La linea Maginot d’Israele

Parlano i consiglieri di Netanyahu: “Non ci ritireremo ancora per far entrare i terroristi e i palestinesi dimentichino Gerusalemme”. Le opzioni oltre i “due stati”

Giulio Meotti

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La linea Maginot d’Israele

La metropoli israeliana di Tel Aviv vista dall’insediamento di Peduel in Cisgiordania, dove dovrebbe sorgere lo stato palestinese. Ogni ipotesi di ritiro da quelle terre oggi è impensabile

Roma. “Uno stato, due stati, è lo stesso”. Con queste parole, alla sua maniera, Donald Trump sembra aver rimesso in discussione vent’anni di diplomazia in medio oriente nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese. “Fino a oggi tutto il mondo ha parlato di ‘due stati’, gli ultimi tre presidenti americani e sei segretari di Stato”, dice al Foglio il generale Giora Eiland, l’ex comandante della brigata Givati, fu a capo del National Security Council del governo Sharon, il quale organizzò il ritiro dei coloni da Gaza nel 2005 e che oggi è uno dei più importanti strateghi dello stato ebraico in quanto: “Oggi nessuno, né gli israeliani né i palestinesi, potrebbero accettare quella soluzione così come fu delineata da Bill Clinton a Camp David. Israele ad esempio non può accettare che da Gaza alla Cisgiordania non ci sia la nostra presenza. Trump ha detto che accetta ‘altro’. Bene. Ma cosa? Fra la soluzione dei due stati e un solo stato binazionale ci sono numerose alternative. L’apertura americana consente di immaginarle. La soluzione dei ‘due stati’ non aveva contemplato il fatto che la terra da spartire fra la Giordania e il Mediterraneo era troppo piccola e che la soluzione va cercata in tre deserti circostanti: Sinai, Giordania e Arabia Saudita. Ovvero in un accordo regionale. Fossi Israele coglierei l’opportunità e non mi accontenterei dello status quo”. Ma quali sono queste alternative ai “due stati” e cosa ha in mente il premier Benjamin Netanyahu? Ne abbiamo parlato con i suoi consiglieri.

 

Mercoledì sembra cambiata la posizione americana sugli insediamenti israeliani. Se sotto l’Amministrazione Obama il confine del 1967 sembrava invalicabile e ogni casa oltre la linea verde era un caso politico, in qualche modo oggi gli Stati Uniti tornano alla formula di George W. Bush contenuta in una lettera nel 2004 ad Ariel Sharon: il riconoscimento, de facto, dei “blocchi” di insediamenti. Netanyahu ha in mente uno “state minus”, uno stato palestinese ridotto e “demilitarizzato” che riconosce quello ebraico. Israele conserva la sicurezza a ovest del Giordano, l’accesso ai confini, lo spazio aereo e mantiene una presenza in Cisgiordania. La costruzione della barriera difensiva è un altro punto di non ritorno. Il premier israeliano ha fatto suo, infatti, il piano disegnato da Ariel Sharon nel 1999, in cui Israele conserva due “fasce” verticali collegate da arterie che dovrebbero consentire la difesa del territorio israeliano di fronte a un attacco convenzionale da est.

 

La fascia che costeggia il Giordano sarebbe profonda 15-20 chilometri, mentre quella disegnata a ridosso dell’hinterland di Tel Aviv sarebbe di circa sette chilometri. “Mentalità da linea Maginot”, ha commentato il giornale della sinistra Haaretz. Lasciando Gaza, nel 2005, Israele abbandonò il “sentiero di Filadelfia”, usato da Hamas per far entrare armi dall’Egitto nella Striscia. Un errore che Israele non ripeterebbe mai, per cui deve sigillare e controllare i confini. Netanyahu continuerà nel progetto di difendere Gerusalemme allargandone il confine meridionale, impedendo un autentico accerchiamento di Gerusalemme da parte dei palestinesi, che in caso contrario godrebbero di una continuità geografica fino al quartiere di Talpiot, in centro città. La sinistra israeliana, da Ehud Barak a Yitzhak Herzog, preferisce la formula dei “security arrengements” piuttosto che dei “defensible borders”. E’ il piano messo appunto un anno fa dal generale Amos Yadlin: Israele abbandona l’85 per cento dei Territori, trasferisce le aree A e B della Cisgiordania ai palestinesi, finisce la barriera di sicurezza e ricolloca i coloni fuori dal tracciato in Galilea, nel Negev o nei blocchi di insediamenti. Utopistica.

