“Trump non sarà dei nostri”, diceva il Cremlino già qualche settimana fa

In Russia si placa l’euforia trumpiana e si rompono i patti di collaborazione in Siria. Tra sospetti e sollievo

“Trump non sarà dei nostri”, diceva il Cremlino già qualche settimana fa

Donald Trump e Vladimir Putin

Milano. Il senso di smarrimento e delusione lo riassume al meglio il premier Dmitri Medvedev, che lo affida a un lunghissimo post in due lingue su Facebook, dall’incipit lapidario: “Vsyo. That’s it”. “Trump non sarà dei nostri”, avvertiva già qualche settimana fa Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, “basta con l’euforia”. Ma nonostante nessun politico russo sia stato più prudente nei confronti del nuovo presidente americano di Vladimir Putin, il colpo è pesante. Tutto è tornato sui propri passi, e Peskov riferisce il parere del presidente russo, il raid missilistico americano contro la base di al Shayrat è “un atto di aggressione contro uno stato sovrano, compiuto in maniera pretestuosa”, che comporta un “serio danno alle relazioni russo-americane, gia ridotte in uno stato deplorevole”. Intanto la condanna di Mosca si unisce a quella dell’Iran e della Corea del nord, con il resto del mondo che esulta ricompattato. Si torna nemici come prima, e chi come Peskov sosteneva che peggio che con Obama e Hillary non poteva andare, ora parla di “conseguenze apocalittiche”.

 

Tra i tanti aspetti del raid a sorpresa ordinato da Trump c’è anche questo: lo scontro diretto tra russi e americani è stato evitato per un pelo. Il ministero della Difesa russo comunica che non ci sono vittime russe, e fonti del Pentagono confermano di aver consapevolmente evitato di colpire le zone di al Shayrat dove erano dislocati aerei, elicotteri e militari di Mosca. (Zafesova segue a pagina quattro)Il comando russo è stato avvertito dell’attacco in anticipo, conferma Peskov, “attraverso i soliti canali” di comunicazione militare, che d’ora in poi però non ci saranno più: ieri Mosca ha sospeso il memorandum sul coordinamento dei raid in Siria tra russi e americani, negoziato con l’Amministrazione di Obama. Alla propaganda russa non resta che insistere sul fatto che Bashar el Assad non aveva armi chimiche, alludere a provocazioni – il presidente del comitato Esteri della Duma Leonid Slutsky, a suo tempo uno dei fan più accesi di Trump, sospetta una “provocazione per delegittimare il presidente”, quasi che i missili fossero partiti a sua insaputa – e spiegare che in realtà gli americani hanno una pessima mira e 36 dei 59 Tomahawk lanciati avrebbero mancato il bersaglio. Con un mini “giallo” subito sollevato dai giornalisti, e dall’ambasciatore siriano a Mosca, che ha comunicato all’agenzia russa Interfax di voler capire meglio se i russi fossero stati avvertiti del raid, e con quanto anticipo. E di conseguenza, perché non sono entrate in azione le contraeree S-300 e S-400 che i russi avevano presentato come miglior arma nel suo genere al mondo. Un fallimento, come era già successo ad altri armamenti russi molto pubblicizzati nei tg e alle fiere internazionali, oppure un “complotto” russo-americano ai danni di Assad, un alleato che più volte aveva infastidito il Cremlino? L’ex comandante della difesa antiaerea russa Igor Malzev spiega a Gazeta.ru che l’altitudine dei missili americani li rende “imprendibili” nel raggio d’azione delle batterie russe in Siria, troppo lontane da al Shayrat. Ma la spiegazione più semplice potrebbe essere quella di evitare lo scontro diretto: un conto è una vecchia buona guerra per procura tra russi e americani, come in Afghanistan e in Vietnam, un altro un missile o un aereo americano abbattuto direttamente dai russi (o viceversa), un preludio alla Terza guerra mondiale. I russi hanno visto arrivare i missili americani, e li hanno lasciati volare indisturbati. 

 

Si torna dunque al copione collaudato della Guerra fredda 2.0, con schermaglie al Consiglio di sicurezza, accuse reciproche e sanzioni, come si era già capito nei giorni scorsi, dopo che Trump aveva chiesto ai russi di “restituire la Crimea” all’Ucraina e il suo ex consigliere Michael Flynn aveva accettato di testimoniare con l’Fbi sulle “Russian connection” elettorali. Con un colpo solo, anzi 59, Trump si libera dalla fama di “marionetta di Putin”, anche se il premier Medvedev lascia uno spiraglio, accusando l’establishment di “falchi” americani di aver “piegato il presidente in due mesi e mezzo”. Il sogno di una Casa Bianca “filorussa” s’affievolisce, con un sospiro di sollievo di molti – dai militari ai propagandisti – e la campagna elettorale di Putin-2018 a questo punto si svilupperà sulla tradizionale falsariga della Russia assediata dall’occidente malvagio. Le alternative – scaricare Assad, oppure sfilarsi discretamente – appaiono a questo punto poco praticabili.

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