Lo scandalo dei visti a Erbil

Il Foglio ha trovato le prove del traffico illegale di visti al consolato italiano. Storia da seguire

Lo scandalo dei visti a Erbil

Un combattente curdo a Erbil (foto LaPresse)

Erbil, Kurdistan iracheno, 2 marzo. “Non solo sono pronto a testimoniare sulla compravendita dei visti italiani davanti alla giustizia italiana o a chiunque altro sia interessato alla verità, ma sono pronto a portare con me tutti i testimoni che volete”. Me lo assicura Matin Jafar Barzani. Ha 28 anni, dal 2014 è il General Manager dell’agenzia di viaggi Proxy. E’ andata così. Ascoltavo, pigramente, la traduzione dell’ennesimo articolo sul traffico dei visti al consolato italiano dal sito curdo della benemerita agenzia Rudaw. Alla fine, ancora più pigramente, chiedo di tradurmi i commenti. Ce n’è uno solo, e basta a farmi fare un salto sulla sedia. Il commentatore scrive: “Se volete sapere come funzionava il traffico dei visti al consolato italiano, io sono pronto a raccontarlo nei minimi particolari”.

 

Firma col nome proprio e quello dell’agenzia: “Proxy. Travel-Tourism”. Cerco l’indirizzo, si trova all’Italian Village, a pochi passi dall’English Village dove mi trovo io. Cinque minuti dopo sono lì. La Proxy si trova nell’edificio accanto alla sede della Visametric, che è l’agenzia attraverso cui passano le richieste di visti presso il consolato di Erbil, oltre che l’ambasciata di Baghdad e l’altro consolato di Bassora, e consolati e ambasciate italiane di altri paesi. Qui è guidata da un libanese. Sentiamo Matin Barzani. “Cominciamo dallo scorso agosto. Erano stati autorizzati i visti, a chi ne avesse i titoli, per motivi di affari, di cure mediche e di turismo. Le interviste coi richiedenti passavano attraverso Visametric, che ne svolgeva una ventina al giorno per i visti turistici. Dal 1° al 20 agosto le cose si svolsero regolarmente. Dal 20 in poi cominciò il commercio. Chiunque può richiedere il visto, ma bisognava aspettare a lungo. Così cominciarono a essere venduti i semplici appuntamenti per il colloquio preliminare. Si pagava da 500 a 1.000 dollari ad appuntamento. Presto gli appuntamenti furono venduti direttamente dal consolato. Si è scritto – l’ha scritto Lorenzo Cremonesi sul Corriere di martedì – che i visti concessi irregolarmente sono stati 152. Altri parlano di 190. In realtà sono almeno 450-500 visti venduti a 8-10 mila euro l’uno.

 

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Se la cosa era risaputa? Come vuole che non lo fosse? Se ne parlava dovunque, non solo in Kurdistan. Cominciarono a venire anche dall’Iraq, dalla Siria e da altri paesi”. Lei ha detto che avrebbe raccontato come avveniva l’affare e chi ne era responsabile. “Non accuso nessuno ora, ma è evidente che non bastava un funzionario italiano corrotto, e del tutto ignaro di curdo e arabo. Occorreva anche una complicità locale. Vuole che il governo italiano non sapesse? Succedeva già prima dell’inaugurazione del consolato e dell’arrivo della console, Alessandra Di Pippo, quando c’era solo l’ufficio consolare e i visti venivano concessi dall’ambasciata di Baghdad. Sta partendo solo adesso dal Kurdistan il funzionario che il ministero italiano ritiene responsabile del traffico, e sono passati mesi da quando lo scandalo è scoppiato. Occorreva aspettare i giornali? Ho provato tante volte a persuadere gli italiani a fare le cose in regola, a spiegare quanto avrebbe potuto essere utile la collaborazione sui visti turistici: ci sono innumerevoli curdi che non vedono l’ora di visitare l’Italia. Io faccio le cose in regole, i visti Schengen della mia agenzia passano attraverso il consolato della Cechia. Il turismo si può fare onestamente e senza rischiare di compromettere la sicurezza”.

 

Lei è un vicino di ufficio di Visametric, non è preoccupato? “Perché dovrei? Non ho paura di niente, dico la verità. E poi non ho alcuna prova di disonestà di Visametric. Le domande che passano attraverso di loro sono accolte per un 10 per cento, e le altre rigettate. Ci sono persone che hanno le carte in regola e che hanno davvero bisogno, persone malate che sono passate attraverso Visametric e non hanno ricevuto il visto: infatti c’è anche uno scandalo alla rovescia. Quelli che hanno avuto il visto e non dovevano, e quelli che dovevano averlo e non l’hanno avuto. Sono arrivati a questo punto, al consolato: che fissavano gli appuntamenti per le interviste al venerdì e al sabato. Venerdì e sabato sono i giorni di festa e di riposo da noi, e la stessa Visametric era chiusa. Conosco personalmente 17 persone che sono andate a fare l’intervista in quei giorni e che hanno ottenuto il visto pagando fa gli 8 e i 10 mila euro. Hanno ottenuto anche visti della durata di sei mesi con più ingressi”. Ne parleremo ancora, gli dico, ora devo scrivere. Lei sa che potrebbero chiederle, per esempio la magistratura italiana, di testimoniare? Lo farebbe? “Certo. E non solo io. Porto altri testimoni. Quattro sono pronti. Tutti quelli che volete”. 

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    03 Marzo 2017 - 09:09

    Visto che tocca un argomento noto a moltissimi italiani voglio aiutarla – a me lo ha raccontato un imprenditore africano di legnami che negli anni ottanta voleva recarsi a Milano per la Fiera. Dopo inutili tentativi di ottenere regolarmente il visto, la proposta fu di averlo dietro congruo pagamento. In seguito seppi che la prassi era nota, e nessuno, in ambasciata, per quanto sappia, ha mai preso iniziative punitive. Eppure, nelle ambasciate, ci sono carabinieri con occhi e orecchie che ascoltano. Forse questo aiuta a capire perché non si è voluto un’immigrazione controllata dalle ambasciate, e lasciato agli scafisti la gestione della tratta degli schiavi. Caro Sofri, visto che ha deciso di indagare sull’argomento, allarghi la sua iniziativa, e scoprirà che Erbil non è un caso raro. Buon lavoro.

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