La trappola dei senza patria

Qualcuno ha composto un bimbo annegato come Aylan per far commuovere l’occidente di fronte al dramma dei rohingya in Birmania. I compromessi di Aung San Suu Kyi

La trappola dei senza patria

Proteste contro il governo birmano e il trattamento dei rohingya a Peshawar, in Pakistan, l’8 giugno 2015 (Xinhua/Ahmad Sidique)

"Saugida ha venduto il figlio più piccolo, due mesi, per 5.000 taka, 57 euro. Con quei soldi, lei e gli altri due figli sono riusciti a sopravvivere per sei mesi. Il marito è morto in mare qualche anno fa… Sono storie comuni tra le donne degli oltre 250.000 rifugiati rohingya che vivono nella regione di Cox Bazar, nel sud del Bangladesh”. Iniziava così un articolo realizzato nel 2011 per il Foglio, uno dei pochissimi giornali (non solo italiani) che aveva dato voce ai Rohingya, gli indesiderati del sud-est asiatico. Sono circa un milione di persone, musulmani, vivono nel nord del Rakhine (conosciuto anche come Arakan), regione all’estremo ovest della Birmania, al confine col Bangladesh, tra il golfo del Bengala e una catena di colline coperte dalla foresta. I rohingya affermano d’essere discendenti di mercanti arabi. Per il governo birmano sono bengalesi, immigrati illegalmente dal Bangladesh una cinquantina d’anni fa, quando quel paese attraversava una spaventosa crisi alimentare. In Birmania non sono riconosciuti come etnia, non hanno diritti.

 

“La loro unica alternativa è fuggire in Bangladesh. Per quanto da disperati, qui almeno possono vivere”, diceva un attivista rohingya. La fuga comincia attraversando il fiume Naf, che segna il confine col Bangladesh, controllato dagli uomini del Nasaka, la guardia di frontiera birmana. Sulla riva del Naf, all’inizio di quest’anno è stata scattata la foto del piccolo Mohammed Shohayet, annegato insieme a madre, fratellino di tre anni e zio mentre tentavano la fuga. La sua immagine, riverso a faccia in giù nel fango, ricorda in maniera agghiacciante quella di Aylan Kurdi, il bambino siriano annegato in mare nel settembre 2015 durante una traversata verso la Grecia, che le onde avevano riportato sulla spiaggia turca da cui era partito. “Il bambino è morto annegato, ne siamo certi. Abbiamo svolto indagini accurate. Ma probabilmente è stato spostato, composto nella stessa posizione di Aylan Kurdi”, afferma il rappresentante di un’organizzazione umanitaria che preferisce restare anonimo proprio perché il suo è un sospetto, per quanto ben fondato. “L’intenzione era di suscitare l’attenzione dei media occidentali”.

 

Quella dei rohingya è una storia che si ripete in un ciclo di repressione, fuga, cattura e schiavitù. Di quelli che riescono a raggiungere il Bangladesh alcuni sono accolti nei campi dell’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). La maggior parte sopravvive in condizioni disumane sulle rive del Naf. Quasi per una perversa legge del contrappasso, però, quelli nei campi ufficiali non possono trovare lavoro, perché sarebbero dichiarati illegali. Ai rohingya non resta che riprendere la fuga. Cercano di raggiungere la Malaysia, lo stato islamico che nei loro sogni si è trasformato in terra promessa. Tra dicembre e marzo, quando il monsone placa il mar delle Andamane, i rohingya s’imbarcano su battelli sgangherati all’estremo sud del Bangladesh.

