Il mondo di Rex. Tillerson mostra un realismo sfrenato ma si distacca dagli eccessi di Trump

Il segretario di stato americano designato alle audizioni si è detto a favore del Tpp e contro l’Iran. Lo sgarbo alla Cina

Il mondo di Rex. Tillerson mostra un realismo sfrenato ma si distacca dagli eccessi di Trump

Rex Tillerson (foto LaPresse)

Milano. Rex Tillerson, segretario di stato designato da Donald Trump, potrebbe non superare il voto della commissione Esteri al Senato che lo ha ascoltato due giorni fa per le rituali audizioni di conferma della nomina. Tillerson non ha convinto del tutto due senatori repubblicani, Marco Rubio e Lindsey Graham, e questo potrebbe portare a uno stallo in commissione poi superabile nell’assemblea del Senato. I due gli chiedevano di diritti umani e crimini di guerra e l’altro rispondeva con la sapienza del realismo, il mondo si tratta per quel che è, non per quel che speriamo che sia. Ma al di fuori di questa dinamica prevedibile – idealisti vs realisti, è uno scontro eterno – Tillerson è sembrato preparato, agguerrito e di buon senso, anche se la percezione potrebbe essere stata influenzata dal fatto che contestualmente alle audizioni andava in scena l’ultimo atto del circo di Trump e dei suoi rapporti con la Russia.

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Tillerson sembra essere molto lontano dall’istrionismo trumpiano, ha una concretezza da manager del petrolio, affari semplici e chiari, e ha adottato lo stesso schema nel discutere della sua visione del mondo. Naturalmente s’è parlato molto di Russia, non si fa altro da quando Trump ha vinto alle elezioni, ma in questo caso era necessario: Tillerson ha un legame diretto con Vladimir Putin, capo del Cremlino, e hanno fatto business insieme per anni. Quanto conterà questa familiarità sull’operato del capo della diplomazia americana? Tillerson ha detto che con la Russia bisognava essere più fermi dopo l’annessione della Crimea e che all’Ucraina andavano fornite armi per difendersi, la reazione dell’Amministrazione Obama, insomma, è stata malferma. Sulla Siria, pur dicendo che il dittatore Assad dovrà andarsene, Tillerson non ha voluto dire che la Russia ha commesso crimini di guerra, nonostante l’insistenza di Rubio che gli diceva: guarda i filmati e le immagini, non è difficile riconoscere un crimine di guerra.

 

Anche sulle Filippine, per citare un’altra deriva autoritaria violenta sotto i nostri occhi in questi ultimi mesi, Tillerson ha detto di non voler parlare di crimini, di voler attendere maggiori ragguagli dell’intelligence, facendo intendere che la tutela dei diritti umani non è al vertice delle sue priorità – la stessa scenetta c’è stata sull’Arabia Saudita, e alcune ong, Human Right Watch per prima, hanno già scritto una lettera per dire che Tillerson non dovrebbe mai diventare il segretario di stato dell’America.

 

Il supermanager non pare risentirne troppo, preferisce puntare sul pragmatismo piuttosto che fingere interessi che non ha, e per ottenere il massimo risultato risistema un po’ gli eccessi di Trump: Tillerson è a favore del Tpp, il trattato commerciale transpacifico voluto dall’Amministrazione Obama che il presidente eletto ha osteggiato in ogni modo. Anche Tillerson ci vede qualche difetto e teme che non serva del tutto l’interesse americano, ma a domanda diretta risponde di non essere d’accordo con Trump sul boicottaggio del trattato. Allo stesso modo, laddove Trump ha detto che le alleanze internazionali si rivedranno seguendo una logica di partecipazione – chi non fa, chi non paga è fuori: era un messaggio per gli europei –, Tillerson dice di voler coltivare i rapporti con gli alleati storici degli Stati Uniti, così come rafforzare assi che permettano di lottare insieme contro il nemico comune, il terrorismo islamico. Anche sulla proliferazione nucleare, su cui Trump è sempre stato molto spavaldo, Tillerson gela il presidente: “Non penso che ci si possa battere per avere più armi nucleari sul pianeta”.

 

Su due temi importanti invece la sintonia tra Tillerson e Trump è salda. Il segretario di stato designato ha tracciato un parallelo con la Russia parlando della Cina: “Costruire isole e poi metterci asset militari è simile alla Russia che prende la Crimea. La Cina sta prendendo per sé territori reclamati da altri”, e così Pechino non deve farsi illusioni: l’accesso a quei territori non è per sempre. Un altro sgarbo nei confronti di Xi Jinping, leader cinese che per la prima volta arriva la prossima settimana a Davos, sintesi perfetta della distanza ora esistente tra Davos e Trump e tra la Cina e Trump. Anche sull’Iran, Tillerson è in linea: ci sarà una “revisione onnicomprensiva” dell’accordo sul nucleare, per evitare che nel 2030 la Repubblica islamica esca dal deal con una bomba atomica. Come sarà la revisione non si sa: Tillerson vuole parlare con gli alleati, e sfoggia un multilateralismo realista che risulta quasi più in linea con l’Amministrazione Obama che con l’America first propagandato dal presidente eletto Trump.

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