Così si muove sinistra dopo Obama

Cosa c’è oltre al boicottaggio di Trump (inutile)? I democratici a caccia di un’idea di opposizione mentre si consolidano le figure più populiste ma per ora si vaga nel vuoto

Così si muove sinistra dopo Obama

Barack Obama (foto LaPresse)

Roma. Sono più di sessanta i deputati democratici – quasi un terzo – che oggi non partecipano all’Inauguration Day di Donald Trump, estremo tentativo di boicottaggio del presidente entrante. Il Washington Post spiega che questi deputati occupano seggi sicuri, sicurissimi, e non si tratta di una coincidenza: se non hai rischi politici concreti puoi permetterti di fare battaglie di principio, ancorché inutili. Domani il secondo atto del boicottaggio sarà tutto rosa e si svolgerà durante la chiacchieratissima marcia delle donne a Washington, in cui sono rappresentati tanti mondi ma il rimpianto liberal sarà la costante assoluta: volevamo un altro presidente, ed era una donna. La dottrina dello spaesamento diventa sempre meno credibile – sono passati più di due mesi dalla vittoria di Trump, che da oggi vivrà alla Casa Bianca: non si può essere sconvolti per sempre – ma è l’unica che pervade il Partito democratico, che ora ha il compito più difficile: ricostruirsi, e intanto fare opposizione a un presidente che sembra creato su misura per approfittare delle contraddizioni dei liberal, e del loro lutto permanente.

 

Barack Obama lascia la presidenza con un tasso di popolarità ben più alto di quanto non fosse in passato, e all’interno del Partito democratico c’è al contempo malinconia per l’uscita di scena e qualche borbottio sul suo aver ignorato il partito negli otto anni di mandato. Lo stesso Obama, durante un’intervista all’Abc, ha ammesso di aver avuto “qualche responsabilità” nella sconfitta dei democratici e ha aggiunto: “Non potevo essere l’organizzatore in capo del partito e allo stesso tempo commander in chief. Non abbiamo iniziato quello che secondo me è necessario da tempo: la ricostruzione dei Dems dal principio”.

 

Ieri il Financial Times ha raccolto tutti i malumori dei democratici nei confronti di Obama, che vanno dai pochi souvenir e pochi giri sull’Air Force One concessi dal presidente uscente rispetto ai suoi predecessori (il più generoso era Bill Clinton) alle organizzazioni parallele che Obama nel tempo ha costituito per consolidare la propria eredità, indipendentemente dalle sorti del partito. Ma per quanto il borbottio esista, il problema per i democratici ora è un altro, ed è più profondo: da dove si riparte? La vittoria di Trump ha consolidato le figure più “populiste” del partito, l’intramontabile Bernie Sanders – che ha un senso dello spettacolo spiccatissimo: s’è presentato al Senato con un cartonato di un tweet di Trump del 2015 sul sistema pensionistico dicendo che bisogna insistere col richiedere coerenza al neo presidente – e la battagliera Elizabeth Warren, che durante la campagna elettorale rilanciò il celebre mantra delle “nasty women” assieme a Hillary e che ora si è già conquistata il ruolo di leader dell’opposizione ai ministri scelti da Trump per la sua Amministrazione che devono ottenere la conferma al Senato. Ma ancora manca una leadership forte e un’idea che possa coagulare attorno a sé un’opposizione ideologica a Trump.

 

Nel vuoto, che non accenna a diminuire, intanto c’è chi si posiziona: è il governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo, che ha trasformato il tradizionale discorso di inizio anno sullo “stato dello stato” in un tour in stile elettorale con l’obiettivo di dare una risposta alla “rabbia della middle class”. Cuomo aspira alla Casa Bianca, triangola con Sanders chiamandolo al suo fianco per lanciare il programma di “free tuition” per i college, e intanto esce dalle enclave liberal dello stato per andare a parlare in quelle zone in cui si registra un’insofferenza antisistema. La strategia è “Trumping Trump”, dicono i media americani, surclassare Trump sullo stesso terreno. E sussulti liberali? Ancora niente, per ora.

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