Chi è il vero Macron? Qualche indizio partendo dal maestro Ricoeur

Il leader di En Marche! rivendica le sue letture formative e la sua ispirazione filosofica. Gli esperti sono divisi

Chi è il vero Macron? Qualche indizio partendo dal maestro Ricoeur

Foto LaPresse

Roma. Ora che il 7 maggio è vicino, con la resa dei conti e il ballottaggio, Emmanuel Macron, candidato centrista e vincitore del primo turno delle presidenziali francesi, si leva i panni del bravo ragazzo e tira fuori le grinfie. Così il golden boy della finanza internazionale, il banchiere progressista che vuole liberare energie, rilanciare il lavoro, integrare gli esclusi compie la sua metamorfosi in vista del secondo turno, e semina il dubbio. Chi è il vero Macron? Quali sono le idee che lo ispirano, e che senso ha l’ascendente filosofico di Paul Ricoeur, che lui rivendica, e cosa resta dell’eredità di quel filosofo della politica, studioso di Aristotele e di Machiavelli che il liberale Macron considera un maestro?

Nella migliore delle ipotesi si plaude al ritorno di un intellettuale al potere, dopo anni di abbandono. L’ultimo nel genere, infatti, fu François Mitterrand, che citava “Il Principe” a memoria, e sognava di scrivere come Flaubert. Poi venne un cultore di sumo e di civiltà precolombiane, seguito da un autodidatta nervoso che, prima di riscoprire Proust grazie alle nozze con una cantautrice italiana, cercò di eliminare “La Princesse de Clèves” dal programma per i concorsi pubblici. Su Hollande, assorto nella lettura dell’“Histoire expliquée aux nuls” in canottiera sotto un ombrellone, stendiamo un pietoso velo. Ma Macron adesso rivendica senza complessi il ruolo emancipatore della cultura e la passione delle idee. Ricorda di aver scritto una tesina su Hegel con Etienne Balibar a Nanterre, e rivendica l’apprendistato filosofico con Ricoeur, dopo aver letto Kant, Aristotele e Machiavelli. E in più rende omaggio alla riflessione sulla democrazia e sui rischi di un potere disincarnato, che non riesce a occupare il posto vuoto lasciato dal re, perché da liberale moderato e antigiacobino (ostile al regicidio del 1793) pensa sia giusto riabilitarlo, restituendo dignità alla funzione presidenziale. E’ un vero liberale, ha spiegato Marcel Gauchet, e testimonia l’incapacità della democrazia moderna di riempire uno spazio, oltreché la fragilità della politica che non riesce più a dare un senso di appartenenza e di identificazione in un destino comune. Allora Macron non segna solo il ritorno di un intellettuale al potere, ma anche il ritorno alla verità in politica, da tradurre magari con la ricerca di un consenso nuovo, forte, reale, sincero, che vada oltre i partiti e le vecchie oligarchie.

 

Eppure, nel pieno della battaglia, i pareri discordano. Myriam Revault d’Allonnes, che di Ricoeur fu allieva e amica, e oggi siede nel consiglio scientifico del Fondo Ricoeur, denuncia “l’esagerato beneficio simbolico” che Macron cerca di trarre dal comune maestro. E’ vero che è stato il suo assistente, ma solo editoriale, precisa la studiosa, solo per aiutarlo a pubblicare una raccolta di saggi, “La Mémoire, l’Histoire, l’Oubli”, uscita da Seuil nel 2000. Opposto parere mostra lo scrittore Erik Orsenna, già consigliere letterario di Mitterrand e oggi accademico di Francia: “Come Ricoeur anche Macron persegue l’apertura al possibile, dando a tutti la possibilità di esprimersi, di vivere una vita piena. Come Lévinas in ogni essere umano vedeva un volto, così Ricoeur in ogni uomo vedeva una promessa. Macron come lui resta convinto che il senso vero del progresso sia legato alla cultura, perché la cultura è più grande di noi, ci permette di uscire da noi stessi. E’ il contrario della depressione”. Certo, l’interpretazione è minimale e può suonare agiografica. Ma intanto torna in auge uno dei grandi pensatori del Novecento (Seuil pubblica un’antologia di saggi, “Philosophie, éthique et politique”, a cura di Myriam Revault d’Allonne) e i giornali tolgono dall’oblio il vecchio professore alla Sorbona, a Nanterre, riparato a Lovanio e Chicago per sfuggire la contestazione, morto nel 2005, dopo una vita passata a pensare il conflitto, mettendo al centro la vita della polis, e attraversando in solitudine la deriva strutturalista e il trionfo della psicoanalisi. “Non capisco niente”, rispondeva a Jacques Lacan che insisteva per averlo al suo seminario. In fondo, è stato un moderno aristotelico che ragionava sull’aporia tra il consenso al potere e la logica dell’agire comune, meditando senza indulgenza sull’effetto paradossale, in termini di arbitrio e di violenza, che da quel conflitto ne deriva. Era un realista, un pensatore del male, grande lettore di Machiavelli e Kant che ha insegnato a interpretare i testi classici, e a ragionare sui miti e sui simboli che quei testi hanno generato.

 

Anche tornando alle fonti, il dubbio resta. L’ascendente Ricoeur che Macron rivendica non sarà l’ennesimo trabocchetto di un candidato in cerca di consensi nel paese della cultura e della idee? Chi è Macron?, si domandava un anno fa François Huguenin: l’uomo del bene comune o della finanza internazionale? E riuscirà a riformare lo stato, senza dimenticare i più deboli, a integrare le religioni nell’interesse collettivo, a trovare un’azione coerente, il prestigiatore dei possibili, l’equilibrista del “ma anche”, che cerca di tenere insieme l’elogio di Giovanna d’Arco e la tolleranza per le islamiche in burkini?

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