sono intercettati in volo – possano colpire bersagli importanti e non cadano in qualche zona deserta.

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