Valori Made in Asia

Obama cercava di sostituirli con quelli americani, adesso Trump li ignora. L’influenza dell’Asean per un’altra globalizzazione possibile (a guida cinese)

trump xi jinping

Xi Jinping e Donald Trump

"The Big C". Così si riferivano alla Cina gli alti ufficiali delle marine che operano nel teatro Asia-Pacifico riuniti a Singapore lo scorso gennaio per la conferenza-mercato su Undersea Defence Technology, le tecnologie della guerra sottomarina. The Big C non era ufficialmente presente. Non ne ha bisogno. La Cina ha una delle più grandi flotte al mondo di sottomarini, nucleari e convenzionali, dislocati nel Pacifico e nell’Oceano Indiano. A breve dovrebbero prendere il largo le prime pattuglie di sottomarini armati di missili nucleari sotto le acque del Mar cinese meridionale. Un mese prima dell’Udt Asia, due sottomarini d’attacco cinesi, il Chang Xing Dao e il Chang Cheng, sono emersi a Kota Kinabalu, nel Borneo Malese. La visita dimostra come la marina dell’Esercito Popolare di Liberazione possa operare in quelle acque col beneplacito della Malaysia (pure confermato dalla prossima visita a Pechino del premier Najib Razak). La stessa Malaysia si è già accordata per l’acquisto di quattro guardiacoste cinesi. La Thailandia, la Birmania e la Cambogia stanno trattando per l’acquisto di un sottomarino.

 

Mentre nel centro Convegni di Singapore, un piano sopra il casinò, si svolgeva l’Udt Asia, al Singapore Art Museum e in altri spazi espositivi erano in mostra le opere di sessanta artisti e tre collettive di diciannove paesi asiatici partecipanti alla Singapore Biennale. Intitolata “An Atlas of Mirrors”, un atlante degli specchi, la biennale aveva per tema l’esplorazione degli spazi esterni e interni: le mappe sono strumento di scoperta, gli specchi ne riflettono un’immagine reale o distorta. Messi assieme, sono un nuovo strumento di osservazione e riflessione. Specie in un mondo dai confini fluttuanti qual è l’Asia. Ne erano esempio le mappe psicogeografiche e calligrafiche del giovane cinese Qiu Zhijie. Dall’illuminante titolo: “Bisogna abbandonarsi alle meraviglie del mondo esterno per raggiungere alla fine l’altare più intimo e profondo”. Intanto, all’Asian Civilisations Museum era allestita la mostra “Port Cities” dedicata ai centri commerciali asiatici tra il 1500 e il 1900. Tutte queste immagini e storie, oltre a richiamare alla “tirannia della geografia” imposta da un subcontinente quale il sud est asiatico, dominato dal Big C, sono legate da un rapporto di sincronicità, coincidenze significative che compongono esse stesse una nuova mappa geopolitica.

 

Quella degli Asian Values, i valori asiatici. Singapore, infatti, è la culla di quella filosofia politica che definisce i comuni valori delle nazioni del sud est asiatico e dell’Asia orientale. Una filosofia che si ispira ai principi del confucianesimo e che è stata elaborata nel secolo scorso da Lee Kuan Yew, il demiurgo della città-stato. I valori asiatici, in contrasto con i valori universali autoprocalamati dall’occidente, si ispirano a un’ideale di armonia sociale e benessere collettivo cui possono essere sacrificate le libertà individuali. A differenza del comunismo, però, i valori asiatici non sottintendono l’idea di uguaglianza, ma si basano sul concetto di gerarchia diffuso in tutta l’Asia secondo il quale l’esistenza degli individui si evolve per meriti acquisiti con esperienza, lavoro e studio. E’ un adattamento sociale del karma buddista. Secondo Lee, il fato di una nazione è determinato, più che dalla politica o dall’economia, dalla cultura. Il che apparirebbe canonizzato dal Pisa test, il Programme for International Student Assessment, che valuta il livello d’istruzione in 70 paesi al mondo. Non è un caso che gli studenti di Singapore si siano classificati al primo posto e ci siano sei paesi asiatici nei primi dieci (per la cronaca: l’Italia è al 34° posto).

 

Gli asian values sono il codice genetico della “Global-as-Asian”. Teorizzata da Kishore Mahbubani, ex diplomatico singaporeano e rettore della Lee Kuan Yew School of Public Policy, è una globalizzazione che ha il suo fulcro in Asia ma che non vuole imporre un modello universale – un huntingtoniano “scontro di civiltà” – bensì rivendicare una multipolarità di idee che diano impulso a un nuovo modello di sviluppo. E’ la visione del ministro della Difesa di Singapore Ng Eng Hen. Secondo Ng, in un mondo sempre più scettico nei confronti della globalizzazione, è fondamentale trovare una sintesi tra ordine globale e ordini regionali, tra buon governo e diritti individuali. “Se queste linee di frattura sono sotto tensione, le placche collidono e si crea uno tsunami politico e sociale”, ha detto sempre a gennaio alla Yale-NUS, ateneo nato dalla collaborazione tra la Yale e la National University of Singapore.

