C’è il golpe in Venezuela, e Podemos va in dissonanza cognitiva

Gli incorruttibili populisti della politica spagnola difendono la presa di pieni poteri di Maduro. La storia tragicomica dei rapporti tra la dittatura e il movimento

C’è il golpe in Venezuela, e Podemos va in dissonanza cognitiva

Venezuela, manifestazione contro la decisione della Corte suprema (foto LaPresse)

Eccoli qua i duri e puri di Podemos, quelli che vogliono ripulire la Spagna dalla politica paludata, dagli accordi sottobanco, dalle prese di posizioni di comodo. Succede che in Venezuela il Tribunale supremo di giustizia, in mano al governo, esautora il Parlamento, dove l’opposizione è maggioranza. Avoca a sé le facoltà legislative. Regala al presidente Nicolás Maduro, travolto dal fallimento economico di una rivoluzione ormai in bolletta, i superpoteri che lui cerca invano da anni. E Podemos cosa fa? Si precipita a difendere il colpo di stato, a spiegare al mondo che non si tratta di un golpe.

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Pablo Bustinduy dice che bisogna “capire la complessità della questione”, che “si tratta di un conflitto tra il legislativo e l’esecutivo”. Il suo non è il commento del primo attivista che passa. Bustinduy è il responsabile Esteri del partito. Ha pure brigato parecchio per diventarlo (Podemos vuole essere considerato un movimento, disprezza sdegnosamente la forma partito, ma ha un responsabile per ogni cosa in un organigramma rigido da Pcus). E infatti i compagni gli sono andati subito tutti dietro. Precipitosi e malaccorti.

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Perché la mossa a Maduro non è riuscita. Le forze armate non l’hanno sostenuto. Qualcuno, nell’esercito, gli ha promesso un appoggio che poi non gli ha dato. E il golpe tentato giovedì, sabato mattina era già fallito. Il Tribunale supremo ha riabilitato il Parlamento, Maduro ha messo su la faccia di bronzo di circostanza e le (corrottissime) forze armate paiono intenzionate a continuare ad amministrare, in silenziosa guerra per bande, i mille traffici venezuelani, come fanno nemmeno tanto velatamente da una quindicina d’anni. Compresi gli affari con i petrolieri di Putin, fondamentali nella spallata del Tribunale supremo contro il Parlamento. Per l’ennesima volta i capi delle forze armate si sono mostrati come i detentori dell’unico potere efficace in Venezuela e, al contempo, si sono rifiutati di appoggiare un golpe.

 

Sarà che i generali venezuelani abbiano un’idea della democrazia più chiara dei professorini di Podemos? Che in quelle testolone militari educate all’obbedienza alberghi una nozione dell’equilibrio formale tra poteri istituzionali meno rozza di quella di Pablo Iglesias e compagni?

 

Avessero aspettato cinque minuti, prima di smitragliare giustificazioni al golpe, le nuove leve della politica spagnola avrebbero evitato la figura penosa. Ma avevano fretta di mostrare fedeltà a Maduro. Non che sperassero in una ricompensa in petrodollari. Ormai, con le casse vuote e il paese avvitato in un’iperinflazione da incubo, c’è poco da distribuire a Caracas. La rivoluzione chavista è stata, però, molto generosa con loro in passato. Li ha tenuti a balia per anni. Dare a Maduro del golpista, mentre stava tentando un golpe, avrebbe potuto essere per loro inopportuno. Metti che poi si indispettisce e tira fuori i conti?

 

Certo, per essere quelli che hanno terremotato la politica spagnola presentandosi come gli Inflessibili determinati a ripulirla, non si sono comportati benissimo. Ma tanto possono sempre dire che è tutto una mistificazione, un “invento de la prensa”. Sui loro elettori, finora, la scusa infantile ha funzionato.

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Perché non è la prima volta che succede. Due anni fa, per esempio, grande eco ebbe in Venezuela la notizia dell'incontro a Ginevra tra Juan Carlos Monedero, allora numero tre di Podemos, e due funzionari chavisti, a ridosso di una conferenza sui diritti umani nella sede delle Nazioni unite. Qualche giorno dopo Podemos si rifiutò di appoggiare una risoluzione del Parlamento europeo di condanna alla detenzione di alcuni leader dell'opposizione venezuelana. Podemos non trova nulla da eccepire se in Venezuela i principali esponenti dell’opposizione finiscono in carcere con le accuse più varie e ci rimangono per anni. In quell’occasione contestò la definizione di "arresto arbitrario". Anche allora raccomandò di “comprendere la complessità della situazione”, benché i leader dell'opposizione sbattuti in galera (non furono i primi, né gli ultimi) fossero stati arrestati con ogni evidenza a causa dello svolgimento della loro attività politica.

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