I Murdoch e il popolo di Fox

Dietro la cacciata di O’Reilly, maestro di ascolti, c’è la battaglia (culturale) della famiglia Murdoch

I Murdoch e il popolo di Fox

Quando Fox News ha licenziato Bill O’Reilly con un comunicato di due righe, l’anchorman era all’udienza generale del Papa. Il network non ha aspettato nemmeno che rientrasse a New York alla fine di una vacanza in Italia programmata da molto prima che scoppiasse lo scandalo sulle molestie sessuali. Sui media americani la rapida stretta di mano con Francesco si è subito trasformata in un irreale “incontro”, giusto per non perdere l’occasione di sottolineare l’ipocrisia di un uomo di potere che allunga le mani sulle donne e poi mostra il suo volto devoto al cospetto del vescovo di Roma. L’agonia di O’Reilly è durata diciotto giorni. Un’inchiesta pubblicata sul New York Times il primo aprile ha rivelato una serie di denunce per molestie sul lavoro nascoste sotto il tappeto da Fox con patteggiamenti per un totale di oltre tredici milioni di dollari. L’articolo del New York Times ha avuto un effetto duplice. Da una parte, ha convinto altre donne a farsi avanti nel denunciare O’Reilly, spezzando un clima di intimidazione che pare regni incontrastato nei corridoi di Fox News. Dall’altra ha messo in fuga gli sponsor. Oltre cinquanta inserzionisti hanno ritirato le loro pubblicità dalla costosa (e redditizia) prima serata di O’Reilly, dominatore assoluto degli ascolti del network. La 21st Century Fox, che controlla Fox News, ha assunto gli avvocati di un notissimo studio di New York per condurre un’indagine interna, e probabilmente anche per fare una stima dettagliata dei costi e dei benefici di un’operazione che scuote la rete dopo soltanto nove mesi dalla cacciata di Roger Ailes, deus ex machina della comunicazione politica, in senso lato, dai tempi di Nixon diventato scudo e spada dalla famiglia Murdoch. La posizione prominente di O’Reilly, arrivato a Fox nel 1996, fa apparire gelida la striminzita nota con cui è stato accompagnato alla porta: “Dopo un’attenta revisione delle accuse, l’azienda e Bill O’Reilly hanno deciso che Bill O’Reilly non tornerà su Fox News”.

 

O’Reilly nega le accuse che gli sono state mosse, e che non sono mai state vagliate dagli organi di giustizia, e nega che sia mai esistito quello che il New York Times descrive come un pattern codificato. O’Reilly individuava fra le colleghe o le ospiti del suo programma persone sulle quali poteva meglio esercitare il suo potere, le lusingava con promesse di carriera e quando l’aggressione, verbale e non, era compiuta ricattava le vittime con la minaccia di distruggere la loro posizione professionale. In una nota si è detto “tremendamente addolorato da una separazione che avviene a causa di accuse totalmente infondate”. Che Fox abbia preso un provvedimento tanto rapido, drastico e costoso in assenza di processi e condanne ai danni del giornalista che più di ogni altro ha contribuito a fare di Fox News il più profittevole canale di news della storia della televisione, mostra che la decisione risponde a una logica più ampia, dove O’Reilly è la vittima prescelta – anzi una delle vittime – di una guerra generazionale all’interno del clan dei Murdoch. Sono stati James e Lachlan, i figli di Rupert, a decretare la cacciata di O’Reilly. Sono stati sempre loro ad affidare allo stesso studio di avvocati che nove mesi fa si è occupato di Ailes, certificandone la cacciata in poche settimane, l’indagine interna che ha fatto saltare O’Reilly. Coerentemente, è stato James a metterci la faccia, rispondendo alle domande dei cronisti durante una conferenza stampa teoricamente dedicata ad altro: “Abbiamo fatto un’indagine e abbiamo raggiunto una conclusione”.

 

Fra gli esegeti della famiglia Murdoch è noto che le decisioni del vecchio Rupert sono guidate essenzialmente, se non esclusivamente, dalla “bottom line”, la stella polare del profitto. Quando la commentatrice Gretchen Carlson se n’è uscita con le accuse di molestie ad Ailes, Rupert avrebbe voluto negare tutto e farle la guerra con gli avvocati, ma i figli hanno immediatamente visto la possibilità di eliminare un loro nemico, l’incarnazione di un modo antico di concepire la televisione, e hanno optato per il combinato disposto del patteggiamento con la vittima e la buonuscita per Ailes. Il presidente di Fox News ha ricevuto qualcosa come 40 milioni di dollari per andarsene senza strascichi, e dopo la sua cacciata sono fioccate altre accuse di molestie, sopra tutte quelle di Megyn Kelly, superstar che James e Lachlan hanno tentato invano di tenere nella scuderia, perché il suo volto corrisponde all’immagine che vogliono dare alla nuova Fox.

 

Rupert non si è messo di traverso all’epurazione di Ailes anche perché sapeva che quella figura, per quanto venerata e temuta, non generava profitti. O’Reilly è diverso. Non soltanto negli ultimi anni è stato il traino della prima serata e ha macinato numeri che hanno umiliato la concorrenza, ma ha coniato battaglie strettamente legate alla sua figura che sono diventati temi comuni a tutto il popolo conservatore. E’ stato lui, ad esempio, a lanciare la “battaglia sul Natale”, la polemica ciclica sulla progressiva esclusione degli elementi e dei significati religiosi dalla festa più importante del mondo. Agli occhi dei giovani Murdoch tutto questo corrisponde a un mondo antico fatto di battaglie di retroguardia e di strenua protezione dei generali fedeli, anche quelli che cadono in disgrazia. Nel mondo di Rupert le accuse di molestie si possono combattere sguinzagliando mastini nelle aule di tribunale, nel mondo dei suoi figli non c’è via d’uscita, gli accusati vanno accompagnati alla porta prima di qualunque inchiesta. Accompagnati con gentilezza, s’intende. Secondo il Financial Times, O’Reilly porta a casa una buonuscita da 25 milioni di dollari, che non è una cifra astronomica se si considera che il nuovo contratto della star televisiva era da una ventina di milioni l’anno fino al 2021. Contrariamente a quanto accaduto con Ailes, i Murdoch non hanno pagato l’equivalente dell’intero contratto. E’ un altro segnale di cambiamento nella cultura di un’azienda che si trova in mezzo a un guado generazionale e culturale. Michael Wolff, storico della casata dello Squalo, ha notato l’ironia di essere messi sotto scacco dalle accuse di molestie, che sono il pane quotidiano della lotta alla vittimizzazione condotta da Fox. La cacciata di O’Reilly mostra che sono altri i criteri e le leggi che governano il nuovo corso. “Non importa se O’Reilly o Ailes hanno commesso o no le cose di cui sono accusati – non c’è stato un processo, non ci sono prove – la loro vera colpa è che la gente crede che possano averli commessi”, conclude Wolff.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi