Pyongyang ci sta fregando

L’ultimo test della Corea del nord mostra un avanzamento del programma missilistico. Ma come fa Kim Jong-un a finanziare la sua personale ossessione? C’entra pure l’Italia

Giulia Pompili

Email:

pompili@ilfoglio.it

Pyongyang ci sta fregando

Un’immagine della Korean Central News Agency (Kcna) nordcoreana mostra il leader Kim Jong-un nel 2015, a quattro anni dalla presa del potere dopo la morte del padre Kim Jong-il

L’ultimo test missilistico

 

Ieri alle 7 e 30 del mattino, ora locale, la Corea del nord ha lanciato quattro missili balistici “da un’area attorno” alla stazione di lancio di Tongchang-ri, quella nota anche come stazione di lancio di satelliti Sohae. Secondo fonti militari citate dall’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap, i quattro missili, armati a salve, avrebbero viaggiato per mille chilometri prima di cadere nel Mar del Giappone. Tre di loro si sono inabissati all’interno della Zona economica esclusiva nipponica, a circa 250 chilometri dalle coste della prefettura di Akita. E’ la seconda volta che un missile nordcoreano sconfina nelle frequentate acque giapponesi, rendendo pericolosa la navigazione civile e commerciale. Le reazioni di condanna, al solito, sono unanimi. Oggi è esattamente una settimana dall’inizio della Foal Eagle, l’esercitazione militare congiunta che ogni anno effettuano Stati Uniti e Corea del sud. Quelle di quest’anno sono state definite le “più imponenti” della storia. Pyongyang ogni anno cerca di reagire alle esercitazioni – anche l’anno scorso lo ha fatto con il lancio di sei missili a medio raggio – perché considera la dimostrazione di forza congiunta di Washington e Seul una provocazione nei suoi confronti, soprattutto se si tratta di esercitarsi su un eventuale strike preventivo contro Pyongyang. Quello di ieri è il secondo test missilistico effettuato dalla Corea del nord nel 2017.

 

Da Obama a Trump

 

Tre anni fa il presidente americano Barack Obama ha ordinato al Pentagono di effettuare attacchi cibernetici contro la Corea del nord per sabotare i test missilistici. Lo hanno scritto David E. Sanger e William J. Broad sul New York Times del 4 marzo scorso in una lunghissima inchiesta sull’evoluzione del programma missilistico e nucleare nordcoreano. Secondo Sanger e Broad, adesso l’Amministrazione di Donald Trump eredita da Obama una guerra che però, a ben guardare, potrebbe non essere arrivata al punto di bloccare l’avanzamento della tecnologia necessaria a Pyongyang per condurre un attacco diretto su suolo americano. In pratica non ci sono “garanzie” che gli attacchi informatici – che in alcuni casi hanno effettivamente reso inefficaci i test missilistici – possano fermare il lancio di un missile intercontinentale. Se da una parte le basi con sistemi di difesa antimissile dislocate in California e Alaska hanno un “tasso di fallimento del 56 per cento”, d’altra parte la minaccia nordcoreana è molto più evoluta di quello che si pensi: i missili vengono sparati da lanciatori mobili, il che rende quasi impossibile prevedere con largo anticipo il luogo di lancio. Quindi si è pensato di applicare quella che viene definita la strategia “left of launch”, cioè di bloccare il missile prima ancora che sia sulla rampa di lancio con una serie di attacchi radar ed elettronici. Ha funzionato, qualche volta. Ma non è sicuro al cento per cento. E’ anche per questo che, secondo molte indiscrezioni della stampa americana, l’Amministrazione di Donald Trump sta considerando di nuovo l’ipotesi di uno strike preventivo – e definitivo.

