Fare i conti con Trump? Che azzardo, ma i pragmatici vedono qualche spiraglio

Il presidente americano fa quello che Obama non aveva voluto fare, senza tracciare linee rosse

Paola Peduzzi

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Fare i conti con Trump? Che azzardo, ma i pragmatici vedono qualche spiraglio

Donald Trump (foto LaPresse)

Milano. Fidarsi di Donald Trump è un’impresa che molti non vogliono nemmeno concepire, stiamo pur sempre parlando di un’Amministrazione che ha fatto dell’improvvisazione e dello scontro interno darwiniano la propria cifra. Ma il blitz contro il regime di Damasco dopo l’attacco chimico della scorsa settimana ha messo molti esperti e ideologi di politica estera, in particolare quelli interventisti, in una posizione complicata: per anni hanno sostenuto che Barack Obama aveva indebolito grandemente la leadership americana tracciando linee rosse e poi rifiutandosi di reagire nel momento in cui le linee rosse erano state valicate. Poi hanno criticato l’approccio di Trump, il quale fino a una settimana fa era decisamente anti interventista, ripiegato sul proprio isolazionismo e su quello dei suoi elettori. Ora si trovano di fronte alla più improbabile delle situazioni: Trump fa quello che Obama non aveva voluto fare, senza tracciare linee rosse sull’utilizzo di armi chimiche, ma dicendo che il rais siriano Assad è “un animale”, che l’utilizzo delle armi chimiche è “inaccettabile” e soprattutto che il resto del mondo deve decidere da che parte stare: o con noi o con la Siria, l’Iran e la Russia – formulazione che ha tutta l’aria di un asse del male, per quanto esplicitata senza alcuno slancio ideale. E ora, che si fa? Si dà credito alla mossa trumpiana? Si continua a pensare che una casella al suo posto in una generale improvvisazione non è sufficiente?

 

I francesi, che sulla questione siriana sono da anni i più falchi di tutti (nel 2013, quando pareva che il blitz contro Damasco fosse imminente, gli aerei da guerra francesi erano già sulla rampa di lancio, e Obama chiamò direttamente il presidente Hollande per fermarlo), hanno scelto la via pragmatica: intervistato dal Monde ieri, Hollande ha detto che bisogna partire dalla buona mossa americana per costruire un nuovo percorso in Siria, nel quale Assad non rientra più nell’equazione. La star con la camicia sbottonata dell’interventismo liberale, Bernard-Henri Lévy, ha twittato: “Nulla giustifica il massacro di bambini siriani. Nulla ci permette, siccome ad agire è stato Trump, di criticare quel che avremmo voluto che facesse Obama”. Bill Kristol, leader della ridotta neocon antitrumpiana, ha ironizzato sul tweet di Lévy, dicendo che è già pronto per lui un incontro a Mar-a-Lago con Trump, ma ha anche notato due cose: che pare appunto che sia stato definito un’altra volta un asse del male; che anche le presidenze di Ronald Reagan e di Bill Clinton erano iniziate in mezzo alla confusione; e che c’è più probabilità che Trump si riveli più un Bush padre chirurgico e realista che un Bush figlio interventista e idealista. Siamo comunque ben distanti dalla premessa isolazionista del trumpismo, ed è anche per questo che altri esponenti del mondo neocon, come Paul Wolfowitz ed Elliot Abrams, cercano di uscire dall’impasse fidarsi-non fidarsi e invece analizzano il nuovo spazio negoziale che si è creato nel momento in cui il presidente ha ordinato la ritorsione contro Damasco. Questo è il punto di partenza, al di là del tifo e delle ideologie: Trump ha riaffermato la leadership americana in Siria dopo che per anni s’è giocato di rimessa rispetto alle mosse della Russia. Di più: con l’invito agli alleati a dire con chiarezza che né l’utilizzo di armi chimiche né la copertura di questi fatti “vergognosi” da parte degli alleati di Damasco (vedi la Russia) saranno tollerati, Trump sta anche chiedendo al resto del mondo di schierarsi. Non si era mai vista una cosa del genere, e anzi – scrive sul Wall Street Journal Bret Stephens, un anti trumpiano – questa mossa rivela le menzogne obamiane sull’impossibilità di colpire Assad.

 

Che cosa fare di questo nuovo spazio ancora non è chiaro, e questo basta a molti altri commentatori per dire che no, non è il caso di fidarsi affatto. Anne Applebaum scrive sul Washington Post che non cambia nulla, che questa Casa Bianca resta inaffidabile e che anzi le schermaglie con la Russia fanno il gioco dei trumpiani che devono levarsi di dosso l’ombra di una eterodirezione russa con complicità illecite. Anche Max Boot è dello stesso avviso, la dottrina trumpiana si risolve in azioni che il presidente compie quando vede qualcosa in tv che lo colpisce. Fidarsi è un lusso, ma vedere di sfruttar bene lo spazio che si è creato potrebbe essere sì una nuova strategia.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    13 Aprile 2017 - 13:01

    è tutta fuffa .La Siria consentendo a Assad di riacquistare il suo potere assoluto si stabilizzerebbe . Il solito dittatore ( gli europei hanno coccolato dittatori della stessa stazza di Assad ) contro centinaia di migliaia di morti e milioni di rifugiati . insisto è un cambio equo salvo le isterie e i mutamenti di giudizio delle potenze egemone, che hanno solo un destino per quanto sono perfide ,l'Inferno.

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