Stare in bilico sul baratro

Ci vuole altro per sconfiggere la grandezza americana, la prudenza e l’incoscienza, e quella immensa capacità, quel lusso di sbagliare. Il posto del very best e del very worst. Anche questa è libertà

Stare in bilico sul baratro

Donald Trump (Foto LaPresse)

Giuliano Ferrara ha chiuso ieri il suo articolo su Donald Trump, “nemico giurato, sfarzoso e improbabile dell’America e dell’Occidente”, con un lungo respiro, con una grande rassicurazione: ci vuole ben altro, ha scritto, per sfigurare quel puttanone che si chiama Statua della libertà. Ci vuole altro – è il pensiero necessario – per sconfiggere la grandezza americana, i suoi anticorpi, la sua prudenza e incoscienza insieme, la sua immensa capacità di sbagliare e anche il nostro amore, la fiducia, l’ammirazione per la migliore democrazia del mondo: specchio di quello che siamo, di quello che vorremmo essere, di quello che non saremo e di quello che non ci piace, contenitore e anche esaltatore del meglio e del peggio di ognuno di noi.

 

Lì dentro Donald Trump ha avuto la fortuna di crescere, lui e i suoi capelli e la sua forza, e poi è cresciuta anche la nostra incredulità di fronte a quella forza, infine lo sgomento di chi, come Philip Roth, definisce Trump “un genio della truffa” e di chi, come Richard Ford, credeva che per fargli perdere le elezioni bastasse dire che con uno come Trump lui non sarebbe mai andato a mangiare il merluzzo nel suo ristorante preferito di Parigi, e neanche a pesca su un lago dorato.

 

Quella irrimediabile distanza ha aiutato Donald Trump a costruire il fascino, a gonfiare la fiducia in una promessa ciarlatana: vi darò tutto, e ha radicalizzato l’esultanza di chi credeva di godersi semplicemente un po’ di scorrettezza politica, un po’ di varietà, ma adesso che si fa sul serio e che gli aeroporti sono blindati, bisogna decidere se questa è una nuova storia del mondo o se invece fa parte in pieno della storia dell’America e della sua forza. Se fa parte insomma di una libertà teorizzata e conquistata ed elargita che permette anche all’ambiguità e alle contraddizioni di prosperare e vincere, e permette a un uomo assurdamente biondo e platealmente primitivo, la cui moglie arrotola collane d’oro come spaghetti tra forchetta e cucchiaio sulla copertina di Vanity Fair spagnolo, di convincere i suoi elettori che sta offrendo libertà sotto forma di nuova avventura. La libertà dalla paura, la libertà dal Bataclan (“Chiamalo come vuoi, è tenere la gente cattiva – con cattive intenzioni – fuori dal nostro paese!”, ha detto Trump del Muslim Ban).

 

La libertà americana è così grande che arriva sull’orlo del baratro, arriva fino a negarsi (a sospendere per novanta giorni) la libertà fondamentale sopra cui è fondata la sua storia di immigrati, ma ci vuole altro per sfigurare la Statua della libertà, e quindi questo è un passaggio: è, come ha scritto Andrew Sullivan sul New York Magazine, in una lettera d’amore al suo paese (“America is still the future”) il paese del very best e del very worst, il posto delle grandi opportunità e dei terribili errori, dove il futuro viene continuamente modificato e dove ci si ritrova da un momento all’altro insieme a difendere una grandezza che non può svanire, un sogno che non finisce. Sullivan è diventato americano e nel giuramento ha detto “senza riserve mentali”. Un nuovo cittadino giura di difendere non un presidente ma la Costituzione. Questo è ciò che farà l’America, anche chi come Lena Dunham aveva con frivolezza minacciato di lasciare il paese (“Se vince Trump vado a Vancouver”), e poi con serietà ha cambiato idea. Governa Trump e, scrive Sullivan, “resto qui, come chiunque altro”. In un posto così eccezionale da potersi permettere di stare in bilico sul baratro, con Trump.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    03 Febbraio 2017 - 11:11

    Mi pare di ricordare che il Foglio con Giuliano Ferrara in testa abbia per anni giudicato un mezzo se non intero disastro per l'Occidente la presidenza Obama, e soprattutto le sue scelte di politica estera. Giudizio che ho sempre condiviso. Ora ci dite che Trump rischia addirittura di essere peggio. Ma ci suggerite di affidarci alla speranza. Credo sia stato Camus ad ammonirci che speranza non vuol dire rassegnazione, pero...

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  • albertoxmura

    02 Febbraio 2017 - 13:01

    Lo stile di Trump e il suo linguaggio mi interessano poco. Guardo ai fatti e al suo temperamento. In occasione dell'inaugurazione ha negato l'evidenza dei fatti nel confronto con l'inaugurazione del suo predecessore e il guaio è che era in buona fede. Inoltre è impulsivo. Tutto ciò dovrebbe preoccupare più del suo stile e del suo linguaggio. Ma dovrebbe altresì preoccupare l'atteggiamento della stampa americana "mainstream" e dei democratici. La prima ha cessato di avere una funzione d'informazione, essendosi trasformata in un grande strumento di propaganda militante, i secondi si oppongono con furore a qualsiasi cosa dica o faccia il Presidente, sia essa buona o cattiva, "a prescindere", come avrebbe detto Totò. Da ultimo, anche i giudici si sono messi a fare politica. E' un film che abbiamo già visto in Italia, con tutte le differenze del caso tra Berlusconi e Trump.

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  • mauro

    02 Febbraio 2017 - 11:11

    Siamo tutti preoccupati, talvolta fino alla paranoia, per il destino della povera America nelle mani di un tale che ostenta un orribile ciuffo. In compenso, a parte il muguno legato alle fastidiose questioni pecuniarie, le sabbie mobili nelle quali affonda l'Europa appesa al ramo irto di spine offerto dalla Germania, non preoccupano che poche Cassandre.

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    • franco.bolsi

      02 Febbraio 2017 - 13:01

      Sai, credo che la Benini e Ferrara abbiano ragione. Ci vuole altro per affondare l’America tant’è che ha retto per otto anni con il grande errore Obama. Trovo sempre interessanti i personaggi che dicono: con quello manco un caffè. Come se prendere il caffè con loro sia il massimo della vita. Un po come se Renzi o Speranza dicessero: con Bolsi, manco un caffè. E chi li vuole! Ciao.

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      • tamaramerisi@gmail.com

        tamaramerisi

        02 Febbraio 2017 - 20:08

        Ciao Franco. La tiritera sul presunto ciarlatano è di una tristezza... Ricorda quella che mi procuravano quegli Italiani che nin perdevano occasione per dichiarare la propria vergogna di esserlo - e solo perchè si imbevevano passivamente della realtà virtuale dipinta da giornali e tv che avevano obiettivamente raggiunto il nadir della professione. Io adoro la Annalena, e non cambio idea sul suo talento, è troppo brava. Ma parlare di aereoporti blindati ... Mah. Mi chiedo infine: nessuno tra chi scrive mi pare prenda sul serio la presenza di Hitler in Medio Oriente. Come pensano di eliminarlo? O forse non vogliono? Perchè allora oltre alla tristezza mi piglia l'angoscia.

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