 

Le sanzioni internazionali

 

L’altra strategia adottata dalla comunità internazionale contro il programma missilistico e nucleare nordcoreano sono le sanzioni economiche. Dopo il secondo test nucleare effettuato il 9 settembre del 2016, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato unanimemente la risoluzione numero 2321, che restringe ulteriormente la possibilità di finanziare i programmi bellici nordcoreani. Il 27 febbraio scorso un panel di esperti presieduto da Hugh Griffiths ha pubblicato il suo report sull’efficacia delle sanzioni contro la Corea del nord applicate dalla risoluzione numero 1874 del 2009. Funziona così: il Consiglio di sicurezza dell’Onu periodicamente dà un mandato a una commissione affinché verifichi se le restrizioni economiche stanno funzionando. Una settimana fa il lavoro della commissione di Griffiths si è concluso, ed è stato riassunto in un dettagliatissimo documento di 326 pagine, che spiega attraverso uno schema consolidato un precipitato molto semplice: la Corea del nord evade le sanzioni. Si legge nel sommario: “L’attuazione delle sanzioni resta insufficiente e altamente incoerente da parte di tutti gli stati membri”. Secondo il report la Corea del nord è in grado ancora oggi di trafficare beni che le sarebbero proibiti, attraverso sofisticate triangolazioni, l’occultamento di materiali o beni, oppure tramite frodi. “Dietro tutte queste attività illecite c’è il continuo accesso della Corea del nord al sistema bancario internazionale”, si legge nel report. “Nonostante l’aumento delle sanzioni finanziarie nel 2016, la rete nordcoreana si sta adeguando, sta inventando nuovi accessi ai canali bancari formali, attraverso il trasferimento di denaro contante e di oro”. Ecco quindi l’utilizzo di “cittadini stranieri ed entità”, come le joint venture, “che consentono di continuare a effettuare transazioni” praticamente ovunque nel mondo. Sempre secondo il report della commissione, le attività, gli accordi, le transazioni, vengono spesso effettuati dal personale diplomatico che lavora nelle ambasciate nordcoreane all’estero.

 

Le sedi diplomatiche

 

L’ambasciata nordcoreana a Roma si trova in via dell’Esperanto numero 26, all’Eur, in una zona particolarmente distante dal centro e dal tradizionale triangolo delle ambasciate romane. L’edificio è anonimo, in un viale residenziale proprio accanto al Palalottomatica. Soltanto una targa, all’ingresso, distingue la sede diplomatica dalle altre abitazioni lungo il marciapiede alberato. Dal 22 febbraio del 2016 l’ambasciata è vacante: l’ambasciatore Kim Chun Guk, malato da tempo di cancro, è morto più di un anno fa ma da Pyongyang non è stato inviato ancora nessuno a sostituirlo. Kim, amico personale del senatore Antonio Razzi, nel 2014 in occasione dell’uscita del film di Seth Rogen “The Interview” aveva detto all’Ansa: “Coloro che hanno diffamato o commesso atti ostili non potranno scampare alla punizione ovunque si trovino nel mondo”. A via dell’Esperanto 26, intanto, quattro funzionari nordcoreani continuano con “l’ordinaria amministrazione”. L’incaricato d’affari ad interim, ormai da più di un anno, è Paek Song Chol, e non è mai accaduto che un’ambasciata a Roma restasse senza ambasciatore per così tanto tempo.

 

Che cosa succede? Da una parte, probabilmente da Pyongyang non sanno chi mandare: a metà del 2016 Thae Yong Ho, viceambasciatore della sede diplomatica di Londra, ha disertato e si è rifugiato in Corea del sud dove adesso fa politica attiva contro il regime di Kim Jong-un. Chiunque venga nominato come ambasciatore deve godere della fiducia più assoluta da parte dell’élite al governo di Pyongyang. Non solo: per l’assassinio del fratellastro di Kim Jong-un all’aeroporto di Kuala Lumpur, ucciso con un agente chimico vietato dalle convenzioni internazionali, il principale sospettato resta la Corea del nord. L’ingerenza dell’ambasciata nordcoreana di Kuala Lumpur nelle attività d’indagine della Malaysia ha portato a una crisi diplomatica tra i due paesi, che hanno espulso i rispettivi ambasciatori. In pratica, in questo momento, tutte le sedi diplomatiche nordcoreane all’estero hanno i fari puntati contro dalla comunità internazionale. Ma c’è anche una questione di opportunità e d’immagine per il nostro paese. L’Italia è l’unico paese al mondo a ospitare un’ambasciata della Corea del nord nella sua capitale e a non avere una rappresentanza diplomatica a Pyongyang. Il rapporto con il nostro paese, dunque, non è equivalente, “bilaterale”. Per esempio, se l’Italia dovesse protestare ufficialmente contro la Corea del nord, non avrebbe nessuno da richiamare a Roma, e non avrebbe nessuno da convocare ufficialmente alla Farnesina (a parte un incaricato d’affari ad interim che, però, funziona poco mediaticamente). Ma l’impasse diplomatica è complicata ancora di più dalla risoluzione 2321 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

