A Parigi c'è un antidoto al cretinismo rivoltoso

Emmanuel Macron è un tecnocrate, ha poco glamour e farà fatica ad arrivare al ballottaggio. Ma sta andando forte e dice cose che in sé oggi farebbero scandalo in Europa. Speriamo

A Parigi c'è un antidoto al cretinismo rivoltoso

Emmanuel Macron (foto LaPresse)

Chissà che non arrivi un’altra sorpresa. Ci si crede poco, con l’aria che tira. Però questo Macron, Emmanuel Macron, va forte nei sondaggi e nelle manifestazioni popolari della sua campagna per l’Eliseo. Dubito che arrivi al ballottaggio, piazzandosi primo o secondo. C’è una folla di disturbatori, e tra questi i candidati socialisti e il solito corbyniano d’ordinanza, quello di estrema sinistra. La Le Pen è in un momento complicato, emergono divisioni nel suo movimento di estrema destra-sinistra populista neotrumpiana. Secondo l’ultimo libro di Alain de Benoist, però, è il “momento populista”, e non puoi farci niente. Oddio, nessuno davvero disturba in democrazia, si concorre, si compete, ed è giusto così. Il conservatore gollista e cristiano e putiniano Fillon è un freddo, e si è fatto troppo riconoscere come un tagliatore di posti di lavoro statali e di servizi sociali. La situazione in un eventuale ballottaggio potrebbe considerarsi aperta. Ma bisogna arrivarci, è lì il difficile per uno come Macron, che è un senza partito, senza apparato.

 

Il tipo è davvero strano per la Francia, eppure ha una eco trasversale potente, a quanto sembra. E’ più giovane di Renzi, un trentenne. Di formazione è banchiere della schiatta Rothschild. Un tecnico o tecnocrate. Però si è fatto da solo, partendo dalle famose umili origini. E’ un meritocrate senza esperienza istituzionale, elettiva, mai sindaco, mai deputato, altra stranezza per quel paese. Ha la voce un po’ chioccia, un corpo esile, la moglie era la sua insegnante, non si capisce da dove possa tirare fuori quella specie di carisma, di glamour, che serve a incarnare la nazione e a trascinarla con il fuoco nella pancia. E’ stato consigliere speciale e poi ministro di Hollande nel quinquennato funesto che ha praticamente chiuso nella noia e nel disdoro il partito socialista e la sua classe dirigente, a meno di improbabili sorprese dell’ultima ora. Non sarebbe un grande biglietto da visita, venire in qualche senso da lì, sebbene tirandosene fuori a tempo. Eppure tira, va forte, e in molti cominciano a pensare che non sia una bolla mediatica, come si dice.

 

La facenda veramente curiosa però è un’altra ancora. Macron è stato riservato per adesso sul programma, sulle policies. Ma va dicendo cose che in sé farebbero scandalo a Parigi e altrove. E’ fieramente europeista, in un momento delicatino per l’unione e per la sua popolarità. Aggancia sviluppo, ridistribuzione, creazione di ricchezza sociale alle nuove tecnologie, all’innovazione, al mercato aperto della globalizzazione. Non sono parole d’ordine popolarissime, almeno non lo sono oggi, nell’epoca dei forgotten men, degli american carnage, degli isolazionismi e nazionalismi e di altre bellurie demagogiche di quel tipo. Come mai riempie gli stadi, fa tanto rumore, è considerato un possibile vincente? Macron è un mistero, in un paese che di fronte all’articolo 18 sul mercato del lavoro ha scatenato un movimento di reazione violento e ideologico che la Camusso qui se lo sarebbe sognato. Perfino Cohn-Bendit lo blandisce e lo apprezza. I pronunciamenti in suo favore sono vasti e, appunto, trasversali. E’ la novità che va, che si porta e che si fa largo come tale. Ma il fenomeno agisce su queste basi inaudite per un paese fieramente conservatore, in cui le paure sociali e le schiette parole d’ordine sécuritaire, della destra più tradizionale e della nuova destra, apparentemente furoreggiano.

 

Non bisogna farsi illusioni. Un duello Fillon contro Le Pen è tutt’ora nell’ordine delle probabilità maggiori. Con un risultato nemmeno del tutto scontato in partenza. Eppure questo giovane banchiere globalizzatore, che non è tributario dei partiti e delle tradizioni identitarie così importanti in Francia, questo super-Renzi che non parla solo da sinistra, che scorrazza nel centro moderato, che ha appeal perfino nel Front National e tra i gollisti, oltre che tra i socialisti delusi dall’hollandismo pigro e ininfluente, è l’uomo del momento. E’ possibile che il nuovo registro delle passioni politiche abbia come connotato un’ampia volatilità, non unidirezionale. L’Italia grillina, il paese dello sberleffo e del vaffanculo, ha bocciato Renzi nel referendum ma gli aveva appena dato il 40 per cento alle europee, e sembrava un consenso solido. Brexit means Brexit, d’accordo, ma sono i conservatori del remain, e tra questi la furba Therese Maybe, a guidare il gioco elettorale, non certo l’Ukip di Garage o i poveri corbyniani dell’Old Labour. La Merkel comincia a essere incalzata da Gabriel e dalla Spd, la sua immagine è sfiorata ma non colpita centralmente dai populisti antieuropei di Alternative für Deutschland, almeno fino ad ora. In Spagna quella di Podemos è diventata una storia di galletti e di carini che si beccano tra loro, e salvo sorprese anche lì il vantaggio relativo resta in mano ai popolari, partito di governo e di establishment.

