Trump twitta e firma, Steve Bannon governa

In dieci giorni l’ex capo di Breitbart è passato da ascoltato stratega a padrone della testa del presidente americano

Trump twitta e firma, Steve Bannon governa

Donald Trump con Steve Bannon (foto LaPresse)

I giornalisti con un hashtag indignato per ogni occasione salivano scientificamente allo scampanellio dell’eminenza grigia. Niente eccita gli animi come un burattinaio occulto. Il consigliere vermilinguo è la sostanza ambigua del potere, il suo strisciante tramare e manovrare alimenta il retroscena collettivo, mentre il capo formale, la figura regnante, diventa una sagoma per il lancio di fiori o di pietre. Ogni Re Sole ha il suo Mazarino, ogni zar ha il suo Rasputin, ogni Bush il suo Cheney, ogni Grillo ha il suo Casaleggio (e associati). Donald Trump ha Steve Bannon. Lo stratega e ideologo venuto da Breitbart ha passato i primi dieci giorni di governo a ridefinire il suo ruolo, che sfoggia una titolazione volutamente ambigua, fissando competenze, stabilendo confini e tracciando linee di separazione fra i vari ambiti di governo. Il risultato della ristrutturazione è che Bannon decide tutto assieme agli iniziati del cerchio magico, gli altri aspettano la caduta delle briciole sotto il tavolo. I rappresentanti dell’establishment, guidati dal capo di gabinetto, Reince Priebus, non toccano palla.

 

Il segretario alla Sicurezza nazionale ha scoperto di essere stato tagliato fuori dalla decisione sulla restrizione degli ingressi di stranieri negli Stati Uniti mentre era su un elicottero della guardia costiera. Quando ha fatto presente al funzionario della Casa Bianca con cui parlava al telefono che l’ufficio legale del suo dipartimento non aveva ancora rivisto la bozza dell’ordine esecutivo, questi gli ha risposto che Trump stava firmando il decreto in quel momento, in diretta televisiva. Anche i consiglieri che si occupano di immigrazione sono stati tenuti all’oscuro della manovra. Bannon è stato il principale autore del discorso d’insediamento che ha introdotto la retorica della “carneficina americana”, ha diretto lo scontro frontale con il Messico sul muro – è in parte sua l’idea della “border adjustment tax”, la tassa che sembra in tutto un dazio doganale ma tecnicamente non lo è, quindi piace anche a Paul Ryan – ha pure convinto Trump a scegliere per lo Studio Ovale il ritratto di Andrew Jackson, il suo populista preferito. Si è occupato in prima persona di dettare la linea di condotta nel rapporto con i media, il “partito d’opposizione”, con una dichiarazione che è un colpo di genio comunicativo per quanto può essere letta in modo ambivalente a seconda dell’interlocutore: “I media dovrebbero essere umiliati e imbarazzati, tenere la bocca chiusa e ascoltare per un po’”. Nel titolo del New York Times  e nella vulgata globale diffusa a velocità di social il Bannon-pensiero è diventato “i media devono stare zitti”, che suona come un invito a prendere un té al polonio, mentre per la militanza trumpiana si trattava di un giusto e duro richiamo a riconoscere l’errore e a rimanere in silenzio soltanto per un po’, osservando invece che continuare sbraitare.

 