 

Come utopistica è la soluzione di “un solo stato” con l’annessione totale dei Territori e la cittadinanza completa ai palestinesi. Sarebbe il cosiddetto “stato binazionale”. Già nel periodo tra le due guerre, un piccolo ma importante gruppo di pensatori ebrei (da Martin Buber a Hannah Arendt) si batteva per uno stato binazionale. La logica del sionismo e la guerra sopraffecero i loro sforzi, ma l’idea è ancora viva tra ebrei e arabi frustrati dagli evidenti limiti del presente. L’essenza di questa visione, abbracciata oggi dal presidente israeliano Ruby Rivlin, da intellettuali ebrei americani come il compianto Tony Judt e da intellettuali palestinesi come Edward Said e Sari Nusseibeh, è la coesistenza in modi che richiedono di andare oltre lo stallo della rivendicazione e del rifiuto. Ma la stragrande maggioranza degli israeliani è contraria. Sa che i precedenti non sono stati felici e fortunati: Yugoslavia, Siria, Libano. Inoltre, il mainstream israeliano ha accettato di avere tre alternative: essere territorialmente grande, non ebraico e democratico; grande, ebraico e non democratico; piccolo, ebraico e democratico. Solo l’ultima appare come una via praticabile.

 

C’è l’ipotesi lanciata da Moshe Dayan di una “annessione mascherata” attraverso una “federazione” con la Giordania e la nascita di una minoranza alleata, come in Irlanda, come in Canada. L’Intifada a cicli ha messo in crisi il progetto. C’è il piano “ad interim”: visto che è un accordo definitivo è impossibile, israeliani e palestinesi dovrebbero accordarsi sulla situazione come è oggi sul terreno. Ma i palestinesi temono che “provvisorio” significherebbe “definitivo”. C’è il “ritiro unilaterale parziale”: in mancanza di accordo, Israele ridisegna i confini uscendo da alcune aree della Cisgiordania. E’ quello che cercarono di fare Ariel Sharon ed Ehud Olmert dieci anni fa. Poi Hamas salì al potere a Gaza, piovvero i missili e non se ne è più parlato. C’è lo “status quo”: non fare niente di radicale e innovativo, facilitare la vita dal basso, “gestire” il conflitto e le ondate di terrorismo. C’è il piano del ministro della Difesa, Avigdor Lieberman: gli “scambi territoriali” come fecero francesi e tedeschi con l’Alsazia e la Lorena. L’idea è che la pace si dà in cambio di altra pace e non in cambio di terra.

 

