Prendere le misure a Wilders

Il voto in Olanda è il primo test europeo dopo la Brexit e Trump. Appunti sul populismo del Pvv e una domanda: non è che l’euroscetticismo è sopravvalutato?

Prendere le misure a Wilders

Da sinistra, Frauke Petry, Marine Le Pen, Matteo Salvini e Geert Wilders durante una riunione di leader euroscettici a gennaio (foto LaPresse)

Il Limburg, la regione più a sud dei Paesi Bassi, è la roccaforte di Geert Wilders, il leader del Partito per la libertà (Pvv), che è sulla scena politica da molti anni e che oggi viene soprannominato il “Trump d’Olanda”, prendendo ispirazione dall’ultimo arrivato del populismo internazionale. La storia europea è scandita da contraddizioni al limite del surreale, così questo lembo di terra mosso da alcune inusuali colline dà i natali e la fortuna elettorale all’eurofobo Wilders e ospita anche la città di Maastricht, che dà il nome al trattato costitutivo dell’Unione europea e della moneta unica. Qui, nel Limburg, terra di minatori che ha fatto molta fatica a riprendersi dalla chiusura delle miniere degli anni Sessanta, i reporter internazionali si sono affannati a comprendere le ragioni e la portata del fenomeno Wilders, cercando gli indizi più plausibili per proiettare l’ascesa wildersiana nel contesto nazionale ed europeo. In Olanda si vota il 15 marzo, e questo appuntamento elettorale è considerato il primo test della risposta europea agli scossoni del 2016, la Brexit e la vittoria di Trump. Euroscetticismo, populismo: quanto può essere rappresentativo il voto olandese?

 

“Il populismo è relativamente recente nel Regno Unito e in America – dice al Foglio Pepijn Bergsen, analista dell’Economist Intelligence Unit che si occupa di Europa – ma l’Olanda ha consacrato il primo leader di successo di un movimento populista anti islam: Pim Fortuyn, che fu ucciso (da un attivista ambientalista) nove giorni prima delle elezioni del 2002. Wilders, l’attuale ribelle anti islam e anti Europa, è sulla scena politica da più di dieci anni, ha anche sostenuto un governo di minoranza tra il 2010 e il 2012, dopo aver vinto il 15,5 per cento dei voti, che è più o meno il consenso che i sondaggi gli attribuiscono oggi” in vista del voto della settimana prossima. Secondo i dati dell’ultima tornata elettorale olandese, quella del 2012, la popolarità di Wilders si muove sulle stesse linee guida che hanno determinato il voto della Brexit e quello per Trump: le aree rurali (e anche alcune città) e l’elettorato meno istruito votano il Pvv. Ma ci sono due grandi differenze: se in molte circoscrizioni che hanno votato per la Brexit la presenza degli immigrati era bassa, in Olanda le zone con più immigrati tendono a essere a favore di Wilders (l’eccezione è proprio il Limburg, che però è eccezionale per sua natura: è una regione cattolica in una nazione a prevalenza protestante, è molto poco multiculturale, la disoccupazione è più bassa della media, eppure Wilders viaggia con il 25/28 per cento dei consensi). La seconda differenza è anagrafica: per la Brexit e per Trump hanno votato soprattutto i più anziani, nel Regno Unito si dice che i nonni hanno levato l’Europa ai loro nipoti. In Olanda, gli over 65 non votano per Wilders, lo fanno piuttosto i trentenni-quarantenni, e anche in proporzione più alta che altrove gli under 30.

 

“Ho l’impressione che ci sia una tendenza eccessiva a proiettare i trend elettorali di altri paesi in Olanda”, spiega Pepijn Bergsen, secondo il quale l’euroscetticismo olandese è sovrastimato. Nei sondaggi – sì, per quel che valgono – il Partito conservatore liberale dell’attuale premier Mark Rutte, il Vvd, ha recuperato il distacco da Wilders, al punto che secondo Bergsen non è detto che il Pvv risulti infine il primo partito. Anche se lo fosse, come si sa, è pressoché da escludere l’ipotesi che Wilders possa diventare il primo ministro, perché nessun partito vuole allearsi con lui: la frammentazione è in realtà il problema politico più grande dell’Olanda, più dell’euroscetticismo di Wilders: “Non c’è voglia di uscire dall’Ue o dall’euro – dice Bergsen – Questo non significa che non ci sia frustrazione nei confronti di Bruxelles. Anzi, la crisi dell’eurozona, i bailout ai paesi periferici dell’Ue, la risposta imbranata alla crisi dei migranti le hanno esacerbate. Ma questo determina più il desiderio che l’Europa funzioni meglio, non che l’Olanda se ne vada. Lo stesso Wilders ottiene più consensi quando si concentra sulle politiche identitarie e anti islam che sulla retorica anti europea”. Secondo alcuni a condizionare il calo dei consensi di Wilders – aveva in proiezione 40 seggi su 150 del Parlamento all’inizio dell’anno, ora ne ha 25 – è stato proprio l’effetto Trump: l’esordio della nuova Amministrazione americana è stato rocambolesco e i figliocci di Trump ne pagano già le conseguenze. Leonid Bershidsky, columnist di Bloomberg View, si spinge oltre: i populisti d’Europa non sono la minaccia che tutti credono. Da mesi non facciamo che preoccuparci dell’ondata populista che travolgerà l’Europa, scrive Bershidsky, ma oggi possiamo ipotizzare che forse Wilders in Olanda non vince, che forse Marine Le Pen in Francia non vince, che forse l’Afd in Germania non vince: potrebbe così iniziare “una nuova èra in cui l’Europa continentale, non gli Stati Uniti, diventa il centro di una governance democratica sensata e la fonte principale del soft power che ne deriva”.

 

Gli appunti sull’Olanda sono costellati di ipotesi, ma la notizia continua a essere soltanto Wilders. L’ottimismo liberale è diventata una merce talmente costosa che tutti quanti siamo più restii a comprarla, anche se il partito liberale D66 e i GreenLeft sembrano andare molto bene e contribuiscono ad alimentare l’idea di una riscossa liberale. Ma il messaggio wildersiano – in particolare quello sull’immigrazione – è stato raccolto dai partiti tradizionali, in particolare da Rutte, che nelle ultime settimane ha rilasciato dichiarazioni molto più dure sull’accoglienza ai migranti. L’euroscetticismo ha già vinto, dicono alcuni analisti, indipendentemente dal risultato di Wilders. Anche il fatto che il Pvv possa vincere ma non governare è un elemento che contribuisce ad alimentare la retorica anti establishment e anti sistema, che è quella più ricorrente – quasi l’unica – in territori come il Limburg wildersiano. Dando uno sguardo a quel che accade nell’emisfero sinistro della politica olandese risulta evidente che l’equilibrio politico è alterato. “Il partito laburista, il Pvda, non è forte a causa soprattutto della sua partecipazione a governi di coalizione con i conservatori nel corso degli ultimi quattro anni e mezzo – dice Bergsen – Deve anche competere con il Partito socialista e con lo stesso Wilders per conquistare il voto delle working class, e qui è Wilders ad avere più successo. Bisogna anche aggiungere però che la sinistra non ha mai avuto davvero la maggioranza da ultimo in Olanda e ha dovuto governare in coalizione con partiti di centrodestra”. Il baricentro della politica olandese, ed europea, s’è allontanato dalla cosiddetta politica tradizionale, ma anche i tempi e il peso della “primavera nazionalista” contano.

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