Sanders è scritto su tutti i muri, anche se l’élite dem lo ignora

L’establishment clintonian-obamiano impone Tom Perez alla guida del Dnc. L’offensiva attivista del senatore del Vermont

Paola Peduzzi

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Tom Perez

Tom Perez

Milano. Bernie Sanders è uscito sconfitto un’altra volta dallo scontro con l’establishment del Partito democratico, e ancora una volta ha incassato il sostegno di Donald Trump, che ha stabilito che l’elezione del presidente del partito d’opposizione era “of course rigged”, truccata, e che l’uomo di Sanders, Keith Ellison, come lo stesso Sanders, non ha mai avuto una chance di vittoria: comanda ancora la Clinton, che ha deciso che il candidato da votare fosse Tom Perez, e così è stato. Sanders non ha abboccato all’amo di Trump, ha detto di non avere aspettative molto diverse sul funzionamento di questa elezione interna ma ha ribadito che poco importa: il partito è lì imbambolato che si lecca le ferite e si tormenta sull’eredità politica dei Clinton e di Barack Obama, mentre lui una strategia ce l’ha già. Attivismo puro, iniziato questa settimana con sit-in antitrumpiani ai comizi dei deputati e senatori repubblicani che, con il Congresso in pausa, sono tornati nelle loro circoscrizioni e hanno dovuto rispondere a molte domande. In più Sanders ha un’arma che ancora non ha deciso se mettere o no al servizio del Democratic National Committee: è la mailing list di 2,8 milioni di donatori che gli ha permesso di raccogliere, durante le primarie, 218 milioni di dollari online.

 

La lista, ha detto Sanders, sarà utilizzata “per trasformare il Partito democratico in un partito che sta con le famiglie che lavorano”, sottolineando – così interpreta la Cnn – di voler usare questo tesoretto per la sua organizzazione Our Revolution, e poi di valutare se unire le forze con il partito. Sanders ha deciso di non accanirsi contro l’establishment democratico né contro Tom Perez, ex ministro del Lavoro obamiano, il quale in nome dell’unità del partito ha chiesto al candidato sconfitto alla seconda votazione, il deputato del Minnesota Ellison, di fargli da braccio destro. L’intervento diretto dell’ex presidente Obama, dei Clinton e dell’ex vicepresidente Joe Biden a sostegno di Perez è stato determinato da un calcolo: questo politico moderato, cattolico di origini dominicane, è considerato più adatto per provare a ricostruire il partito in vista dell’offensiva democratica per le elezioni di mid-term, che è l’obiettivo del riscatto dopo la scoppola trumpiana. Quando lanciò la sua candidatura, nel dicembre scorso, Perez disse che voleva portare il partito lontano dalle metropoli e nelle periferie, laddove i democratici hanno perso appiglio, per tornare a parlare alla working class che si è ribellata al suo partito di riferimento, affidandosi a Trump.

 

Questo è un tema carissimo a Sanders – anche al suo candidato Ellison, che però con le sue dichiarazioni contro Israele appariva pericoloso per la tenuta dei finanziamenti – ed è forse per questo che il senatore del Vermont non se l’è presa più di tanto. Nel grande scontro “establishment vs people”, il segnale del Dnc non è rassicurante, e il popolo sandersiano rumoreggia: possibile che il partito non capisca che così non si vince? Ma al momento la strategia di reazione a Trump è più sandersiana che mai: no compromessi. Almeno una trentina di democratici ha annunciato di non voler interloquire con Trump, oggi al Congresso per il discorso a camere riunite. Il boicottaggio continua, ed è l’unica tattica ora sul campo date anche le scarse alternative presenti, ma Perez, scrive il Wall Street Journal, potrebbe essere davvero più adatto per intercettare leader emergenti a livello locale che possano invertire le sconfitte dei democratici delle ultime mid-term. “Se Mr. Trump non riesce a governare e Perez riesce a mediare nelle divisioni interne, i democratici avranno una chance più solida per riconquistare il Congresso nel 2018”. 

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