La tentazione radicale dell’Spd tedesca, schiacciata tra Merkel e la Linke

Al partito oggi mancano un leader deciso e una linea coerente

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Angela Merkel (foto LaPresse)

Roma. L’unica certezza è che per i socialdemocratici tedeschi i sondaggi vanno male. Se si votasse domenica prossima, l’ex corazzata della sinistra continentale racimolerebbe il 21 per cento – briciole rispetto al 35,5 del duo Cdu-Csu formato dai cristiano-democratici di Angela Merkel e dai cristiano-sociali bavaresi. Per il resto, il partito più antico di Germania è nel limbo. La dirigenza dell’Spd non ha ancora deciso chi sarà il candidato che sfiderà la pluricancelliera alle elezioni del prossimo settembre. E se la “Mutti” dei tedeschi punta a un quarto mandato, il Partito socialdemocratico di Germania deve trovare invece la riscossa. L’ultima guida di sinistra al governo federale è stato Gerhard Schröder, dal 1998 al 2005. Da allora sono passate tre legislature, in due delle quali l’Spd è stato il partner di minoranza della Cdu. La condivisione del potere con il centrodestra non ha però giovato al partito del vicecancelliere Sigmar Gabriel che è in piena crisi di identità. I problemi vengono da lontano: i socialdemocratici non sembrano più capaci di risollevarsi dal disastro del 2009, quando, dopo quattro anni di grande coalizione, persero un terzo dei loro voti (dal 38 al 28 per cento). Il partito, sia chiaro, non è in ginocchio: l’Spd è al governo in tredici dei sedici Länder tedeschi e in nove di questi esprime il Ministerpräsident.

Anche fra i sindaci delle prime città i sindaci dell’Spd prevalgono nettamente, perfino nella stessa Monaco, capitale di una Baviera governato da un monocolore Csu. Socialdemocratico sarà anche il prossimo presidente federale: mentre lavorava al suo quarto mandato al Bundeskanzleramt, Angela Merkel ha ben pensato di accettare la proposta dei socialdemocratici per eleggere Frank-Walter Steinmeier alla guida del paese. Il 12 febbraio deputati e delegati regionali saranno chiamati a scegliere il successore di Joachim Gauck. Merkel ha così tolto dalla competizione un potenziale concorrente pericoloso. Perché se la Germania resta un sistema parlamentare, essere sfidata dall’unico politico più popolare di lei è un rischio anche per la cancelliera. Togliendo Steinmeier dai giochi, Merkel ha messo a nudo la debolezza dell’Spd, un partito a cui oggi mancano un leader deciso e una linea coerente. Che il vicecancelliere e il suo partito soffrissero di strabismo politico si era già intuito nel 2013 quando con una mano l’Spd firmava il patto di grande coalizione con Merkel e con l’altra apriva ad alleanze futuribili con i social-comunisti della Linke. Ricordatosi della sua origine socialista, di recente Gabriel ha fatto marcia indietro sulla politica di austerità per l’eurozona sposata quattro anni fa unendosi a Merkel e al suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Allora il Pse si sentì abbandonato, ma per l’Spd la priorità era Berlino. Negli ultimi mesi il partito ha anche molto speculato sulla fattibilità di un governo rosso-rosso-verde.

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Poi a metà gennaio un nuovo mezzo ribaltone: “L’alleanza con la Linke non è l’unica che si possa immaginare”, ha detto Gabriel allo Spiegel decantando le lodi del modello rosso-verde-giallo (Liberali) al potere in Renania-Palatinato. Parole pronunciate ore dopo la colossale figuraccia ricavata dal sindaco Spd di Berlino, Michael Müller, alla guida di una coalizione con Verdi e Linke, prova generale per l’alleanza di governo. Il 14 gennaio il borgomastro ha cacciato dalla sua giunta varata poco prima di Natale il sottosegretario all’Edilizia Andrej Holm dopo che il Tagesspiegel ha messo in luce gli antichi ma stretti legami con la Stasi del rinomato urbanista. Holm era stato scelto dalla ministra all’Edilizia Katrin Lompscher della Linke. Del partito, cioè, la cui capogruppo al Bundestag, Sahra Wagenknecht, ha di recente proposto lo scioglimento della Nato e la firma di un patto difensivo con la Russia. Per il politologo berlinese Gero Neugebauer si è trattato di semplice propaganda elettorale perché “se Wagenknecht si trovasse in mezzo al deserto con davanti una bottiglia d’acqua degli americani, Oskar Lafontaine la obbligherebbe a bere: per la Linke la priorità è andare al governo”. Il problema è per Gabriel, che si trova fra l’incudine di una Merkel inarrestabile, capace di politiche di sinistra come l’apertura ai profughi, e il martello di una Linke anti occidentale, che può solo irritare la buona borghesia renana.

Al pari della Cdu, l’Spd subisce poi la pressione di Alternative für Deutschland, partito populista capace di rubare voti a destra e a manca. Lo spazio di manovra di Sigmar Gabriel è molto limitato. E per Neugebauer la sua candidatura alla cancelleria è una specie di obbligo morale: “Se non corre, sarà obbligato a lasciare la politica”. Anche la conservatrice Welt ricorda come già nel 2012 Gabriel si fece da parte a favore di Peer Steinbrück, che andò poi a schiantarsi contro la cancelliera. Nell’articolo intitolato “Con Gabriel non va”, la Welt spezza una lancia a favore di un ricambio a Berlino. “Per il bene dell’Spd e il bene della democrazia”, il giornale si augura che contro Merkel i socialdemocratici prendano in considerazione anche il sindaco di Amburgo, Olaf Scholz. Per Neugebauer invece non è solo questione di nomi: “Il punto è lavorare sulla credibilità e l’affidabilità di un partito” che ha bisogno di esprimere una linea univoca e chiara. L’alternativa è mettere per sempre nel cassetto dei ricordi il ruolo di grande formazione popolare giocato in Germania dalla Spd. 

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