Una buona notizia dalla Libia

Tutte le parti hanno capito che la guerra non serve a nessuno. Il ruolo italiano

Una buona notizia dalla Libia

Fayez al Serraj (foto LaPresse)

Per mesi gli osservatori sono stati sicuri che il destino di Fayez al Serraj, primo ministro della Libia, fosse segnato. Delle due parti in cui il paese è di fatto diviso, Serraj non riusciva a controllare saldamente nemmeno quella che gli spetterebbe, nonostante il sostegno, accorato ma poco concreto, della comunità internazionale. Al tempo stesso, da est il generale Khalifa Haftar, padrone della Cirenaica sostenuto da Russia ed Egitto, minacciava di marciare su Tripoli e riunificare la Libia. Da qualche settimana, tuttavia, con una serie di incontri discreti culminata con la stretta di mano tra i due arcinemici Serraj e Haftar, la situazione terminale del premier sembra essersi alleviata. Apparentemente, gli sponsor esteri di Haftar hanno deciso che il rischio di una lunga guerra araba per la conquista di Tripoli – la quale rischierebbe di trascinarsi per anni e di estendersi ai paesi confinanti – non vale il beneficio di avere il proprio beniamino al comando dell’intero paese.

 

Una nuova guerra in Libia bloccherebbe le esportazioni di petrolio, che sono in ripresa, ma soprattutto offrirebbe enormi opportunità allo Stato islamico, cacciato l’anno scorso da Sirte ma ancora latente e in attesa, come un virus, che l’organismo torni debole e vulnerabile. Un accordo con Haftar potrebbe essere gravoso, il generale non si accontenterà di qualche concessione, ma eviterà la spaccatura tra est e ovest del paese. In questo successo diplomatico una parte preminente spetta al lavoro di tessitura della diplomazia italiana. Grazie anche agli sforzi di Roma, tutte le parti in causa sembrano aver capito che solo con una Libia riunita e pacificata sarà possibile iniziare a parlare sul serio dei temi che più stanno a cuore alla comunità internazionale, dall’immigrazione alla sicurezza.

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