A Londra e Amsterdam i neoeuropeisti sognano il contagio-Macron

I Lib-Dem inglesi organizzano un incontro con il "chouchou" francese assieme ai D66 olandesi. I calcoli per le elezioni locali

A Londra e Amsterdam i neoeuropeisti sognano il contagio-Macron

Emmanuel Macron (foto LaPresse)

Milano. Finché il vento neoeuropeista soffia è bene approfittarne, dicono i liberaldemocratici inglesi, i più disperati del gruppo, visto che abitano in un paese che sta divorziando dall’Europa. I liberaldemocratici, che escono da un sonno profondo di consensi e prospettive, hanno riattivato i contatti con il continente, in particolare con il neoeuropeista del momento, quell’Emmanuel Macron che porta, oltre ai suoi fardelli, anche quelli di tutti gli anti populisti. Riversare le aspettative europeiste su un politico che non ha mai partecipato a un’elezione in vita sua sembra folle, e certo lo è, ma ora che l’esperimento c’è e pare persino funzionante, perché non crederci? “Alcuni dei nostri andranno in Francia – ha detto a Politico Europe una fonte dei liberaldemocratici – Lavoreranno negli uffici” di En Marche! “per vedere che cosa fanno, e come riescono a mobilitare” un pubblico che viene spesso descritto come annoiato-arrabbiato-indifferente. Tim Farron, che dei Lib-Dem inglesi è il leader, vorrebbe partecipare a un incontro con Macron organizzato dagli europeisti olandesi, il D66, che hanno avuto un buon risultato all’ultimo voto e potrebbero entrare nel prossimo governo. Comparire a fianco del “chouchou” francese, il cocchino dei liberali, è importante per Farron, che però rivendica di essersi mosso in tempi non sospetti, prendendo contatti con il team di Justin Trudeau in Canada e naturalmente con i democratici americani.

 

Lo slancio europeista prova a vivere al massimo la propria primavera, e con l’arrivo di Macron le barriere alla costituzione di un nuovo movimento si sono improvvisamente abbassate: i presagi su zerovirgola irrimediabili sono temporaneamente evaporati. Secondo il New Statesman, Farron è stato contattato dall’entourage dell’ex cancelliere dello Scacchiere George Osborne per valutare assieme la creazione di un nuovo partito dal nome “The Democrats”. Nick Clegg, che dei liberaldemocratici è stato il leader più di successo e che ora è il portavoce del partito sulla questione Brexit, ha rilasciato un’intervista al Guardian in cui racconta che i collegamenti tra lui e gli altri partiti, europei e inglesi, sono molto avanzati, anche se forse pecca di presunzione quando dice che non c’è alternativa ai Lib-Dem, e che quindi per forza si convergerà in quella direzione.

 

Il primo passo è vicino: il 4 maggio si vota in alcune città importanti inglesi e in altre circoscrizioni per le elezioni locali e l’appuntamento è già considerato il test (quanti ce ne sono stati già, non risolutivi?) per capire se c’è lo spazio per un’iniziativa politica diversa da quelle esistenti. Il 4 maggio si colloca a pochi giorni dal secondo turno delle elezioni francesi, e così si spiega la frenesia dei neoeuropeisti nel provare a federarsi, nel trovare un’unità di intenti che possa diventare affascinante anche a livello nazionale lasciandosi contagiare dal macronismo, fintanto che c’è. Nelle ultime rilevazioni che riguardano l’Inghilterra, il piano sembra funzionare, c’è un grande consenso attorno ai Lib-Dem, che pure non potevano che risalire dopo aver toccato il fondo nel 2015. Il contesto sembra altrettanto fortunoso: l’Ukip indipendentista è collassato e c’è già un partito nuovo pronto a raccoglierne l’eredità, la Patriotic Alliance, ma il tasso di litigiosità interno è altissimo; il Labour con Jeremy Corbyn diserta ormai da tempo il centro della politica, e la radicalizzazione sembra non premiare granché il partito. I Tory al governo restano fortissimi, anzi da record: tengono anche quando, secondo gli storici, avrebbero più di una motivazione a cedere. Ci sono ampi spazi, quindi, ma a il punto non è soltanto il vuoto, ma la capacità di attrazione. Il modello macroniano è diventato rilevante in Francia nel momento in cui è riuscito a trasformarsi in una calamita di forze che prima di allora non avevano trovato il modo né la voglia di allearsi. Potrebbe accadere altrove? E se poi Macron non vince, da dove si riparte?

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