 

L’Europa come antidoto al cretinismo rivoltoso dell’antipolitica? E’ un’ipotesi, al centro della quale sta il giovane banchiere europeista e mercatista che è così lontano dagli opportunismi del socialista Tremonti e delle sue idee furiose, inutili, parasgarbiane, buone per l’inauguration day di un paese ormai lontano e chissà alla fine quanto rilevante per i nostri destini politici. In un’Europa a direzione Merkel-Macron ci si potrebbe stare comodi, senza subire più di tanto l’assedio russo-americano di nuovo conio. Speriamo.

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    22 Gennaio 2017 - 16:04

    Qualche mese fa, in tempi non sospetti, il Foglio pubblico' un articolo su Macron ed il suo programma. Scrissi, allora, un commento in cui dichiaravo il mio apprezzamento per il personaggio, che conoscevo appena e per le sue idee. Ora Ferrara ne tesse un elogio ed io avendo stima dell'Elefantino lo tengo in conto. Meglio Valls o Fillon che la Le Pen ed anche questo ragazzo, chissa' perche' definito un super Renzi, che e' europeista, ma non un baciapile o un putiniano, per dirla con il mio amico Mauro . A mio parere una fortuna.

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  • mauro

    22 Gennaio 2017 - 11:11

    Quindi, caro Ferrara, dovremmo preferire Macron a Fillon? Perchè quest'ultimo è vagamente baciapile e putiniano? Perchè Macron potrebbe essere il Renzi , migliorato , d'oltralpe? Solo che la Francia offre anche altre opzioni, mentre a noi nessuno offre la minima garanzia di poterci tirar fuori dalla, con rispetto parlando, vischiosa cacca nella quale sguazziamo insoddisfatti. E contenti al tempo stesso, anche se a guisa di cornuti.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Gennaio 2017 - 00:12

    Leggere Giuliano Ferrara è sempre piacevole, stuzzica i neuroni, li toglie dalla pigrizia acefala del luogo comune, della frase fatta, dello slogan di moda, è stimolante, intrigante, fecondo. I suoi paradossi sono parte della sua intelligenza. Ma non può dismettere totalmente le vesti proprie dell'stinto pedagogico dell’intellettuale, meglio, dell’uomo di cultura ed esperienza che in fondo, non si capacita come mai “gli altri non capiscano”. Il diavoletto mi suggerisce: “Lo sa, lo sa benissimo che “gli altri” non capiscono, sa altrettanto bene però, che è naturale che “gli altri non capiscano”. Le regole del gioco le conosce a menadito. Infatti le giostra da maestro, benevolmente divertendosi, da uomo di mondo qual è.” Che abbia visto giusto il diavoletto? Oddio, il "pezzo" su Macron e, lo "Speriamo" finale, inducono a pensare che il diavoletto ...

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    • mansalz.elena

      23 Gennaio 2017 - 18:06

      Continua. Meglio Trump che vuole "make America great again", proteggere i suoi interessi con la convinzione così facendo di poterla rendere di nuovo un "beacon upon the hill", un faro sulla collina, come pensavano quei conservatori che Washington portò all'indipendenza. Addio all'America, sì, ma a quella autodistruttiva di Obama e Clinton. Quanto all'Europa, anche io mi dichiaro, come Ferrara, un "patriota europeo"; ma non certo dell'Europa di popoli senza identità che è l'UE. E non è certo un banchiere come Macron a potergliela restituire. O Angela Markel, oppure, poor fellow, Matteo Renzi. Sono questi i rappresentanti delle élite da opporre al "populismo"? Non mi sembra offrano, come la "defunta" Hillary, una buona ragione per "morire di sinistra".

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    • mansalz.elena

      23 Gennaio 2017 - 17:05

      Cari amici, sono andato a rileggere "Tocca morire di sinistra", scritto dal nostro amato Ferrara il 24 luglio dell'anno scorso, e non posso che definirlo il manifesto di un voltafaccia, per il quale cerca di dare qualche povera ragione. E' come se dicesse: ormai non mi resta che rifugiarmi nelle élite, dalla Clinton a Renzi. A destra ormai non sono capaci che di "populismo", un appello al popolo senza idee. Ma perché, gli chiedo ben sapendo che non avrò risposta, le pretese élite di sinistra qualche idea ce l'anno, a parte una loro pretesa superiorità morale indifferentista, gay e islamo friendly, e abortista, con la quale pretendono di educare il popolo? Il popolo non è poi così scemo: sa, se non altro, che non è popolo senza una identità; e se poi un mondo globalizzato esige di superarla, forse capisce che questo non può significare negarla, come voglio le élite internazionaliste. Fuck them.

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