Bob Harward è il simbolo del disastro manageriale di Trump

Il prescelto per sostituire Flynn non vuole lo “shit sandwich”, ma non è un caso isolato. I problemi nella gestione del palazzo

 Bob Harward è il simbolo del disastro manageriale di Trump

Robert Harward

New York. Robert Harward ha rifiutato il posto di consigliere per la sicurezza nazionale rimasto sguarnito dopo il licenziamento di Michael Flynn per via di “questioni finanziarie e famigliari che sarebbero complicate da affrontare in questa posizione”. Il capo di gabinetto, Reince Priebus, è andato in televisione a tentare di vendere con più convinzione la versione ufficiale del rifiuto di Harward: “La sua famiglia non era d’accordo, tutto qui”. Non la pensa così un amico di Harward che ha riportato la sua definizione dell’offerta ricevuta da Donald Trump: un “shit sandwich”. Non molto appetitosa come prospettiva. Altre fonti dicono che ha rifiutato la proposta perché non ha ricevuto garanzie sull’autonomia del suo potere e sulla possibilità di nominare il team. Voleva che il potere nelle questioni di sicurezza fosse nelle mani del consigliere, non in quelle dei consiglieri politici di Trump, e il riferimento ovviamente è a Steve Bannon, lo stratega che con un colpo di mano si è attribuito una posizione di inusuale rilevanza all’interno dell’organizzazione.

 

In modo indiretto, il generale David Petraeus, che ora è nella lista dei candidati assieme a Keith Kellog e Keith Alexander, ha fatto capire che la scelta della propria squadra è il vero motivo dello scontro. Harward è un militare stimato che gode di simpatie bipartisan, conosce il farsi perché è cresciuto in parte a Teheran, dove il padre era di stanza prima della rivoluzione. È stato nei Navy Seal e gode della stima di Jim Mattis, il segretario della Difesa. Lo storico militare Thomas Ricks dice che ha un approccio “scowcroftiano”, cioè realista e pragmatico, ed è noto per “il rigore e la cautela”. Mary Beth Long, ex funzionario della Cia sotto George W. Bush e convinta nevertrumper, si è presa l’incarico di valutare la disponibilità di una serie di figure qualificate per comporre eventualmente lo staff di Harward. Si trattava, insomma, di una candidatura seria e che poteva allargare il consenso all’intero del campo repubblicano – e non solo – e consolidare l’apparato di sicurezza dopo il disastro di Flynn. La trattativa è saltata, e la cosa non deve stupire.

 

L’Amministrazione Trump ha un problema enorme con la selezione del personale, i ranghi medi delle agenzie federali sono sguarniti, le dimissioni di massa dei funzionari che trovano inaccettabile lavorare sotto Trump non sono facili da assorbire per un’organizzazione ipercentralizzata e che anche all’interno delle strutture burocratiche è dominata dai consiglieri politici, non dai tecnici. È una crisi di management prima ancora che politica, una difficoltà strutturale nella gestione del palazzo, non un fatto di programmi e ordini esecutivi.

 

Il rapporto compromesso con l’intelligence, da cui ora promana una quantità di leak che ha tutta l’aria di una rivolta organizzata, è un’altra faccia del problema. Il caso del consiglio per la Sicurezza nazionale è esemplare, sia per il curriculum del candidato prescelto sia per l’importanza del ruolo, ma ci sono centinaia di buchi nei piani intermedi degli organigrammi dei ministeri e delle agenzie federali. La segreteria di stato è ancora senza un vice. Trump ha scartato il primo candidato, John Bolton, perché non gli piacevano i suoi baffi, e ha bocciato il secondo, il neocon Elliot Abrams, quando gli hanno fatto notare che l’interessato lo aveva criticato durante la campagna elettorale. Gli uomini di Trump faticano a trovare persone qualificate al di fuori del ristretto bacino dei lealisti, non è affatto detto che i lealisti siano qualificati: Flynn docet.

 

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Commenti all'articolo

  • albertoxmura

    17 Febbraio 2017 - 21:09

    Fino a quando lo spoil system non avrà rimpiazzato tutti gli avversari di Trump nell'amministrazione ci saranno colpi bassi. Per questo i democratici cercano di rallentare per quanto è possibile il ricambio. Ma le capacità manageriali di Trump c'entrano poco. C'entra invece la delegittimazione alla quale è stato sottoposto che fa sembrare corretta (e forse persino moralmente doverosa) la "resistenza" di giudici, giornalisti, professori e pubblici ufficiali. Il punto è che chi lo ha votato lo rivoterebbe a occhi chiusi. Più lo attaccano e più aumenta il consenso di cui gode.

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