Ribolle la redazione del Wsj, non saremo troppo morbidi con Trump?

Una nota della direzione divide i reporter. L’alleanza tra il presidente e Murdoch e il piano di ristrutturazione sanguinoso

Paola Peduzzi

Email:

peduzzi@ilfoglio.it

Ribolle la redazione del Wsj, non saremo troppo morbidi con Trump?

Milano. Il sindacato del Wall Street Journal è allertato, “stiamo controllando”, fa sapere, “se troveremo qualche sorta di interferenza nella gestione della redazione o se avremo notizia di provvedimenti disciplinari arbitrari nei confronti dei reporter, difenderemo i nostri membri in tutti i modi possibili”. L’interferenza naturalmente ha il nome di Donald Trump e da giorni (in realtà la questione va avanti da mesi) non si fa che registrare voci per lo più anonime provenienti dalla newsroom del giornale di proprietà di Rupert Murdoch che denunciano una sudditanza da parte della direzione alle direttive provenienti dalla Casa Bianca. In piccolo, al Wall Street Journal, è in corso la crisi di coscienza e di identità che ha colto il mondo conservatore all’indomani dell’executive order sul divieto all’immigrazione, ma che era già presente anche prima: come lo gestiamo, questo presidente? Tutto ha inizio con una soffiata di BuzzFeed su una nota interna al Wsj firmata dal direttore Gerry Baker e inviata lunedì in cui chiedeva di smettere di definire i paesi target dell’ordine esecutivo come “sette paesi a maggioranza musulmana”. “E’ un’espressione tendenziosa – ha scritto Baker nell’email intercettata da BuzzFeed – La ragione per cui questi paesi sono stati scelti non è perché sono a maggioranza musulmana, ma perché sono nella lista stilata da Obama dei paesi che destano preoccupazione”.

 

Dalla culture war alla media war

Così i giornalisti sono diventati i bersagli fissi della guerra di Trump

 

Questa è la versione data dalla Casa Bianca di Trump e così molti giornalisti del Wsj si sono sentiti sotto pressione da parte del direttore nel riportare quel che è più desiderabile da parte dell’Amministrazione. Baker era già stato criticato quando aveva detto in un’intervista all’Nbc di essere un pochino riluttante nell’utilizzare il termine “bugie” – che sottintende “un’intenzione morale” – riferito alle dichiarazioni presidenziali che riportano fatti non verificati. Riluttante, ha precisato Baker, non “implacabilmente contrario”, bisogna cioè valutare di caso in caso, con la consapevolezza di non essere in grado di sapere che cosa ci sia davvero nella testa del presidente. Quando l’email di Baker è stata resa pubblica, c’è stata una rivolta interna, registrata da altri media, e così Baker è tornato sul luogo del delitto inviando un’ulteriore missiva: “Alla luce di alcuni resoconti usciti su altri media riguardo alle email che ho mandato ieri sera, voglio sottolineare alcuni punti sulla nostra copertura dell’executive order del presidente Trump. Non c’è alcun divieto all’utilizzo dell’espressione ‘paesi a maggioranza musulmana’”.

 

Ma la precisazione non ha placato gli animi redazionali, tutt’altro, le critiche si sono moltiplicate, ogni media ne ha raccolta qualcuna. La denuncia, che prende forme diverse a seconda dell’interlocutore comunque anonimo, suona in sintesi così: gli articoli vengono rivisti con più attenzione di prima, ci sono correzioni insistenti che prima non c’erano, stiamo abdicando alla nostra responsabilità di essere duri nei confronti dell’Amministrazione, quando si mostra necessario. Già a ottobre, quando Trump non era ancora stato eletto presidente, Politico aveva raccolto i malumori redazionali del Wsj, con una fonte che diceva: “La neutralità nei confronti della candidatura Trump sta raggiungendo picchi di assurdità”. Le tensioni interne al Wsj, specchio di quelle che esistono nel Partito repubblicano e tra gli intellettuali conservatori che non riescono a prendere le misure del presidente Trump, sono aggravate dal fatto che il proprietario del quotidiano è Rupert Murdoch. Il tycoon di News Corp. era stato, all’inizio dell’avventura trumpiana, molto critico: temeva che il Partito repubblicano si sarebbe indebolito troppo durante le primarie arrivando mezzo morto allo scontro con il Partito democratico.

 

Circolarono molti pettegolezzi sulla freddezza di Murdoch nei confronti di Trump e anche a Fox News, ammiraglia televisiva del gruppo, si consolidarono faide antiche, con scossoni enormi, poi venuti allo scoperto con la fuoriuscita da News Corp. di Roger Ailes, padre padrone e regista del successo di Fox News, accusato di molestie sessuali a giornaliste della rete. Una volta che la candidatura di Trump è diventata certa, è stata siglata una tregua, poi diventata alleanza, tra Murdoch e il futuro presidente, e Ailes è diventato un assiduo frequentatore della campagna trumpiana. Secondo un articolo del New York Magazine, a oggi i contatti tra Murdoch e Trump sono costanti – si sentirebbero tre volte alla settimana – e i tormenti editoriali sono stati per lo più sedati. Ma l’ordine esecutivo sull’immigrazione ha fatto riemergere le fratture: in una nota i figli di Murdoch, James e Lachlan, hanno criticato l’iniziativa presidenziale. E al Wall Street Journal la redazione ribolle sì perché pensa che la linea editoriale sia troppo morbida nei confronti dell’ingestibile Trump, ma anche perché la proprietà ha deciso un piano di ristrutturazione per “questi nuovi tempi di sfide per i giornali cartacei”. Si parla di grandi tagli nelle redazioni in Asia e in Europa. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi