Lunedì subito un incontro tra russi e americani sulla Siria, e l’Iran non gradisce

Negoziati con i ribelli moderati (anche la Russia ora li chiama così), sarà il primo contatto tra Trump e Putin

Lunedì subito un incontro tra russi e americani sulla Siria, e l’Iran non gradisce

Ribelli siriani che combattono contro l'Isis assieme ai soldati Turchi (Foto LaPresse)

Roma. Lunedì cominciano ad Astana, capitale del Kazakistan, negoziati molto attesi che riguardano la guerra civile in Siria. A differenza degli incontri passati che di solito avvenivano a Ginevra in Svizzera, questa volta a trattare arrivano anche i protagonisti veri della guerra, i gruppi armati che combattono sul campo – sono escluse le fazioni estremiste come Jabhat Fath al Sham (fino a luglio 2016 era Jabhat al Nusra, divisione siriana di al Qaida) che non soltanto non sarebbero ammesse all’incontro, ma nemmeno accetterebbero di partecipare perché sarebbe contrario alla loro ideologia ultra-islamista.

 

La Russia e la Turchia hanno invitato ai negoziati anche l’America, e quindi – se tutto andrà come da programma – sarà questo il primo contatto ufficiale tra la nuova Amministrazione Trump e il governo russo, e avverrà proprio sul dossier siriano. Secondo quello che ha detto Donald Trump durante la campagna elettorale, fra Mosca e Washington ci dovrebbero essere posizioni assai meno differenti rispetto al passato per quel che riguarda la guerra in Siria. Trump non sostiene la necessità dell’uscita di scena del presidente siriano Bashar el Assad, come il suo predecessore Barack Obama. La permanenza di Assad al potere è stato il punto che ha fatto naufragare tutti i negoziati precedenti.

 

Due giorni fa l’Iran ha detto che si oppone alla presenza americana. Teheran non gradisce l’invito allargato all’Amministrazione Trump, una delle più anti iraniane di sempre, ma non è più un segreto che la visione dell’Iran sulla Siria e quella della Russia ormai sono differenti, anche se continuano a combattere assieme sullo stesso fronte.

 

La Russia non vuole combattere una guerra totale fino all’ultimo uomo e all’ultimo centimetro di Siria per conto del clan Assad che comanda a Damasco, perché ci potrebbero volere molto tempo, molte risorse e molte perdite. Una prova? In questi giorni l’aviazione russa ha iniziato a compiere raid aerei assieme alla Turchia contro lo Stato islamico nella zona di al Bab, e quindi di fatto appoggia i gruppi rivoluzionari siriani che combattono assieme ai soldati turchi, gli stessi gruppi che all’inizio dell’intervento in Siria – nel settembre 2015 – definiva senza distinzione “terroristi legati ad al Qaida”. Ora il ministero della Difesa russa mostra di capire molto meglio la differenza, li chiama “gruppi dell’opposizione moderata” e li sostiene quando lottano contro lo Stato islamico a nord est di Aleppo – ma non quando lottano contro Assad, su un altro fronte che è a soltanto quaranta chilometri di distanza, a ovest di Aleppo. Un’altra prova della relativa malleabilità dei russi? Fanno circolare in ambienti diplomatici un paio di nomi che un giorno potrebbero sostituire il presidente Assad – e questo nella visione del governo siriano e di quello iraniano è come un atto blasfemo. Assad non vuole cedere un atomo di potere e giovedì in un’intervista ha fatto capire con chiarezza che considera i negoziati di Astana niente più che una chance per i gruppi armati di deporre le armi e godere di una generosa – dal suo punto di vista – amnistia. L’Iran considera la Siria come una sua nuova provincia sulla riva del Mediterraneo, un tassello essenziale del suo progetto egemonico e rivoluzionario, un progetto che passa per Assad – non per chissà quale altro sostituto – e quindi non tollera l’idea di possibili compromessi anche se fossero a lunga scadenza.

 

Il rappresentante in capo dei gruppi armati siriani ai negoziati sarà Mohammed Alloush, del Jaysh al islam (in arabo: “L’esercito dell’islam”), fratello del capo storico Zahran – che fu ucciso da un bombardamento il 25 dicembre 2015. Due anni fa Jaysh al islam era definito dai media russi un gruppo pericoloso e vicino ai jihadisti, ma ora assieme ad altri è considerato un interlocutore possibile. E’ merito della Turchia, che con un diktat brutale “o partecipate ai negoziati o chiudiamo i confini turchi da dove passano i vostri preziosi rifornimenti” ha costretto quasi tutti i guerriglieri alla partecipazione. Per adesso il loro obbiettivo è soltanto prolungare il cessate il fuoco.

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