 


Nelle foto, rohingya in un campo profughi, 2010, di Massimo Morello 


 

Li dovrebbero condurre in Thailandia, dove proseguono via terra sino al confine malesiano. Molti scompaiono in mare, muoiono di fame, di sete, divorati dagli squali. Altri finiscono in mano ai trafficanti di esseri umani. Nella maggior parte dei casi la loro odissea resta fuori dai radar. Come per le calamità naturali, è l’orrore a ridestare l’attenzione. E’ accaduto nel 2015 con l’orrore delle fosse comuni scoperte al confine tra Thailandia e Malaysia. In quella zona erano disseminati i campi di transito. Vi erano trattenuti i migranti finché le famiglie non pagavano. Chi non riusciva a pagare era eliminato, lasciato morire, venduto sul mercato del sesso. L’orrore si è ripetuto e materializzato nell’immagine del piccolo Mohammed Shohayet, ben più potente di quello trasmesso nei rapporti di molte organizzazioni, compresa Amnesty International e l’Unhcr, che hanno accusato il governo birmano di “pulizia etnica” e “genocidio”. Quello che è cambiato, tra il reportage pubblicato anni fa dal Foglio e le tante storie sui media di tutto il mondo in questi ultimi tempi, è anche la narrazione. “Prima erano pochi i giornalisti che potessero raggiungere il Rakhine. Senza contare che l’attenzione era focalizzata su un quadro molto più ampio, sulla battaglia di Aung San Suu Kyi”, spiega Chris Lewa, direttrice di Arakan Project, che dal 1999 documenta la situazione dei rohingya.

 

Lei stessa, per anni, è stata costretta a sollecitare i giornalisti residenti a Bangkok affinché si occupassero dei rohingya. Oggi la conversazione con lei è continuamente interrotta da richieste d’interviste. “Quello che è realmente cambiato è la situazione in Birmania”. Dal 2011, da quando la Birmania sembra aver imboccato la road map per la democrazia, la situazione è peggiorata. “E’ tutto conseguenza dei decenni di oppressione. Con la possibilità di manifestare qualche forma di dissenso, la popolazione arakanese (la più povera del più povero paese del sud-est asiatico) ha trovato nei rohingya un capro espiatorio. Al tempo stesso il governo ha alimentato l’odio etnico per distrarla dai problemi economici”. Le tensioni sono esplose nel 2012, col massacro di circa 200 musulmani e l’esodo di 150.000 rohingya verso il Bangladesh.

 


 

Nelle foto, rohingya in un campo profughi, 2010, di Massimo Morello


 

“Prima i rohingya volevano integrarsi. Dopo il 2012 le cose sono cambiate. Hanno cominciato a organizzarsi. E questo ha innescato una nuova spirale di violenza”, dice Chris in tono sconfortato, quasi impaurito. Nel frattempo, infatti, c’è stata un’escalation. Il 9 ottobre scorso diverse centinaia di uomini hanno attaccato tre posti di frontiera col Bangladesh, uccidendo nove ufficiali di polizia. Secondo fonti governative gli attacchi sono stati compiuti da musulmani e in un video uno degli uomini invita “tutti i rohingya del mondo a prepararsi al jihad”. Inizialmente si era attribuita la responsabilità alla Rohingya Solidarity Organisation, che negli anni precedenti aveva colpito alcune pattuglie della guardia di frontiera. Ma il numero degli aggressori e le tattiche utilizzate, secondo l’International Crisis Group (Ics), fanno pensare a un’operazione dell’Harakah al Yaqin, il Movimento della Fede. L’uomo del video è Ata Ullah, rohingya nato a Karachi, educato in Arabia Saudita e con una rete di contatti in Bangladesh, Pakistan e, forse, India. Secondo gli analisti dell’Ics, Ullah e una dozzina di rohingya provenienti dall’Arabia Saudita stanno organizzando cellule insorgenti guidate dagli Hafiz, i mullah locali, ed è probabile che la repressione del governo possa radicalizzare la popolazione.

