Trump oltre l’Fbi

Roger Stone guida la crociata contro il “nuovo maccartismo” secondo le regole di Roy Cohn

Trump oltre l’Fbi

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Roy Cohn aveva tre regole. La prima: non esiste cattiva pubblicità. La seconda imponeva di reagire a un attacco con un contrattacco di intensità infinitamente superiore, e di non mollare mai la preda. Qualunque cosa succedesse, una volta attaccati occorreva aggredire senza posa e senza pietà. La terza regola diceva che le regole potevano essere cambiate a seconda delle necessità. Donald Trump ha interiorizzato molti anni fa la lezione del suo avvocato, il leggendario manovratore della politica newyorchese che s’era fatto prima un nome a Washington come mastino del senatore Joe McCarthy. Anche Roger Stone, il dandy rimestatore di sporcizie e falsità al servizio di Richard Nixon, ha sempre seguito scrupolosamente le regole di Cohn.

 

È stato Stone, del resto, a far conoscere l’avvocato e il tycoon, propiziando un sodalizio che non è stato infranto nemmeno quando l’avvocato è finito nella polvere. Ora che Trump, Stone e i loro associati sono accerchiati dalle accuse di collusioni con la Russia di Vladimir Putin, ricorrono all’immortale manuale del vecchio maestro. Ieri Stone, che è indagato dall’Fbi per certe soffiate lanciate durante la campagna e per una conversazione con l’hacker Guccifer 2.0, al soldo del Cremlino, è andato negli studi di Fox News a spiegare che sono tutte calunnie, è una caccia alla streghe, un’esibizione del “nuovo maccartismo” dei democratici. Nuovo maccartismo? Una definizione curiosa per chi ha sempre definito il maccartismo come la legittima e sacrosanta opera di ritrovamento di infiltrazioni sovietiche negli apparati del governo, e il vecchio alleato trumpiano segue il presidente, che qualche settimana fa ha sdoganato l’uso del termine. All’improvviso è diventata una categoria dispregiativa da scagliare contro gli avversari. Niente di nuovo: era tutto scritto nella terza regola di Cohn.

 

James Comey, direttore dell’Fbi, lunedì ha dato una mazzata solenne al presidente, dicendo sotto giuramento che l’influenza dei russi sulle elezioni non è una fake news, come dice Trump, ma un affare molto serio che ha innescato un’indagine dei federali che va avanti dal luglio dello scorso anno. Gli affiliati di Trump più esposti nei confronti di Mosca sono stati messi nuovamente sotto scrutinio, e ieri l’Associated Press ha tirato fuori i servizi di Paul Manafort, ex manager della campagna, al magnate dell’alluminio Oleg Deripaska, vicino a Putin. Da quella posizione formalmente legale, sostiene l’agenzia, Manafort conduceva una vasta strategia per contrastare l’opposizione antirussa in Ucraina e in altri paesi dell’ex Unione sovietica. Chi ha suggerito a Trump di assumere Manafort? Stone, naturalmente, che era suo socio in uno studio di consulenze politiche. Ora Stone rivendica un ruolo di primissimo piano in una campagna in cui non aveva ruoli formali. Lui dice che non ne voleva, Trump sostiene di averlo licenziato, il portavoce Sean Spicer spiega che era solo uno dei tanti approfittatori aggrappati al carro del potere. “Di sicuro ho dato un contributo alla campagna più importante di quello che ha dato lui”, è stata la risposta di Stone.

 

Com’è naturale, il vecchio “trickster” con i capelli ossigenati e il tatuaggio di Nixon sulla schiena, è sicuro che la Trump Tower fosse piena di cimici piazzate dagli apparati al servizio di Obama, cosa negata dal direttore dell’intelligence, da quello dell’Fbi, dall’ex presidente, dalle commissioni Intelligence del Congresso e da molti repubblicani disgustati dall’accusa paranoide. Ieri, però, il capo della commissione Intelligence alla Camera, David Nunes, ha detto che alcuni membri del transition team di Trump, e forse lui stesso, sono stati intercettati dopo le elezioni di novembre. Si tratta di una raccolta di informazioni cosiddetta “accidentale” – gli affiliati trumpiani non erano gli obiettivi della sorveglianza – legittimata dalle autorizzazioni previste dalla legge e a quanto pare non legata all’affare russo, ma Nunes si è precipitato alla Casa Bianca per riferire la notizia al presidente. Mediterà come utilizzare questo nuovo dettaglio a suo vantaggio, seguendo le immortali regole di Cohn.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    23 Marzo 2017 - 14:02

    Visto quanto detto dal presidente della commissione d'inchiesta del Senato, o il capo dell'FBI ha mentito quando diceva che non c'erano state intercettazioni, e allora se ne deve andare, oppure non mentiva e allora non sa quello che fanno i suoi funzionari, e se ne deve andare anche più veloce. Tanto difficile?

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  • luigi.desa

    23 Marzo 2017 - 13:01

    vabbè prima Comey ha detto che i maneggi russi nella campagna elettorale non hanno spostato voti ora cambia versione ,Trump è un mariuolo ma gli altri tengono il passo

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  • albertoxmura

    23 Marzo 2017 - 11:11

    Quando si vuole intercettare una persona ma non è possibile farlo direttamente perché le regole non lo consentono, si suole aggirare il divieto intercettando le persone che le stanno intorno, con le quali quasi certamente quella persona comunicherà per telefono. E, in ogni caso, dall'ascolto delle telefonate e dalla corrispondenza, si trarranno informazioni utili sulla persona in questione. E' ciò che abbiamo visto accadere in Italia con Berlusconi all'epoca delle indagini sulle "cene eleganti" ed è ciò che verosimilmente è accaduto con Trump. Chi ha disposto le intercettazioni? Un giudice, naturalmente. Ma i giudici non hanno il potere di disporre intercettazioni di propria iniziativa, ma solo su richiesta dell'amministrazione, che all'epoca faceva capo a Obama. Quindi, inutile nascondersi dietro un dito, Obama ha fatto intercettare Trump, sia pure con quegli accorgimenti che ne rendono legale l'operato, sebbene sul piano politico si tratti di uno scandalo senza precedenti.

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