Trump vs Assad

L’America non esclude l’opzione militare come risposta alla strage con armi chimiche nel nord della Siria

Trump vs Assad

Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. A quattro anni di distanza dal massacro con armi chimiche nella parte est della Ghouta, il lungo hinterland della capitale siriana Damasco, avvenuto nell’agosto 2013, alla Casa Bianca c’è un’Amministrazione di segno opposto che però è finita nella stessa situazione. Something has to be done, è il refrain a Washington, ma non è chiaro che cosa. Far valere la minaccia della linea rossa, che il governo siriano è accusato di avere attraversato di nuovo? E se sì, come? Il presidente Donald Trump ha detto ad alcuni senatori del Congresso di stare pensando a un’azione militare come risposta all’attacco chimico che martedì mattina ha ucciso decine di civili in Siria. L’Amministrazione ha preso una posizione di aperto contrasto con la Russia di Vladimir Putin, che due giorni fa ha invece offerto all’alleato di Damasco una versione diplomatica di copertura per deflettere la responsabilità delle immagini forti che scorrono in tv e su internet.

 

Se il governo siriano ha pensato di avere raggiunto uno status di impunità e di poter regolare i conti interni – come Saddam Hussein che nel 1990 invase il Kuwait credendo che l’America sarebbe rimasta neutrale – potrebbe avere peccato di un eccesso di sicurezza.

 

Giovedì le analisi sui corpi contaminati portati fuori dalla Siria hanno confermato le diagnosi dei dottori nelle sale d’emergenza, che parlavano di sintomi di esposizione al sarin per molte vittime e in altri casi di esposizione a un altro agente chimico meno sofisticato – come il cloro.

 

La presenza dell’agente nervino sarin apre un problema enorme perché in teoria il sarin in Siria non dovrebbe più esistere dal 2013, dopo l’implementazione di un patto a tre tra governo siriano, Amministrazione Obama e Russia – con le Nazioni Unite come garanti – che aveva come traguardo la rimozione di tutto l’arsenale chimico dal paese. Quell’anno l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che si occupava degli aspetti tecnici dell’accordo, prese addirittura il premio Nobel per la Pace. In seguito in Siria ci fu una sequenza di attacchi chimici nelle aree sotto il controllo dei ribelli ma erano a base di cloro, che sebbene fosse incluso nell’accordo ha effetti meno letali e tutto sommato furono considerati “attacchi chimici veniali”. Nel frattempo ci sono state molte voci (fonti anonime diplomatiche riprese da Reuters per esempio) su violazioni da parte del governo siriano, che non avrebbe consegnato proprio tutte le scorte e ne avrebbe nascoste alcune – forse per tenerle come arma di deterrenza in caso di sconfitte gravi (era il 2013, la Russia non era ancora scesa in campo a mettere in sicurezza la posizione di Assad), ma nessuna reazione. Da martedì mattina, tuttavia, la comunità internazionale scopre di essersi cullata in un’illusione per quattro anni. In Siria il sarin c’è ancora.

 

E’ un problema enorme di prospettiva storica anche per l’Amministrazione Obama, che nel 2014 – quando si conclusero le operazioni di smantellamento dell’arsenale – cantò vittoria. Anzi, citò l’accordo siriano come esempio per l’accordo dell’anno successivo con l’Iran sulla sospensione del programma atomico. Nel gennaio 2014 l’allora segretario di stato, John Kerry, dichiarò trionfante che il cento per cento delle armi chimiche era stato rimosso dalla Siria e che l’accordo che aveva evitato all’ultimo minuto i raid aerei americani su Damasco era pertanto da considerarsi un successo. Ora viene da pensare: se l’accordo con Teheran si basa sulla possibilità di sorvegliare i siti, di fare ispezioni e di non farsi fregare, e c’è appena stata la dimostrazione terribile che in Siria questa capacità di tenere le cose sotto controllo e di farsi rispettare non ha funzionato per nulla, quanto sarà solida e duratura questa tregua stipulata con l’Iran?

 

Per capire la natura dell’orrore e dello spiazzamento di fronte a questo ritorno del sarin in Siria si può riandare alla lunghissima intervista che il predecessore di Trump, Barack Obama, concesse l’anno scorso alla rivista americana Atlantic per fare un bilancio della sua Amministrazione. “Sono molto orgoglioso di quel momento”, disse riferendosi a quando bloccò l’intervento militare contro Assad. “La percezione comune era che la mia credibilità, e la credibilità dell’America, fossero a repentaglio. E quindi per me schiacciare il pulsante ‘pausa’ avrebbe avuto un costo politico. E il fatto che io sia stato capace di sottrarmi alla pressione immediata e di pensare con la mia testa cos’era nell’interesse dell’America fu una delle decisioni più dure che ho fatto – ma credo che alla fine fu la decisione giusta”. L’America evitò di infilarsi in un’altra guerra mediorientale, ma il patto con Damasco che fu stretto come alternativa non ha funzionato. Donald Trump, che allora era soltanto Donald Trump – quindi una voce non presa in considerazione in faccende di questo peso – scrisse una serie di tweet per convincere Obama a non intervenire. Oggi si trova al posto di Obama, ad affrontate lo stesso dilemma.

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