Jihad, nazionalismi, immigrazione. Come disinnescare la "bomba" balcanica

L’Europa deve stare attenta: velocizzare i processi di adesione è l’unico modo per stabilizzare definitivamente una regione che ha bisogno di un quadro certo di legalità e sicurezza

Jihad, nazionalismi, immigrazione. Come disinnescare la "bomba" balcanica

Al direttore - L’attentato in Russia ci pone d’innanzi a questa ineludibile domanda: c’è un corridoio jihadista organizzato in oriente? Dove porta? Fin dove arriva? L’arresto di una cellula di presunti jihadisti originari del Kosovo ha rilanciato l’interesse per i Balcani, finiti da qualche anno in un cono d’ombra dopo essere stati per un decennio sotto i fari dei media, durante le guerre della ex-Jugoslavia. A seguito degli equilibrismi di Dayton, si prevedeva un lento ma inesorabile avvicinamento all’Unione Europea quale destino naturale dei nuovi Stati. Tale prospettiva resta valida ed auspicabile, visto il potere moderatore dell’attrazione europea. Ne sono prova le evoluzioni politiche in Serbia, dove ormai anche i nazionalisti sono molto cambiati, o in Albania, dove l’aspettativa di adesione ha permesso di stabilizzare il quadro politico.

 

Ma le micce accese sono ancora numerose e le conseguenze delle guerre balcaniche degli anni Novanta tuttora gravi. In Macedonia prosegue la tensione tra il governo e i gruppi armati albanesi, eredi dell’UCK kosovaro, con sporadici ma persistenti attacchi armati. Inoltre la penetrazione islamista in Macedonia non è un fatto nuovo: data dall’indipendenza di quel paese fragile, che possiede una cospicua minoranza albanese musulmana (il 25%). Più che in Albania, è in Macedonia che occorre guardare per osservare la penetrazione del salafismo nei Balcani. Per i predicatori dell’odio jihadista il terreno è fertile: possono cavalcare anche l’aspirazione all’indipendenza, mai sopita in uno “Stato mosaico” come quello di Skopje. Da tempo i partiti albanesi moderati, spesso in coalizione con le forze politiche della maggioranza slava, sono attaccati all’interno della loro stessa comunità di riferimento, accusati di troppe concessioni o compromessi. Temendo di essere scavalcati, si trovano in un’impasse politica che non permette loro di giocare il ruolo di ammortizzatori che dovrebbero. Di conseguenza le manipolazioni tra estremismo islamico e nazionalismo sono all’ordine del giorno. Nel 2001 l’UCK macedone tentò il colpo riuscito ai fratelli d’arme kosovari ma fu un fallimento con almeno 1000 morti. Di quei fatti resta una scia di odio che si ripresenta come voglia di rivincita. Non stupisce che alcuni albanesi macedoni possano darsi ai movimenti jihadisti, considerata anche la fama di questi ultimi. Le ambiguità tuttavia sono molte e le frontiere ideologico-religiose porose.

 

In Albania, tradizionalmente molto meno contagiata dai predicatori radicali, qualcuno sogna ancora la “grande Albania” che la riunirebbe ai kosovari e ai macedoni. Ma il mondo politico di Tirana é molto attento: sia i socialisti del premier Ramaj che i democratici di Sali Berisha e Basha, sanno bene che una delle condizioni per entrare nella UE è dare prova di affidabilità e moderazione. Chi mai accetterebbe in Europa un ulteriore cambiamento dei confini, così difficilmente e fragilmente stabiliti? Ogni provocazione è quindi bandita dalla narrazione politica ufficiale, anche se di tanto in tanto i leader si lasciano sfuggire qualche parola di troppo. All’opposto, a Tirana l’accento ufficiale è posto sulla convivenza tra le religioni, uno dei punti di orgoglio degli albanesi.

 

In Kosovo la situazione è diversa. Innanzi tutto la propaganda di riunificazione tra albanesi è paradossalmente meno forte. Lo stesso Rugova soleva dire a riguardo degli albanesi di Tirana: “fratelli sì, ma ognuno a casa propria”. I Kosovari si sentono più albanesi degli altri: creatori della lingua e fondatori della cultura, non hanno nulla da invidiare ad altri in quanto ad albanesità. Resta che la guerra coi serbi –incluso l’intervento della Nato e la fuga verso la regione di Scutari- hanno marcato l’intera società e mutato gli equilibri sociali e politici del neo-Stato (ancora non riconosciuto da tutti i membri dell’UE). Da una sonnolenta regione rurale, che viveva di traffici e contrabbando, il Kosovo è divenuto crocevia di organizzazioni criminali, triste eredità della guerra e dell’estremismo. Siamo lontani dalla “Dardania” sognata da Rugova –detto il Gandhi dei Balcani- con le riconciliazioni pubbliche tra clan e famiglie, e la richiesta di convivenza coi serbi, anche se in un quadro di sovranità. Le ferite della guerra si sono infettate, producendo violenze endemiche e possono offrire il fianco alle organizzazioni di stampo salafita.

 

A questo fragile quadro si è aggiunta da oltre un anno una nuova sfida: l’afflusso di rifugiati provenienti dalla Siria, che attraversano il cosiddetto corridoio balcanico. Da quando le frontiere dell’Ungheria e della Croazia sono chiuse, molti restano intrappolati in quest’area, creando un ulteriore problema, soprattutto in Macedonia e in Serbia. L’Europa deve stare attenta: velocizzare i processi di adesione è l’unico modo per stabilizzare definitivamente una regione che ha bisogno di un quadro certo di legalità e sicurezza.

 

*vice ministro degli Esteri

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