L’azzardo di Sturgeon sull'indipendenza scozzese

Il leader di Edinburgo annuncia che cercherà di indire un nuovo referendum per restare dentro l’Unione europea

L’azzardo di Sturgeon sull'indipendenza scozzese

Nicola Sturgeon (foto LaPresse)

Alla vigilia del “Brexit day”, il giorno in cui il divorzio del Regno Unito dall’Ue sarà formalmente notificato a Bruxelles – secondo molte fonti il giorno è domani – il “primo ministro” scozzese Nicola Sturgeon ha lanciato la sua campagna alternativa alla Brexit: quel che non ottengo parlando con Londra e con il governo della May, deve aver pensato la tostissima Sturgeon, lo otterrò a modo mio, dal basso. Così ha annunciato che la prossima settimana cercherà presso il Parlamento scozzese il consenso per indire un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia – al più presto si potrà tenere alla fine del 2018, quando il negoziato tra Londra e Bruxelles sarà ancora in corso, ma verso la fine – e mantenere la propria adesione all’Unione europea.

 

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Il Partito nazionalista scozzese non ha la maggioranza in Parlamento (ha 63 seggi, le servono almeno due voti per farcela, conservatori e laburisti stanno già organizzando l’opposizione) ma conta sul voto dei Verdi, sei seggi che potrebbero garantirle la possibilità di provare questa strada per non ritrovarsi con la Scozia fuori dall’Ue.

 

Di fronte al “muro di mattoni di intransigenza” della May, la Sturgeon ha deciso di riporre la questione dell’indipendenza che si colora di motivazioni quantomai attuali: chi deve decidere del proprio futuro, gli scozzesi o Londra? Riprendere il controllo di se stessi, questo è il tema che attraversa l’occidente, nelle sue diverse forme più o meno nazionaliste, più o meno identitarie, più o meno distruttive.

 

In nome di una “genuina relazione tra pari”, la Sturgeon vuole riformulare la stessa domanda che già nel 2014 portò alla sconfitta della causa indipendentista, ma oggi attorno a lei si coagula anche quel mondo – che va da Tony Blair a John Major – che cerca di ostacolare il percorso della Brexit, contando su un successivo e salvifico ripensamento. Ma ricostruire stabilità e unità continuando ad alimentare forze centrifughe non sarà un’impresa semplice, e alla fine il risultato potrebbe essere un “no deal” a tutto campo, che sfalda l’esistente e infragilisce il futuro di tutti, non solo quello degli inglesi, non solo quello degli scozzesi.

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    14 Marzo 2017 - 11:11

    B.B.B. che trio obsoleto: solo arnesi e vecchi merletti. A scanzi di equivoci Blair-Bill-Barak, i primi due famosi anche per "famolo strano".

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  • Giovanni Attinà

    14 Marzo 2017 - 09:09

    Dalla Scozia dovrebbe arrivare una lezione alla boriosa Gran Bretagna che per tanti anni è stata protetta dall'Ue con soldi a palate. Poi è arrivata la scelta della Brexit, come succede quando manca la memoria e la gratitudine per i privilegi avuti.

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  • carlo.trinchi

    13 Marzo 2017 - 15:03

    L'Inghilterra boriosa e imperiale si merita un eventuale fuoriuscita della Scozia. Qui non è bloccare gli eventi e forse sarebbe più ragionevole, se possibile, riformulare il quesito a tutti e rivotare con le idee chiare e non solo pensare ai migranti e all'utopico impero. Chissà che la Brexit non si trasformi in un salvifico remain per il bene loro e nostro.

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