Israele dovrebbe cedere Umm el Fahm e il “triangolo” in Galilea nel futuro stato palestinese. C’è un problema: gli arabi israeliani vogliono vivere sotto sovranità israeliana, non arabo-islamica. C’è la “soluzione tre stati”: Israele, Cisgiordania e Gaza, dividendo queste ultime. I palestinesi sono contrari, l’Egitto pure, perché teme di dover gestire la Striscia oggi nelle mani di Hamas. C’è il “piano di stabilità” del ministro dell’Educazione Naftali Bennett, leader della destra al governo: i palestinesi che vivono in alcune porzioni della Cisgiordania (Area A e Area B) dovrebbero “autogovernarsi”, mentre Israele annetterebbe la zona dove vivono i coloni, garantendo ai residenti palestinesi piena cittadinanza israeliana. Mordechai Kedar, professore di arabo alla Bar Ilan University in Israele e per vent’anni nell’intelligence militare, ha teorizzato il piano degli “emirati”: “Il medio oriente oggi è diviso fra due modelli”, dice Kedar al Foglio. “Quello fallito nazionale di Siria, Iraq, Libia e Yemen, e quello di successo di Qatar, Dubai e Abu Dhabi. L’emirato e le tribù hanno successo perché sono stati omogenei. Lo stesso vale per i palestinesi: da Gerico a Hebron, ogni città ha la sua tribù. A Ramallah ci sono i Barghouti come i Masri a Nablus. Gaza da dieci anni funziona come stato, ha la sua legge, il suo esercito. Israele sa che uno stato palestinese in Cisgiordania finirebbe come la Siria. Ogni giorno l’Autorità Palestinese combatte contro il proprio popolo a Nablus e altrove, perché per i palestinesi è una creazione israeliana artificiale. E se diventasse stato, finirebbe come la Libia. Gli americani pensano da americani, ma qui c’è bisogno di una soluzione mediorientale. E questa non può basarsi sul nazionalismo arabo, che ha fallito ovunque”.

 

Cosa farà Netanyahu? “Bibi non vuole annettere altri territori, è problematico per la comunità internazionale e per Israele”, dice al Foglio Efraim Inbar, docente alla Bar Ilan University e consigliere molto ascoltato dal primo ministro (Netanyahu tenne nella sua università il famoso discorso del 2009 sui due stati). “Bibi vuole partire dai fatti sul terreno, come i blocchi degli insediamenti. E’ a favore di uno stato palestinese demilitarizzato, dai confini allo spazio aereo, soprattutto la Valle del Giordano, che deve restare sotto controllo israeliano, e i palestinesi devono dimenticarsi Gerusalemme. I palestinesi avevano la possibilità di avere uno stato, ma hanno fallito nel nation building, Hamas e l’Olp si fanno la guerra e hanno creato un regime corrotto e inefficiente. Nel frattempo lo status quo sta funzionando. I giordani entreranno forse nella partita con una federazione con i palestinesi. Dopo che Abu Mazen sarà fuori, l’Autorità Palestinese potrebbe sciogliersi. E in quel caso dovremmo avere a che fare con tante entità palestinesi. Dopo il ritiro unilaterale abbiamo capito che non è una buona idea. Ci siamo ritirati dal Libano ed è arrivato Hezbollah. Ci siamo ritirati da Gaza ed è arrivato Hamas. Questo è il medio oriente”. Dove non esistono soluzioni “facili”. E forse nessuna “soluzione”.

 

Perché, almeno finora, il conflitto non è stato sulla grandezza, ma sull’esistenza stessa di Israele. “Non c’è stato soltanto il ritiro da Gaza, ricordiamo cosa è successo con Oslo”, dice al Foglio il generale Yaakov Amidror, per quattro anni a capo del National Security Council di Bibi Netanyahu: “In un mese, ci furono 122 israeliani uccisi. Un mese. Da terroristi provenienti dalla Cisgiordania. Poi siamo tornati nei Territori e il terrorismo è calato”. Dopo la strage all’hotel Park Hotel di Netanya, Israele rientrò nelle città palestinesi. “La sicurezza da allora è cruciale per Israele”, conclude il generale Amidror. “I palestinesi devono accettare che Israele possa intervenire per fermare il terrorismo in caso di necessità. Durante Oslo, i palestinesi avevano il controllo totale delle loro aree, molto più di oggi, e noi israeliani ci fidammo troppo di loro. Anche oggi, pur con una forte cooperazione fra Israele e le forze di sicurezza palestinesi, l’80 per cento dei terroristi non sono fermati dai palestinesi, ma dagli israeliani. Deve restare così”. Negoziando all’ombra della linea Maginot.

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