Lenín Moreno vince in Ecuador. Ma Lasso contesta il risultato

Secondo i dati ufficiali l'ex vicepresidente del governo socialista di Correa avrebbe superato il 51%. L'avversario attacca: "Stanno manipolando la volontà popolare"

Lenín Moreno vince in Ecuador. Ma Lasso contesta il risultato

Lenín Moreno festeggia la vittoria (foto LaPresse)

Secondo il conteggio ufficiale del Consiglio Nazionale Elettorale (Cne) sarà Lenín Moreno, già vicepresidente di Rafael Correa tra 2007 e 2013, il successore dello stesso Correa alla Presidenza dell’Ecuador, con il 51,07 per cento dei voti dopo lo scrutinio del 94,2 pe cento delle schede. Ma uno dei due exit poll fatti subito dopo la chiusura delle urne aveva già dato la vittoria a Guillermo Lasso, il banchiere liberale su cui era confluita alla fine tutta l’opposizione. Lasso aveva dunque già proclamato la sua vittoria, anche se aveva annunciato che comunque avrebbe richiesto un riconteggio dei voti, per via di vari incidenti e delle chiare “intenzioni di frode” del governo. La richiesta è stata reiterata, e la vittoria di Moreno non riconosciuta. “Stanno manipolando la volontà popolare. Il popolo ecuadoriano ha votato contro la dittatura di un solo partito politico. Il popolo ecuadoriano ha votato per il cambio”, è stato il suo commento.

 

Dopo aver proclamato che “il Paese si deve riposare di me e anch’io mi devo riposare dell’Ecuador”, visto che il risultato del primo turno prefigurava una possibile sconfitta del suo erede politico, Rafael Correa ha fatto un massiccio rientro nella campagna elettorale, per sostenere Moreno anche usando in modo pesante l’apparato pubblico. Le dichiarazioni con cui Moreno si è proclamato vincitore suonano però ora come una presa di distanza per lo meno dagli aspetti più discutibili del suo predecessore: dagli scatti di ira al disprezzo per l’opposizione. “Vi faccio la ferma promessa che non vi tradiremo mai. La Rivoluzione Cittadina continua, con altro stile. Viene il rispetto, il non confronto”. “Voglio sradicare la corruzione del passato e del presente. Coloro che saranno ministri sappiano che non tollererò alcun atto di corruzione. Abbiamo bisogno di un fronte anticorruzione. Voglio che quando avrò terminato il mio mandato si dica che la corruzione è stata sradicata”. A onta del nome radicale impostogli 64 anni fa da genitori comunisti, Lenín Moreno anche per la sedia a rotelle in cui è costretto da quando nel 1998 due rapinatori gli spararono alla schiena, non ha il physique du rôle dell’autocrate, e già in campagna elettorale si era presentato come il presidente dalla “mano aperta”. Ma anche al di là del differente tratto caratteriale, e al di là della necessità di disinnescare una protesta contro il risultato che potrebbe essere lanciata da Lasso, Lasso si trova di fronte a uno scenario geopolitico ed economico ben diverso da quello in cui Correa aveva gestito i suoi due mandati.

 

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Dal punto di vista geopolitico, infatti, l’”ondata a sinistra” di cui Correa era stato un esponente è chiaramente in fase di riflusso. Dopo la vittoria di Macri in Argentina, la vittoria dell’opposizione alle politiche in Venezuela, la vittoria di Kuczynski in Perù, la sconfitta di Evo Morales al referendum costituzionale con cui aveva cercato di rendere possibile una sua nuova candidatura alla presidenza boliviana, la destituzione di Dilma Rousseff in Brasile e anche il risultato del primo turno nello stesso Ecuador, il successo di Moreno rappresenta un dato controcorrente che può ridare a chi si riconosce nell’”ondata a sinistra” un po’ di ottimismo. Sabato, però, in Venezuela Maduro era stato costretto alla più umiliante delle marce indietro, con il Tribunale Supremo di Giustizia che ha dovuto restituire all’Assemblea Nazionale i poteri che le aveva tolto due giorni prima: effetto delle proteste internazionali, ma più ancora della minaccia di mobilitazione della piazza e del clamoroso dissenso del Procuratore Luisa Ortega di fronte alla “rottura dell’ordine istituzionale”, che ha rivelato la frattura del regime. Venerdì c’era stata poi la rivolta di piazza scatenata dal Partito Liberale Radicale Autentico del Paraguay contro l’inciucio tra il governo colorado e la sinistra del Frente Guasú per cambiare il divieto costituzionale alla rielezione presidenziale: una riforma che il presidente Horacio Cartes vuole per riconfermarsi ma su cui la sinistra converge per poter ricandidare a sua volta il vescovo Fernando Lugo, omologo locale dell’”ondata”. Colorados e sinistra hanno cambiato un regolamento del Congresso con un colpo di mano. Il “popolo liberale” ha dato l’assalto al palazzo, dandogli fuoco. La polizia ha sparato, provocando un morto. E sabato sono stati destituiti sia il ministro dell’Interno Tadeo Rojas che il comandante della Policía Nacional Críspulo Sotelo. Sempre sabato, una massiccia Marcia per la Democrazia ha avuto luogo in varie città argentine in sostegno del presidente Macri, e per protestare contro la protesta annunciata dal sindacato Cgt. Insomma, in America Latina dopo i risultati elettorali sta anche apparendo una “piazza liberale”, che rende certi processi ancora più decisi.

 

D’altra parte, dopo anni di vacche grasse ora l’economia dell’Ecuador è in recessione: -1,7 per cento nel 2016, previsioni di -2,9 a fine 2017. L’indice di povertà è al 22,9 per cento, anche se quando Correa nel 2007 arrivò al potere era del 36,7. La disoccupazione è al 5,2 per cento, cui si aggiunge però un 19,9 di sotto-occupazione. Moreno ha promesso di creare mezzo milione di posti di lavoro, d promuovere l’educazione bilingue in quichua e in spagnolo, di lanciare un piano nazionale di agroecologia e uno di aiuti alla popolazione con scarse risorse, di arrivare a raffinare nel Paese almeno 500.000 dei 543.000 barili di petrolio prodotti ogni giorno in Ecuador. Lasso aveva promesso la creazione di un milione di posti di lavoro, l’eliminazione delle 14 imposte create da Correa negli ultimi anni, l’abolizione di quella Ley de Comunicaciones che l’opposizione giudica liberticida e anche l’espulsione di Assange dall’ambasciata di Londra, oltre che una revisione drastica delle intense relazioni che Correa ha stabilito con Cina e Venezuela.

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