Se Bannon è l’intrigante consigliere che tutti raccontano, c’è da credere che abbia precisamente ricercato l’effetto scioccante e non abbia impulsivamente sputato al telefono minacce a un cronista del Times. Parte del lavoro di Bannon consiste nel presentarsi come il concentrato supremo della cattiveria, un demonio con la barba malfatta, diventando spaventapasseri e parafulmine dell’Amministrazione. E’ inusuale per l’egomaniaco Trump appoggiarsi così tanto a un consigliere. E’ dai tempi di Roy Cohn che non delega tanto a una persona fuori dal cerchio famigliare, e il leggendario avvocato era una figura che avrebbe surclassato anche il tycoon più sicuro di sé. Curioso, ma fino a un certo punto, che Cohn abbia presentato a Trump Roger Stone, diventato l’eminenza grigia trumpiana dopo la morte dell’avvocato, e sia stato proprio Stone a suggerire il nome di Bannon quando l’ennesima squadra della campagna s’è sgretolata. Il capolavoro politico Bannon lo ha fatto con la riforma del Consiglio della sicurezza nazionale. Sabato sera Trump ha firmato un ordine esecutivo concepito da Bannon che lo promuove in un ruolo di primissimo piano nel Consiglio della sicurezza nazionale, a discapito di generali stellati e navigati membri della comunità d’intelligence. Bannon è stato nella marina per sette anni, ma per il resto è stato investitore a Goldman Sachs, produttore cinematografico, imprenditore dei media e consulente della comunicazione politica. Per effetto del decreto presidenziale, l’alter ego di Trump sederà nella commissione principale del consiglio, quella che si occupa di tutto lo spettro della sicurezza, mentre il capo dell’esercito e il direttore dell’intelligence verranno chiamati in causa soltanto su temi che toccano i loro ambiti di competenza. L’allargamento del raggio d’azione di Bannon risponde anche all’esigenza di arginare il consigliere per la Sicurezza nazionale, Michael Flynn, che in quanto primo generale a dare l’endorsement a Trump ha avuto un ruolo decisivo nella sua ascesa politica, ma fra le vecchie cene di gala chez Putin, il figlio che propala teorie del complotto via Twitter, molti scivoloni sulle valutazioni geopolitiche e una lingua decisamente troppo sbrigliata, alla Casa Bianca s’è creata l’esigenza di metterlo all’angolo. Soltanto due persone hanno il mandato e l’autorità per farlo: Bannon e Jared Kushner. L’ex di Breitbart, poliziotto cattivo, ci mette faccia e firma, il genero, poliziotto buono, si fa i selfie con Ivanka. Flynn ha capito l’antifona fin troppo bene, e ha lasciato già partire segnali d’insofferenza, velati da dichiarazioni squillanti sul fatto che è lui, e nessun altro, a controllare la riforma del consiglio di sicurezza.

 

Così s’è rinfocolata la leggenda nera del President Bannon, il suprematista bianco che i suoi critici presentano come appena uscito dalla sezione dei commenti di Stormfront, che ora mette le mani sulle più sacre leve del potere, oggi ordinando divieti d’ingresso per i musulmani domani chissà. L’hashtag #StopPresidentBannon non poteva che spopolare, come si dice. La politicizzazione del consiglio ha fatto stracciare le vesti in modo bipartisan alla comunità della sicurezza nazionale, indignata dalla carenza di esperienza di Bannon ed evidentemente immemore del fatto che Obama a un certo punto ha nominato al capo del consiglio un ex lobbista di Fannie Mae, fratello del consigliere più fedele a Joe Biden, che come massima esperienza di politica estera aveva un passaggio di tre anni al dipartimento di stato, in una posizione che nulla aveva a che fare con la sicurezza nazionale. Ai tempi di Bush l’obiezione era l’opposto di quella mossa oggi a Trump:  dicevano che il consiglio era stato preso in ostaggio dai militari, quando dovrebbero essere i civili a dettare la policy. Leon Panetta, ex capo della Cia e del Pentagono, ha detto che Bannon “non ha esperienza in politica estera e nelle questioni di sicurezza nazionale. Il suo ruolo è guidare la coscienza del presidente in base alle promesse della campagna elettorale. Non è questo ciò che il Consiglio per la sicurezza nazionale è chiamato a fare”. L’ultimo capo di gabinetto di Bush, Josh Bolton, aveva estromesso lo stratega Karl Rove dagli incontri del consiglio, perché le decisioni prese in quella sede “possono comportare la vita e la morte della gente in uniforme, e non devono essere subordinate a nessuna decisione politica”. Oggi il capo dello staff di Trump deve ringraziare se ancora gli permettono di prendere parte alle foto ufficiali. Per il momento la profezia fatta da David Brooks qualche settimana fa è messa a dura prova: “Sospetto che Bannon fallirà nell’orientare la mente peripatetica di Trump”.

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