Le due pulsioni che decidono la politica estera di Trump

Dalle prime mosse della Casa Bianca sembra che l’asse russo-sciita per ora sia penalizzato. La prova del ban

Le due pulsioni che decidono la politica estera di Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. Il bando dagli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi islamici deciso con ordine esecutivo da Donald Trump ha messo in evidenza come la nuova Amministrazione sia animata al suo interno da due pulsioni contrapposte, che si contendono la direzione che deve prendere la politica estera della nuova Casa Bianca. Da un lato c’è la pulsione putiniana, per così dire. I suoi protagonisti nell’Amministrazione sono noti e vanno da Michael Flynn, consigliere sulla sicurezza nazionale che meno di due anni fa presenziava con Vladimir Putin alle cene di gala dei canali di propaganda russi, a Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale mai del tutto allontanato e finito la scorsa settimana sotto l’occhio dell’Fbi per i suoi legami con Mosca.

 

Lo stesso Trump non ha mai negato le voci sulla sua “bromance” con il presidente russo, e da giorni circolano indiscrezioni su un ordine esecutivo che tolga unilateralmente le sanzioni economiche alla Russia. La pulsione putiniana della Casa Bianca avvicinerebbe l’America al quadro di alleanze costruito da Putin, che corrisponde a quello delle potenze sciite: Siria, Iraq e soprattutto Iran. Questo porta allo scontro inevitabile con la seconda pulsione che anima l’Amministrazione, quella anti iraniana. Anch’essa è ben nota: Trump ha più volte parlato dell’accordo nucleare con Teheran come di uno dei peggiori deal di sempre. Il segretario alla Difesa, James Mattis, è a tal punto concentrato sulla minaccia iraniana che le sue posizioni da falco contro Teheran, si dice, gli costarono l’uscita anticipata dal comando del Centcom nel 2013, in un periodo in cui l’Amministrazione Obama era tutta protesa verso l’appeasement e la chiusura del deal nucleare. Lo stesso Flynn l’anno scorso ha pubblicato, insieme a Michael Ledeen, un libro in cui l’Iran è considerato il nemico per eccellenza, e in generale la posizione anti iraniana è molto ben vista dalla maggioranza repubblicana al Congresso, che da sempre vede nel deal nucleare un pericolo per la sicurezza nazionale.

 

In questa battaglia tra due atteggiamenti non conciliabili in politica estera, per ora la pulsione anti iraniana sta avendo la meglio. Il bando ordinato nel fine settimana sembra dimostrarlo: insieme a failed state come la Somalia, il Sudan, la Libia e lo Yemen, Trump ha vietato per 90 giorni l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di Iran, Siria e Iraq: precisamente l’asse sciita che è al centro delle alleanze di Vladimir Putin. Per una volta, il principio giornalistico del “follow the money” e i commenti che notavano come i paesi musulmani con cui Trump ha fatto affari non sono stati toccati dal bando potrebbe essere superato dal quadro più grande della geopolitica. A confermare l’atteggiamento anti iraniano dell’Amministrazione c’è anche la telefonata tra Trump e il re saudita Salman, arrivata subito dopo l’annuncio del bando, durante la quale i due hanno parlato della possibilità di istituire in Siria (oltre che in Yemen) una safe zone per accogliere i rifugiati – proposta che mette in pericolo i piani russo-iraniani di sostegno al governo siriano di Bashar el Assad – e di contrastare “le azioni destabilizzanti dell’Iran nella regione”. Nell’ambito della cooperazione con le monarchie sunnite c’è anche la notizia che il raid di domenica contro al Qaida in Yemen, il primo ordinato da Trump, sarebbe stato fatto dai navy seal in cooperazione con le forze speciali degli Emirati Arabi Uniti. Anche l’invio, ieri per la prima volta dall’inizio della guerra, di mezzi blindati alle Forze siriane democratiche (Sdf), gruppo armato curdo-arabo sostenuto dagli Stati Uniti che combatte contro lo Stato islamico e fa parte dell’opposizione ad Assad, si inquadra tra le mosse che preoccupano Teheran. Il Pentagono ha detto ad Afp che la decisione di inviare i blindati è dell’Amministrazione Obama, ed era in preparazione da mesi, ma il portavoce delle Sdf ha detto a Reuters che “ci sono segni di un pieno supporto da parte della nuova leadership americana, più di prima”.

 

Questo non significa che una delle due pulsioni ha vinto sull’altra. Lo dimostra la tentazione trumpiana di togliere le sanzioni alla Russia, o il fatto che l’Iran, dopo aver detto che bandirà i cittadini americani dai suoi confini (e aver testato l’ennesimo missile balistico, rappresaglia di rito), abbia fatto sapere che le relazioni con l’industria del petrolio continueranno inalterate, modo perfetto per tenere aperti tutti i canali.

 

Le prime mosse dell’Amministrazione, tuttavia, mostrano che per ora Trump ha individuato nel fronte sciita e nella posizione anti iraniana l’istanza a cui rispondere con maggiore urgenza – non senza contraddizioni e dissidi interni: la grande confusione che domina le scelte estere dell’Amministrazione nasce da qui.

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