 

I timori dell’Ics sono fondati. In seguito agli attacchi di ottobre l’esercito birmano ha dichiarato le frontiere del nord-ovest “zone di operazioni” sottoposte alle leggi di contro-insorgenza. Le forze di sicurezza hanno colpito indiscriminatamente militanti e civili e sono stati segnalati casi di esecuzioni sommarie, stupri, incendi di villaggi, deportazioni. Da metà dicembre circa 27.000 rohingya si sono rifugiati in Bangladesh: non è difficile prevedere che molti di loro potranno divenire reclute dell’Isis o al Qaida. Gli attacchi di ottobre hanno anche amplificato l’insicurezza e la diffidenza della popolazione buddista riguardo l’islam. “Il problema dei rohingya va inquadrato tra i fenomeni di crescente intolleranza religiosa nell’area”, scrive Aye Thein, accademico che ha vissuto per vent’anni a Sittwe, la capitale del Rakhine. Thein denuncia il neo integralismo islamico di stato in Malaysia, Indonesia e Brunei, affermando che offre un’eccellente scusa ai sostenitori dell’integralismo buddista. Ne è esempio il ritorno sulla scena del monaco ultranazionalista Wiseitta Biwuntha. Noto come Ashin, il Maestro, Wirathu appare sempre più un agent provocateur manovrato dall’esercito e ha già lanciato una nuova campagna d’odio. “Vado al tempio e porto offerte ai monaci”, confessa Cho, sposata a un italiano che vive in Birmania.

 


Nelle foto, rohingya in un campo profughi, 2010, di Massimo Morello


 

La sua è la testimonianza del clima che si va diffondendo nel paese. “E’ come se mi sentissi in dovere di dimostrare che la nostra famiglia, per quanto mista, è sempre legata alla tradizione buddista”. Ha paura anche Aung San Suu Kyi, lei che ha scritto “Liberi dalla paura”. Il suo “silenzio” sui rohingya è divenuto uno dei temi principali del caso. Ma lo aveva dichiarato: “Io non sono un’attivista per i diritti umani, sono una politica”. In quanto politica che cerca di traghettare il suo paese verso la democrazia e non dimentica che l’effettivo potere resta in mano del Tatmadaw, le forze armate. Ricordava al Foglio Bertil Lintner, uno dei più profondi conoscitori dei “segreti” birmani: “Devi sempre tener presente che l’esercito prende ordini solo dal comandante in capo”, il quale ha anche il potere di sciogliere il Parlamento. “Specie ai confini il potere è detenuto dall’esercito, Aung San non può fare nulla”, conferma al Foglio JJ, giornalista birmano che dopo anni di esilio in Thailandia è rientrato in patria e si è stabilito in un villaggio dell’etnia Chin, a nord del Rackhine. JJ le rimprovera di non aver mantenuto la parola data in difesa delle minoranze.

 

“Quello dei rohingya è solo uno dei tanti problemi etnici”. Ma ammette che non ha margini di manovra: “Più si muove e più la situazione rischia di peggiorare. Molti gruppi vogliono sedersi a un tavolo con lei per raggiungere un accordo, ma i militari si oppongono. Lei può solo cercare un compromesso. Tanto più che la sua popolarità sembra in calo. Alle elezioni del 2020 potrebbe vincere l’Usdp (l’Union Solidarity and Development Party, sostenuto dai militari)”. I rohingya, quindi, sono pedine in un gioco molto più ampio. “Se ti chiedi perché accada tutto questo, che appare incomprensibile ai media occidentali, la risposta è che la mia terra è una terra di tesori. Il centinaio e più di etnie sono merce di scambio tra una decina di crony birmani, i militari, la Cina e altri paesi dell’area che vogliono sfruttare le risorse del paese”.

 

Si comprende meglio la paura di Aung San Suu Kyi. La Signora può solo cercare di dipanare una trama di intrighi e accordi più o meno occulti. Non può tranciarla di netto. E’ per questo, per stabilire un piano d’azione sul problema dei rohingya, che il 19 dicembre ha organizzato una riunione dei ministri degli Esteri dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico. Ma anche in questo caso è stata criticata: molti osservatori l’hanno definita un’operazione di propaganda. “Tutto è finzione”, aveva detto un monaco originario della terra che lui chiamava Arakan. Aveva giunto le mani di fronte a sé, i palmi in basso. Poi ne aveva rovesciata una a quarantacinque gradi: “Vedi solo quello che appare”.

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