Rimpatri e guerra ai giudici. Le prime tre settimane di Trump

Flynn lotta per la sopravvivenza alla corte del presidente americano, ma c’è chi lo preferisce depotenziato più che licenziato

Rimpatri e guerra ai giudici. Le prime tre settimane di Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Il consigliere per la Sicurezza nazionale, Michael Flynn, sta lottando per mantenere la poltrona dopo l’esplosione del caso sulle telefonate con l’ambasciatore russo Sergei Kislyak. Prima dell’insediamento dell’Amministrazione Trump, Flynn ha parlato con il diplomatico delle sanzioni alla Russia, e alcuni funzionari dell’intelligence dicono che si sia spinto fino a suggerire al Cremlino di non rispondere alle nuove misure punitive disposte da Barack Obama, inclusa l’espulsione di decine di diplomatici e il sequestro di proprietà russe sul suolo americano, in vista di un rinnovato rapporto di fiducia fra Washington e Mosca. L’eventualità che Flynn, allora nelle vesti di privato cittadino, abbia influenzato la politica estera americana costituisce un reato ed è una manovra politicamente suicida se è vero, come gli interessati dicono o lasciano intendere, che nessuno nella catena di comando era informato circa il contenuto delle comunicazioni fra Flynn e Kislyak.

 

Chi ha subìto il danno più grave, in termini di credibilità, è il vicepresidente, Mike Pence, che ha pubblicamente difeso le attività di Flynn, derubricandole come normale gestione delle pubbliche relazioni, e a quanto pare è stato raggirato ed indotto in errore dalle mezze verità che gli ha riportato lo stesso ex generale. Messo all’angolo, Flynn ha dapprima scelto la strada della negazione totale, poi è dovuto scendere a un compromesso, ammettendo la possibilità che i due abbiano parlato anche di sanzioni, sebbene non nei termini di uno scambio o accordo politico. La trascrizione di almeno una delle telefonate, registrate dall’intelligence americana nell’ambito del programma di sorveglianza dei diplomatici stranieri, circola tra i funzionari della Casa Bianca, divisi fra quelli che vogliono la testa di Flynn subito e quelli che considerano la perdita del consigliere per la Sicurezza nazionale dopo tre settimane di governo un problema molto più serio di tutto ciò che l’interessato può avere detto alla controparte russa. Flynn ha fatto un ampio giro di scuse tra funzionari e membri del gabinetto, ma non ha offerto le dimissioni “né si aspetta di essere licenziato”, stando alla versione di un funzionario che ha parlato alla Cnn. Steve Bannon, l’onnipresente stratega che con un colpo di mano s’è preso un posto in prima fila al Consiglio di sicurezza nazionale, ha visto Flynn a cena nel club Mar-a-Lago in Florida, dove Trump ha accolto il premier giapponese, Shinzo Abe, e la soluzione che suggerisce al presidente è di confermare la fiducia al consigliere, ma facendogli capire che lavorerà a un passo dal precipizio. Non è strano che Bannon, che ha passato queste settimane ad allargare la sua sfera di influenza, preferisca un Flynn ricattabile e depotenziato a un consigliere per la Sicurezza nazionale fresco e pronto all’azione. Stephen Miller, giovane consigliere del presidente che nel fine settimana è stato il volto dell’Amministrazione nei talk-show, ha schivato le domande sul caso spiegando che lui è soltanto un “policy advisor”, e certe questioni spettano al presidente. Il quale, da par suo, ha preso tempo. Dopo aver detto che avrebbe “guardato dentro” alle trascrizioni delle telefonate, ha passato il fine settimana a ponderare attentamente le reazioni al caso Flynn e dai suoi consiglieri più vicini arrivano segnali di fiducia verso il generale che ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione di una improbabile coalizione conservatrice durante la campagna. L’ostilità arriva piuttosto dal clan di Pence, e questo configura la prima grande battaglia interna a un’Amministrazione iperattiva e litigiosa che fatica a trattenere le informazioni sensibili.

 

Non è passato nemmeno un mese dall’insediamento ed è già tempo di bilanci per un governo che ha deciso di esordire con una campagna “shock and awe” per galvanizzare e tramortire a suon di ordini esecutivi, dichiarazioni, decreti, telefonate e tweet. Che cos’ha fatto finora l’Amministrazione? Innanzitutto ha approvato il famoso ordine esecutivo sull’immigrazione, congelato da un tribunale dopo proteste, fermi e vicoli ciechi giudiziari e confermato da una Corte d’appello federale. Trump, che d’impulso ha promesso di ricorrere alla Corte Suprema ma a mente fredda sta valutando anche altre opzioni, ha così dichiarato guerra all’intero sistema giudiziario, mostrando un macrotema che sta dietro a diverse battaglie di giornata. Il riferimento al “cosiddetto giudice” e tweet del tipo “non posso credere che un giudice possa mettere in pericolo il paese in questo modo” hanno fatto inorridire anche Neil Gorsuch, nominato per sedere sullo scranno vacante della Corte suprema. E’ una delle missioni compiute dell’Amministrazione, nonché una delle ricompense concesse alla destra religiosa che lo ha votato magari non con devozione ma con fedeltà. I legami con il mondo pro life sono stati rinsaldati anche dalla presenza di Pence alla Marcia per la vita. Trump ha aperto una crisi diplomatica con il Messico firmando un decreto sulla costruzione del muro al confine, che il presidente continua a promettere sarà pagato dai messicani. Il commander in chief è riuscito anche a creare una frizione diplomatica con il primo ministro dell’Australia, Malcolm Turnbull, per via di un accordo a suo dire pessimo sull’accoglienza di migranti. L’Australia è uno degli alleati più leali degli Stati Uniti. Con una serie di direttive, l’Amministrazione ha autorizzato la costruzione dell’oleodotto Keystone e ha dato una nuova spinta ai lavori per un’altra pipeline che aveva sollevato le proteste dei Sioux del North Dakota perché attraversa alcuni siti sacri. Infine, gli agenti dell’Ice, l’agenzia che si occupa di immigrazione, hanno ricevuto l’ordine di intensificare controlli e rimpatri di immigrati clandestini, a cominciare da coloro che hanno reati a carico. E’ l’inizio del percorso che porta al promesso allontanamento di due o tre milioni di clandestini.

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