Stanti tutte le investigazioni effettuate dall’Onu, la risoluzione del novembre scorso “invita tutti gli Stati membri a ridurre il numero del personale delle missioni diplomatiche e consolari”. In un documento della rappresentanza italiana al Consiglio di Sicurezza dell’Onu datato al 27 febbraio scorso e ottenuto dal Foglio – documento con il quale Roma applica la risoluzione n. 2321 – si legge che l’Italia a dicembre avrebbe sospeso la nomina di un altro segretario agli Affari politici da parte di Pyongyang, un nuovo funzionario da assegnare alla sede di via dell’Esperanto. Così il numero di funzionari nordcoreani con passaporto diplomatico attualmente nella capitale italiana si ferma a quattro.

 

La ricerca scientifica

 

La risoluzione 2270 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (marzo 2016) ha deciso che gli stati membri non devono ospitare o insegnare a cittadini nordcoreani discipline che possano contribuire alle attività “sensibili di proliferazione”, quindi l’Ingegneria nucleare, aerospaziale, la Fisica, eccetera. Con la risoluzione successiva, la 2321, le discipline sono state estese anche all’Ingegneria edile, alla Chimica, all’Elettronica e affini. In sostanza gli atenei degli stati membri non potrebbero accogliere nelle facoltà scientifiche studenti nordcoreani.

 

L’Italia ospita un numero imprecisato di studenti nordcoreani nella città di Trieste. Tra il marzo e il dicembre dello scorso anno il ministero degli Esteri ha dovuto prendere provvedimenti: secondo il documento ottenuto dal Foglio, quattro studenti nordcoreani provenienti dall’Università Kim Il Sung stavano frequentando il dottorato congiunto del Centro internazionale di Fisica teorica Abdus Salam e della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, entrambi con sede a Trieste. I quattro studenti sono stati trasferiti in “corsi non sensibili” nella Facoltà di Matematica. Un quinto studente nordcoreano, che sta compiendo studi personali post dottorato nel campo della Fisica matematica, “non sta ricevendo insegnamenti”, e quindi è libero di studiare quello che gli pare. Sul sito internet del Centro compaiono i nomi di tutti gli studenti attualmente coinvolti in ricerca e dottorati, ma non quelli dei cittadini nordcoreani.

 

Il traffico di manodopera “sportiva”

 

Secondo le nuove sanzioni applicate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, anche l’equipaggiamento sportivo è sanzionato come “bene di lusso”. E infatti il 22 novembre del 2016 le autorità italiane hanno multato un cittadino italiano che voleva inviare in Corea del nord sette paia di pinne da nuoto della marca Mares, per un valore complessivo di 359 euro. Se l’attrezzatura da sub può sembrare un colpo piuttosto di basso profilo, il vero guadagno da parte di Pyongyang nel nostro paese riguarda il calcio. Nel 2014 si è chiuso l’accordo tra la DPR Korea Football Association, la Federazione nordcoreana di calcio, e la società sportiva dilettantistica Italian Soccer Management, controllata dalla Sport X di Alessandro Dominici. L’accordo, caldeggiato dal senatore Antonio Razzi, prevedeva l’invio in Italia di un gruppo di giovani calciatori, i quali sarebbero stati allenati nei campi della Italian Soccer Management a Perugia. Non solo: i migliori di loro avrebbero dovuto essere provinati dalle più importanti squadre italiane. Ma quando le cose si fanno più grandi, anche i problemi aumentano.

