Perché anche le colpe delle élite liberal hanno provocato la Brexit

David Goodhart ha scritto il “manuale privato” di Theresa May, e spiega le premesse di massa della “rivolta populista”

Perché anche le colpe delle élite liberal hanno provocato la Brexit

Una maschera di Theresa May con al collo un cartello che recita: "Crociera solo andata per la piccola Inghilterra" (foto LaPresse)

Londra. Da quando ha preso a “trascendere gli interessi di classe borghesi per parlare di quello che preoccupa le masse”, David Goodhart si sente libero, molto più di quando, da giovane studente di Eton figlio di un deputato tory, si imponeva i panni stretti dell’intellettuale marxista. Certo, ha dovuto rinunciare alla sua tribù di adozione – quella sinistra intellettuale di cui lui, fondatore ed ex direttore della rivista Prospect, è stato uno degli astri più brillanti – e ha dovuto intraprendere un percorso impopolare di allontanamento dal “liberalismo moderno” iniziato lentamente dopo aver scritto un lungo articolo intitolato “Too diverse?”, “Troppo diverso”, in cui si avventurava a formulare un discorso di sinistra contro gli eccessi dell’immigrazione. Era il 2004, tempi di allargamento a est dell’Unione europea e di 582 mila arrivi in un anno, e la pioggia di critiche che gli è caduta addosso gli ha dato la misura dell’“intolleranza della sinistra”, come ha raccontato in un lungo pezzo sull’edizione del weekend del Financial Times. Oggi, nei giorni dell’attivazione del processo della Brexit e, lo vedremo, della “rivolta populista”, il messaggio di Goodhart appare quasi profetico.

 

“Cerco di rappresentare gli interessi trascurati dalla politica”, spiega Goodhart al Foglio, aggiungendo che “ci vuole un approccio più moderato e intelligente da un punto di vista emotivo” alle istanze delle masse, che invece di “pane e terra” sono soprattutto preoccupate di “riconoscimento e radicamento” e questo a prescindere dal loro orientamento politico: per questo l’autore propone una suddivisione dell’elettorato britannico (ma il discorso potrebbe essere esteso) in due tribù principali, ossia i Somewheres, i “Da qualche parte”, quel 50 per cento di persone che vive dov’è nato, che pensa prima ai vicini di casa che ai rifugiati e che non ha qualifiche particolari, ma che un tempo aveva una dignità e che ora si ritrova continuamente vilipeso dall’altra tribù, gli aristocratici Anywheres, “Da qualunque parte”, quelli che hanno i diplomi e la conoscenza per stare bene ovunque e che, pur rappresentando solo il 20-25 per cento della popolazione, dettano l’agenda politica. Esperti, come direbbe Michael Gove, che però hanno perso il contatto con la realtà al punto da portare a una reazione violenta come nel caso della Brexit, che Goodhart spiega di non aver votato, e in quello più grave di Donald Trump.

 

Il libro da poco uscito “The Road to Somewhere: The Populist Revolt and The Future of Politics” segue di quattro anni il densissimo “The British Dream”, in cui Goodhart metteva in guardia dagli eccessi di disprezzo verso la sensibilità degli elettori Ukip. “Essere molto attaccati al tuo gruppo di origine non è per forza razzismo”, osserva, “e non si può continuare a negare che la maggioranza delle persone nutra questo sentimento”. Ma chi osa più negarlo, nel Regno Unito della Brexit e delle spinte indipendentiste? L’aria è cambiata e al potere c’è una Theresa May che sembra pensarla esattamente come Goodhart. Andrew Marr, che ha scritto una recensione del libro sul sinistrosissimo New Statesman, è “sicuro” che il libro si avvia a diventare “il manuale privato della linea conservatrice di Mrs May”, ma “certo, sarebbe stato meglio che le cose si riequilibrassero senza bisogno della Brexit”, dice Goodhart, rivelando di aver votato Remain. “Se vogliamo essere duri con il populismo, dobbiamo essere duri anche sulle cause del populismo, e una di queste cause è stato l’eccesso di potere degli Anywheres”, prosegue Goodhart, secondo cui il leggendario “common sense” britannico un tempo era tutto “somewhere”, mentre ora parlare di cose come il senso del sacro, della comunità, è diventato una cosa un po’ volgare. E se la crisi liberal fosse dettata da una forma di ottusità? Per Jonathan Haidt, “è come se i conservatori potessero sentire otto ottave di musica, e i liberali solo due, ma su quelle sono diventati particolarmente attenti”.

 

Gli uomini bianchi working class si ritrovano ad avere opinioni impresentabili, e l’idea che una società coesa sia più forte e funzionante di una in cui gli abitanti sono troppo diversi per cultura e abitudini non è alla moda. “Le persone amano la stabilità e sono socialmente conservatrici, perché bisogna negarlo?”, osserva Goodhart, facendo l’esempio provocatorio della suddivisione tradizionale dei ruoli tra uomo e donna tanto caro ai ‘somewheres’, proprio lui che è stato sposato una vita con Lucy Kellaway, arcifamosa columnist del Financial Times con cui ha avuto quattro figli. “Entrambi i gruppi hanno opinioni oneste e rispettabili, il mio problema è che uno è troppo dominante”, spiega Goodhart, il cui percorso lo ha portato a essere “più generoso verso le intuizioni” degli altri e che invita gli Anywheres a pentirsi, almeno un po’, a riconoscere che “una società che si sta lentamente disconnettendo” rientra nella definizione di “danno” di Stuart Mill e per questo ha diritto di proteggersi.

 

Uno dei punti su cui gli Anywheres e i Somewheres non sono d’accordo è “l’erosione del favoritismo nei confronti dei cittadini nazionali”, ma secondo Goodhart “una globalizzazione migliore è possibile, e un ordine mondiale basato su molti stati-nazione Somewhere che cooperano insieme è di gran lunga preferibile a un grande unico Anywhere sovranazionale”. Maggie Thatcher è una che l’immigrazione sotto sotto l’ha ridotta – a metà anni 90 il netto era sotto zero – ed era Somewhere nell’animo, ma le sue politiche, ammette, hanno aperto le strade a molti Anywhere di successo e anche, purtroppo, al crollo della formazione dei lavoratori britannici, su cui nessuno ha più investito preferendo assumere stranieri preparati. Goodhart sostiene di non volere un ritorno al passato, a quello che Jeremy Paxman chiama “necrofilia sociale”, ma avvisa: o si cambia strada o quello che stiamo vedendo sarà solo l’inizio. La mattina dopo il referendum sulla Brexit molti dicono di essersi svegliati con la sensazione di essere in un luogo nuovo, sconosciuto. Secondo Goodhart stavano facendo l’esperienza, “opposta politicamente”, di quello che succede ogni giorno a quel 50 per cento e oltre di cittadini che nei sondaggi dice da anni che il Regno Unito “spesso sembra un paese straniero”. Non mi sento a mio agio, non lo riconosco più.

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