 


“One Has to Wander through All the Outer Worlds to Reach the Innermost Shrine at the End” di Qiu Zhijie (particolare, Biennale di Singapore 2016) 


 

Per l’ennesima sincronicità, è la visione rappresentata qualche giorno dopo dal presidente cinese Xi Jinping al World Economic Forum di Davos, dove è stato accolto come il nuovo campione della stabilità. Secondo Xi il futuro è un pianeta globale in cui la Cina vuole svolgere un ruolo da protagonista. Un pianeta dove i modelli di globalizzazione si interfacciano. E’ il “nuovo modello di relazioni tra le maggiori nazioni” oggetto di un dialogo tra l’ex consigliere di stato cinese Dai Bingguo e l’ex segretario di stato americano Henry Kissinger. Un modello che permetterebbe di evitare la cosiddetta “trappola di Tucidide”, un conflitto tra una potenza emergente, la Cina, e la potenza dominante, gli Stati Uniti. Com’era accaduto 2.500 anni fa nella guerra peloponnesiaca narrata dallo storico greco. In nome della Global-as-Asian e in contrapposizione a “isolazionismo, modo di pensare sorpassato e accordi commerciali frammentati”, Pechino sta vendendo e condividendo la sua visione del continente con gli strumenti del soft power. La sua “Regional Comprehensive Economic Partnership” sembra destinata a divenire l’organizzazione commerciale multilaterale dominante in Asia, mentre l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) finanzia progetti in tutta l’area lungo le direttrici delle nuove vie della seta, marittima e terrestre. Che a loro volta compongono la “One Belt One Road”, rappresentata da una tela di ragno di strade, ferrovie, condotte. Mentre si sta ridisegnando tutto ciò che intendiamo per Asia, il neopresidente americano Donald Trump firma l’ordine di recessione dalla Trans-Pacific Partnership (Tpp) e riafferma la sua strategia isolazionista. Se il pivot asiatico di Obama è fallito perché non aveva compreso gli “asian values” – cercando di esportare il modello occidentale – la strategia di Trump (ammesso che si possa definire tale) fa di peggio: li considera irrilevanti, come la maggior parte delle nazioni che li condividono, specie in sud est asiatico.

 

Il paradosso è che Trump è più ben più vicino a molti paesi dell’area di quanto lo fosse la retorica obamiana. Il nuovo presidente, infatti, ha ribadito come gli Stati Uniti non intendano imporre i propri valori, che siano democrazia o rispetto dei diritti umani, ad altri paesi. Il che non dispiace certo a Vietnam, Cambogia, Malaysia, Myanmar, così come non dispiace alle Filippine di Duterte e alla Thailandia del generale Chan-ocha. Trump, però, non ha saputo, né voluto sfruttare queste affinità elettive. Perché non le inserisce in categorie politiche o culturali. Ma ancor più, perché il sud est asiatico non sembra interessargli affatto. Molti osservatori dell’area hanno interpretato così il suo disimpegno economico: come indifferenza, magari espressa pure con arroganza. Il che è il peggior modo di rapportarsi a questi paesi. Per altri, che molto probabilmente sono influenzati dalle analisi cinesi, la strategia di Trump è dividere l’Asia, indebolirla, quindi conquistarla. Qualunque sia la causa, il risultato, almeno per ora, è lo stesso. Le Filippine hanno stabilito il loro “pivot” in Cina. Il primo ministro cambogiano Hun Sen ha appena proibito l’esposizione della bandiera di Taiwan in nome della politica di “Una sola Cina”, che è il mantra di Pechino, dissacrato da Trump con la telefonata alla presidente taiwanese Tsai Ing-wen. La Thailandia sta mettendo in seria discussione il suo secolare rapporto di alleanza con gli Stati Uniti.

 

Il Myanmar di Aung San Suu Kyi ha ripreso le trattative con Pechino per la costruzione di dighe e lo sfruttamento minerario. Il Vietnam, che dopo la visita di Obama nel maggio 2016 e lo sblocco dell’embargo sulla vendita d’armi sembrava potesse divenire un’immensa portaerei statunitense nel Mar cinese meridionale, oggi appare più disponibile a un accordo con la Cina. Proprio in quello che sta diventando il fatidico gennaio 2017, dal 12 al 15, Xi Jinping ha calorosamente accolto il primo ospite straniero dell’anno: il Segretario generale del Partito Comunista vietnamita Nguyen Phu Trong. Senza considerare che addirittura Australia e Nuova Zelanda stanno considerando l’ipotesi di un “TPP-minus-one” (ossia l’America). In questo scenario strategico-diplomatico si apre l’anno del gallo, in cui l’Asean compie i suoi cinquanta anni e la presidenza di turno spetta alle Filippine. Grazie alla politica di Trump, l’Associazione delle Nazioni del sud est asiatico potrebbe finalmente, dopo vent’anni, trovarsi d’accordo sul quel Codice di Condotta (CoC) nel Mar della Cina meridionale che “dovrebbe ulteriormente promuovere la pace e la stabilità nella regione”.