 

Lo scorso anno la Fiorentina ha messo gli occhi su Choe Song-Hyok. Grazie a una inchiesta pubblicata su queste colonne, la trattativa che avrebbe dovuto rendere Choe un giocatore della primavera della Fiorentina è finita in Parlamento, con un’interrogazione di Nicoletti e Quartapelle. Perché quando si tratta di rapporti con la Corea del nord è molto facile finire per violare le sanzioni internazionali. Non solo: il trattamento riservato dal regime ai nordcoreani che lavorano all’estero – per esempio, in una squadra di calcio straniera – è al limite della violazione dei diritti umani, oltre che delle leggi sul lavoro dipendente. Perché, come testimoniato per anni da numerosi rifugiati nordcoreani, quasi nulla del guadagno che viene dall’estero resta ai lavoratori. E per evitare che fuggano, o chiedano asilo, sono controllati a vista, e viene vietato loro qualunque rapporto esterno che non sia mediato da un “minder”, un controllore, appunto. Qualche settimana dopo l’interrogazione parlamentare sul caso Choe, la Fiorentina ha deciso di svincolare il giocatore. Ma un contratto da professionista, che era stato firmato e non depositato, è stato impugnato dagli avvocati di Choe (che fanno parte della scuola-calcio di Dominici). Ne è nata una battaglia legale tra la Fiorentina e il calciatore che è finita la settimana scorsa, quando il Collegio di Garanzia dello sport del Coni ha dato ragione al nordcoreano: Choe aveva firmato un contratto da professionista, e deve ricevere tutti i soldi che non gli sono stati dati durante il periodo in cui era stato reclutato dalla squadra. Ma adesso si pone un altro problema: come pagherà la società di Firenze? A chi verranno dati questi soldi? Attraverso chi transiteranno?

 

Nel frattempo Choe è tornato in Corea del nord, e anche altri tre calciatori nordcoreani che erano in prova al Napoli sono stati allontanati. L’identica situazione si sta verificando in questi giorni con il calciatore nordcoreano Han Kwang-Son e il Cagliari calcio. Han sembra un vero talento, a giudicare da chi l’ha visto giocare. Il Cagliari lo vuole reclutare, rendendolo così il primo nordcoreano a giocare in una squadra di serie A. Questo, benché in una seconda interrogazione parlamentare del 28 febbraio scorso si legga: “La presenza di giocatori nordcoreani a così alto livello nelle squadre di calcio italiane di Serie A darebbe massima evidenza alla violazione delle sanzioni internazionali nei confronti della Corea del nord, nonché configurerebbe la presenza nel nostro paese di lavoratori extracomunitari con minori garanzie di godimento dei diritti e delle libertà civili”. Il Foglio ha tentato di contattare sia Dominici sia Sandro Stemperini, che è ufficialmente il procuratore di Han, senza riuscire ad avere alcuna risposta. Altri tre giovani calciatori nordcoreani sono attualmente in prova alla Maceratese.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • robyv73

    07 Marzo 2017 - 22:10

    Abbiamo proprio dei parlamentari coi fiocchi, Tofalo incontra gli oppositori del primo ministro libico sorretto dall'Italia e tenta persino di organizzare a Roma una conferenza con chi gli vorrebbe fare allegramente la pelle, Razzi è amico personale di un dittatore che si diverte ad ammazzare i parenti nei modi più inconsueti e probabilmente per lui divertenti, a giocare coi missili intercontinentali e con le bombe atomiche pregustando il giorno che che lo vedrà scatenare la guerra contro la Corea del Sud e magari la terza guerra mondiale se gli USA e la Cina dovessero intervenire su fronti contrapposti.

    Report

    Rispondi

Servizi