"Caro Richard Gere, prima di parlare male di Israele, la prossima volta si documenti"

L’attore è stato nei Territori ma non ha voluto vedere il terrorismo, la vera “apartheid” e ciò che il mondo non dice dei palestinesi scrive Yedioth Ahronoth

"Caro Richard Gere, prima di parlare male di Israele, la prossima volta si documenti"

Foto LaPresse

Caro Richard Gere, lei ha recentemente visitato Hebron accompagnato da attivisti di ‘Breaking the Silence’ i quali probabilmente le hanno detto quello che dicono a tanti altri diplomatici, giornalisti, parlamentari e ospiti occasionali sui crimini di Israele, sui poveri abitanti palestinesi di Hebron e altro ancora”. Inizia così la lettera aperta al divo di Hollwood di Dror Ben Yemini, uno dei maggiori editorialisti israeliani. “La sua unica reazione è stata affermare che ‘è esattamente come il vecchio Sud in America, quando i neri sapevano bene dove non potevano andare se non volevano avere la testa rotta o essere linciati’. Se lei vuole contribuire in qualche modo a una riconciliazione tra israeliani e palestinesi, vi sono alcuni fatti che dovrebbe conoscere. Hebron è la città più santa e più importante per la tradizione ebraica, seconda solo a Gerusalemme. Non c’è alcun bisogno di giustificare ogni iniziativa israeliana in quella zona, ma bisogna almeno conoscere il quadro complessivo e reale: agli ebrei, e solo agli ebrei, è interdetto il 97 per cento della città di Hebron (tutta la zona H1 e la maggior parte della zona H2); le restrizioni per i palestinesi si applicano essenzialmente a una sola strada, che viene visitata da decine o centinaia di persone ogni settimana, affinché si possa spacciare la mistificazione dell’‘apartheid’ israeliano. Mi permetto di supporre che gli attivisti di Breaking the Silence non le hanno detto che i palestinesi non corrono nessun pericolo di linciaggio. Un ebreo che entra accidentalmente in territorio palestinese, invece, è immediatamente minacciato di linciaggio (tanto che deve essere subito portato in salvo dalle forze israeliane e talvolta dalla stessa polizia dell’Autorità Palestinese). L’unica cosa da discutere, semmai, è la logica di (ri)creare un insediamento ebraico nel cuore di una popolazione araba. Personalmente sono contrario: sono convinto che, nell’ambito di un accordo globale, bisognerà condonare molto del passato, come è avvenuto coi grandi mutamenti demografici in Europa. Ma questo non ci esime dal conoscere i fatti. Hebron, poi, è solo una parte della storia. I palestinesi hanno un’autonomia, un parlamento eletto, un governo, un presidente e anche rappresentanti diplomatici in tutto il mondo. Se il controllo israeliano perdura è perché i palestinesi stessi hanno ripetutamente respinto qualsiasi proposta concreta di accordo. Suppongo che non abbia sentito niente di tutto questo dagli attivisti di Breaking the Silence. Loro non le parleranno mai del terrorismo. Non le diranno mai del rigetto palestinese di ogni accordo. Possono spacciarle bugie, mezze verità e distorsioni, e possono farlo liberamente anche a Hebron, perché Israele è una democrazia. Non sono persone cattive. Agiscono in buona fede. Ma sono ciechi. Soprattutto, si sbagliano e inducono in errore. Che cosa dovrebbe fare Israele? Sgomberare la zona senza un accordo, in modo che ciò che è accaduto nella striscia di Gaza accada di nuovo anche a Hebron e in tutta la Cisgiordania? Il risultato immediato e certo sarebbe l’istituzione di un’entità islamista o di un ramo dell’Isis che causerebbero maggiore terrorismo, maggior dolore e sofferenze, maggiori distruzioni anzitutto ai palestinesi stessi. Questo è quello che è successo nella striscia di Gaza e che sta accadendo in Libia, in Nigeria, nel Sinai egiziano, in Siria, in Iraq, in Afghanistan. E’ quello che succede in ogni luogo che cade sotto il controllo dell’islamismo estremista. L’apartheid non c’entra niente. Ciò che le è stato mostrato a Hebron non è altro che un’esibizione che fa parte di un’opera di propaganda anti-israeliana che non avvicina affatto la pace né i diritti umani, e contribuisce solo a perpetuare il conflitto. Le è venuto in mente di dire loro qualcosa riguardo all’incessante indottrinamento palestinese all’odio e alla violenza? Riguardo al razzismo? Riguardo all’antisemitismo? Riguardo a intransigenza e rifiuto? La sua attività e l’attività di altri come lei a favore dei diritti umani è importante. Ma prima di prendere una posizione è necessario conoscere i fatti. Giacché le cose che lei ha detto non aiutano a promuovere né la pace né la condizione dei palestinesi. Non fanno altro che perpetuare le menzogne e il rifiuto. Dunque, la prossima volta che decide di prendere pubblicamente posizione, prima si studi un po’ la materia. Solo allora, signor Gere, potrà offrire utili consigli”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    10 Aprile 2017 - 21:09

    Sono parecchi: prestano la propria faccia a Obama e al partito democratico, nella caccia alle streghe piú patetica a memoria d'uomo. E poi si osa dire che il Presidene sia un fake...ancora piú patetico.

    Report

    Rispondi

  • luigi.desa

    10 Aprile 2017 - 15:03

    ormai è una moda sempre più radicata .artisti di ogni genere trovarobe di ogni genere autori con la etichetta 'sono famoso' esala giudizi dissennati su la politica l'economia la politica la geopolitica scienza ed altro . Maryl Streep miliardaria si traveste da simpatizzante di Bernie Sanders vetero comunista travestito da socialista . Funesta la partecipazione di Bernie alle presidenziali americane per aver importato nel nuovo mondo ,che è nato liberale ( mi pare così fossero i padri pellegrini) il virus dello statalismo più sfrenato della democratja e della violenza di piazza. In più di mezzo secolo mai visti i blackboloc per le strade di NYC con la bandiera rossa

    Report

    Rispondi

Servizi