Barricate o negoziati? Il tormento dei dems con il giudice di Trump

Chuck Schumer media fra gli istinti della piazza e le necessità del palazzo sul “moderato” Neil Gorsuch. 

Barricate o negoziati?  Il tormento dei dems con il giudice di Trump

Il giudice Neil Gorsuch (Foto LaPresse)

New York. “Se finisce con uno stallo direi Mitch, se puoi, vai con l’opzione nucleare”. Ieri il presidente americano Donald Trump ha suggerito ai senatori repubblicani, guidati da Mitch McConnell, di superare l’ostruzionismo annunciato dai democratici nella conferma del giudice Neil Gorsuch, sfruttando una forzatura procedurale – l’opzione nucleare, appunto – che permette di confermare la nomina con la maggioranza semplice al Senato, senza bisogno di racimolare i sessanta voti canonici. Trump agita il bastone dopo che martedì sera aveva offerto, a suo modo, una carota agli avversari, presentando un giudice che nello spettro conservatore non occupa il lembo più estremo. E il bastone colpisce il mondo democratico paralizzato da un dilemma: fare le barricate oppure cercare una linea di compromesso? Contestare a priori qualunque cosa esca dalla bocca di Trump o entrare cautamente nel merito, caso per caso?

 

La nomina alla Corte suprema fornisce il caso di scuola perfetto, perché fra tutti i provvedimenti lanciati in questi dieci giorni di governo “shock and awe” la scelta di Gorsuch è sulla carta quella più accettabile, uno strano momento di moderazione in mezzo a un tumultuoso inizio in cui i democratici si stanno mettendo di traverso anche sulle nomine del gabinetto. Ci sono due visioni che si scontrano a sinistra. Una è quella incarnata dalla piazza, dagli attivisti e da molte delle associazioni per i diritti civili, che l’altra sera manifestavano sui gradini della Corte suprema con cartelli con la scritta #Stop e uno spazio bianco al di sotto. Quando il nome è stato annunciato, hanno aggiunto Gorsuch con il pennarello.

 

Secondo questa logica, i democratici non dovrebbero nemmeno accettare di considerare il giudice nominato da Trump, anche perché i repubblicani hanno fatto lo stesso bloccando l’uomo indicato da Barack Obama, Merrick Garland. David Leonhardt del New York Times ha sintetizzato così: “I democratici non dovrebbero nemmeno considerare la nomina come hanno fatto in passato. Questa volta è diverso. L’assunto è che Gorsuch non merita la conferma, perché il processo che ha portato alla sua nomina è illegittimo”. È la stessa cosa che, con un registro inevitabilmente diverso, la gente che questa settimana a Brooklyn si è assiepata sotto casa di Chuck Schumer chiede al capo dei senatori democratici. Lo slogan era perfetto: “What the fuck, Chuck?”. La base chiede a Schumer di trattare Gorsuch esattamente come i repubblicani hanno trattato il giudice scelto da Obama, scartato senza nemmeno essere ascoltato.

 

C’è da scegliere fra l’opposizione e l’ostruzione, fra la critica e la barricata, anche correndo il rischio che l’operazione finisca con un autogol. È per il momento una minoranza quella dei senatori che promettono di fare tutto ciò che è in loro potere per bloccare il giudice. Jeff Merkley, senatore dell’Oregon, dice che farà “di tutto” per ostacolare la conferma, e in questo caso “tutto” significa alzare la barriera del filibuster, per costringere almeno il Gop a ricorrere all’opzione nucleare. Con linguaggio accorto, Schumer ha detto che Gorsuch è “fuori dal mainstream”, segnalando l’ostilità a un giudice che “mette gli interessi delle corporation davanti a quelli dei lavoratori” e calpesta i “diritti riproduttivi”; allo stesso tempo Schumer deve mediare con i senatori che mostrano moderate aperture al compromesso, spinti anche dal fatto che i democratici non hanno strumenti per opporsi all’opzione nucleare. Meglio perdere in uno scontro totale e apocalittico oppure chinare il capo in cambio di qualcosa? E’ questa la domanda sottesa per esempio alla posizione di Joe Manchin, senatore della West Virginia, che ieri ha detto: “Diamogli una chance. Parliamogli. Non chiudiamo la questione prima ancora di averla aperta. Due cose sbagliate non ne fanno una giusta”. Richard Blumenthal del Connecticut aveva espresso una posizione simile appena Trump ha presentato la nomina di Gorsuch, e non serve scavare più di tanto nell’indignazione democratica per trovare dichiarazioni tipo: “Dobbiamo discutere delle sue qualificazioni in Aula”, “dobbiamo sentire cosa ha da dire”, “è nostro dovere verso il popolo americano sottoporlo a un esame”. Sono tutte variazioni sullo stesso tema: trovare un compromesso con Trump.

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