 

In questo caso per garantire una “pax sinica”. Il Codice di Condotta, infatti, ha già una sua bozza preparata a Pechino: il libro bianco sulla Sicurezza e la Cooperazione in Asia-Pacifico. Presentato a gennaio, rinforza la tesi secondo cui le nazioni asiatiche, ovviamente guidate dalla Cina, debbano decidere di comune accordo come stabilire norme asiatiche per garantire la sicurezza nell’area. La risposta statunitense a questo progetto è stata apodittica. Nel suo primo discorso, il nuovo segretario di stato Rex Tillerson ha dichiarato che gli Stati Uniti impediranno alla Cina di costruire nuove isole artificiali nel Mar cinese meridionale e ne bloccheranno l’accesso. Tillerson ha anche criticato la politica di Obama che ha permesso alla Cina di “superare ogni limite”. In realtà, per quanto sfasato, il pivot di Obama definiva una strategia di contenimento. Le minacce di Trump e dei suoi consiglieri, invece, rischiano di rivelarsi una nuova “tigre di carta”. Lo ha dimostrato la successiva, parziale ritrattazione di Tillerson: “Per il momento non vedo la necessità di alcuna drammatica azione militare”, ha dichiarato. “Si rifletta con cura prima di muoversi” è il commento più adeguato che si può cogliere tra le citazioni su “l’Arte della Guerra” di Sun Tzu.

 

Per ora, come si rileva negli ambienti politici del sud est asiatico, le affermazioni di Tillerson, anziché rassicurare i governi locali che pur temono le mire espansionistiche di Pechino, li hanno fatti sentire ancor più esclusi. Non tenendone conto quali potenziali alleati, quella dell’Amministrazione americana appare un’interferenza di stampo neo-imperialista che potrebbe portare a una pericolosa escalation militare. La Cina, infatti, ha riaffermato la sua “indiscutibile sovranità” su gran parte del Mar cinese meridionale e avvertito che, se messe in atto, le azioni americane potrebbero scatenare un “confronto devastante”. Si avvererebbe così la profezia di Steve Bannon, già consulente strategico del presidente, una specie di clone ultraconservatore di Michael Moore, chiamato a far parte del Consiglio nazionale per la sicurezza. Non molto tempo fa aveva dichiarato di vedere nel prossimo futuro una guerra nel Mar della Cina del sud. Non è un caso se Trump non abbia telefonato a Xi Jinping, ma gli abbia inviato ieri una lettera – come a mantenere una certa distanza, non solo geografica.

 

E la guerra con la Cina, Bannon, più che prevederla se la augura. Fa parte di quell’epocale scontro di civiltà tra “l’occidente giudaico-cristiano” e tutte le altre civiltà, un “islam espansionistico e una Cina espansionistica”. “Loro sono motivati, loro sono arroganti. Loro sono in marcia. E loro pensano che l’occidente giudaico-cristiano sia in ritirata” ha dichiarato. Con quel “loro” che non tiene affatto conto delle tensioni e delle differenze tra cultura islamica e confuciano-buddista, Bannon potrebbe essere riuscito a riunirle nella comune identità pan-asiatica. Oggi più che mai vale quanto scritto da Pietro Citati nel saggio “Le scintille di Dio”: “Un tempo, i saggi uomini politici si facevano accompagnare da esperti di teologia o erano essi stessi eccellenti teologi. Oggi la teologia è disprezzata o praticata da persone di quart’ordine. Per il bene dell’universo, sarebbe giusto che rifiorisse al più presto”. Alla fine ciò che è davvero illuminante di quanto il presidente Trump non comprenda l’Asia è la sua affermazione d’averla compresa. “Nel corso di decenni ho letto centinaia di libri sulla Cina”, ha scritto nel suo bestseller “The Art of Deal”. “Conosco i cinesi. Ho fatto un sacco di soldi con i cinesi. Io capisco la mentalità cinese”. Viene da ricordare quanto detto da Luca Invernizzi Tettoni, fotografo italiano cui molti anni fa il Foglio dedicò uno dei suoi “ritratti”: “Arrivato in Oriente ho speso anni a studiare tutto quello che potevo per capire come la pensano. Adesso lo so, l’ho capito. L’Oriente sconvolge il farang, lo straniero, perché è sintonizzato su un modo di pensare per contrapposizioni: o mi piaci o no. Per l’orientale i due sentimenti possono coesistere in un unico cervello. Se leggi Lin Yu Tang – o anche Jung, se è per questo – lo capisci. Il fatto che tu sia il mio migliore amico e io ti voglia fregare, per l’orientale è normale: da una parte pensa al business, dall’altra all’amicizia, e le due cose non sono in contrasto nella sua mente”.

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