Fine di una storia

Putin rifiuta gli ultimatum e si fa beffe della politica "confusa" di Trump

Il vecchio amico Rex Tillerson fa molta anticamera per sentirsi dire che è assurdo scaricare Assad ora

Mattia Ferraresi

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Putin rifiuta gli ultimatum e si fa beffe della politica "confusa" di Trump

Vladimir Putin (foto LaPresse)

New York. Rex Tillerson non aveva mai fatto tanta anticamera al Cremlino. Vladimir Putin ha fatto attendere a lungo il segretario di stato al quale, una volta, ha conferito una medaglia per l’amicizia, dopo l’incontro con il suo omologo, Sergei Lavrov, trasmettendo con il linguaggio dei gesti ciò che ha detto a parole in un’intervista: “Il livello di fiducia fra Stati Uniti e Russia non è migliorato, forse si è anche deteriorato”. A livello delle dichiarazioni pubbliche, la missione di Tillerson a Mosca è andata come poteva andare una visita anticipata da un documento in cui il Consiglio di sicurezza nazionale spiega che la Russia ha collaborato e coperto l’attacco chimico del 4 aprile, con Tillerson che procalama una specie di ultimatum (“o con noi o con Assad”) e Trump che dalla Casa Bianca rincara la dose: “Putin sta sostenendo una persona malvagia, penso che sia davvero una cosa brutta per la Russia, per l’umanità, per il mondo”. Ha chiamato “animale” il dittatore che dieci giorni fa non era una priorità americana.

 

Putin in persona si è fatto beffe della versione americana sull’attacco chimico. Evocando il paragone con le prove sulle armi di Saddam esibite dagli americani nel 2003 ha dato un boccone succulento agli affamati di propaganda . Sul piano politico, un portavoce del Cremlino ha rubricato come “assurdo” l’abbandono, mentre Lavrov, diplomatico scafato, ha preso Tillerson per le corna della posizione indecifrabile e ondivaga degli Stati Uniti, che si sono prodotti in una vasta gamma di dichiarazioni “confuse e talvolta apertamente contraddittorie su molte questioni bilaterali e internazionali”.

 

Con perfetto tempismo è arrivata la dichiarazione di Trump di sostegno “al cento per cento” della Nato, istituzione fino a pochi mesi fa giudicata obsoleta nel quadro di virata della politica estera americana sotto la stella dell’“America First”. Mosca, insomma, non ha soltanto criticato la posizione di Trump, ma ha criticato il fatto che Trump non ha una posizione. Quella che aveva in origine è stata spazzata via dall’attacco “illegale” – così si esprime il Cremlino – alla base di Shayrat. Quello che rimane è il tentativo di separare Putin da Assad. “Esisteva la possibilità che la Russia rinunciasse, nel medio periodo, ad Assad, ma con l’attacco americano è diventato impossibile”, dice al Foglio John Mearsheimer, politologo dell’Università di Chicago di scuola realista. “Per racimolare consenso, Trump si è allineato con la posizione dell’establishment, senza capire che così ottiene l’effetto contrario a quello che si propone. E’ naturale che Mosca ora rinsaldi il rapporto con Assad, scaricarlo significherebbe ammettere che le azioni degli americani determinano la politica estera russa. Trump crede davvero che un piccolo attacco possa piegare Putin? Non so se lo pensa davvero, ma mi pare che il senso di questa giravolta sia da cercare nella politica interna”, conclude Mearsheimer.

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