May tenta le nomine bipartisan per districarsi nel dopo Brexit

Un Lib-dem e un laburista per cementare il conservatorismo compassionevole. Il nuovo ambasciatore all’Ue

May tenta le nomine bipartisan per districarsi nel dopo Brexit

Milano. Durante la sua prima apparizione da leader alla conferenza del Partito conservatore, il premier britannico Theresa May ha parlato della necessità di dare vita a un paese che non lasci indietro nessuno, un paese che “funzioni per tutti”. “Stiamo costruendo un nuovo centro nella politica britannica. Migliorare la sicurezza e i diritti dei lavoratori comuni è fondamentale per la costruzione di un paese e di un’economia che funzionino per tutti, non solo per pochi privilegiati”, disse. Per realizzare il suo “paese per tutti” il primo ministro May ha recentemente reclutato alcuni consulenti legati in passato a partiti diversi dai tory. Una tendenza a nomine “moderate” che si è confermata anche ieri con la decisione dell’uomo che sostituirà il dimissionario Sir Ivan Rogers come ambasciatore britannico presso l’Ue: Sir Tim Barrow, un diplomatico di lungo corso ben lontano dal “brexiter” intransigente che alcuni alleati di May avrebbero voluto. La prima nomina fuori partito di May è di inizio ottobre: Matthew Taylor, ex capo della policy unit del premier laburista Tony Blair e attualmente chief executive della Rsa (organizzazione che studia le sfide sociali della modernità), è stato chiamato a guidare una revisione delle nuove forme di lavoro con l’avvento dell’economia digitale. A fine novembre Taylor aveva confessato al Foglio la sensazione che “la globalizzazione non abbia più il consenso di un tempo, in particolar modo presso la working class che dal 2000 non ha visto aumenti del tenore di vita e invece negli ultimi sei anni ha assistito al progressivo sfaldarsi del tessuto dei servizi pubblici”. Poche settimane fa, invece, May ha scelto l’economista Giles Wilkes come consulente per la strategia industriale. Grande sostenitore del Remain, Wilkes è stato per alcuni anni ricercatore presso il think-tank progressista CentreForum ed ha lavorato al fianco del liberaldemocratico Sir Vince Cable, quando era segretario agli affari nel primo governo conservatore di David Cameron. Qualche tempo fa, sul Financial Times, Wilkes ha parlato del rapporto tra l’attuale primo ministro e un suo predecessore storico, Joseph Chamberlain – storico ministro liberale e unionista a cavallo tra Ottocento e Novecento –, di cui Nick Timothy, braccio destro di May, è studioso e biografo.

 

“C’è qualcosa da ammirare in Chamberlain”, come l’attenzione per la redistribuzione della ricchezza, scriveva ad agosto Wilkes, che però distingueva tra i toni “Trump-esque” di Chamberlain sull’immigrazione di massa che portarono alla Seconda guerra mondiale e quelli che servono oggi alla Gran Bretagna di Theresa May, un paese sì premuroso verso le classi più povere ma aperto al mondo e al commercio. Diseguaglianze economiche e sociali, assenza di strategia industriale per sostenere le comunità e garantire stipendi più alti, scarsa fiducia nel sistema dell’immigrazione e nel sistema politico. Secondo Keir Starmer, deputato laburista e segretario alla Brexit per il governo ombra, sono queste le “sfide profonde” alle quali il governo conservatore di Theresa May non ha ancora dato risposta dopo il voto per l’uscita dall’Unione europea dello scorso 23 giugno. “Le risposte a queste sfide sono nei nostri valori – solidarietà, uguaglianza e giustizia sociale”. Valori che sembrano trovare un certo consenso proprio tra i tory al governo ispirati dal conservatorismo compassionevole del premier Theresa May.

 

Ecco allora che gli appelli del premier ai diritti dei lavoratori e a una revisione dei contratti zero-hours – così definiti in quanto non garantiscono un minimo di ore lavorative – sono suonati alle orecchie di molti osservatori e commentatori britannici assai simili alle proposte contenute nel manifesto elettorale del 2015 proposto dal Partito laburista di Ed Miliband, il più socialista dei due fratelli: le assonanze si moltiplicano. Assumere consulenti a Downing Street di colore diverso rispetto al governo è “pratica divenuta abbastanza usuale negli ultimi decenni della politica britannica”, dice al Foglio Chris Wrigley, professore emerito di Storia moderna britannica presso l’Università di Nottingham con un passato da consigliere locale e candidato parlamentare del Labour. “Il primo caso evidente fu con il governo liberal-progressista di David Lloyd George che tra il 1916 e il 1922 ebbe consiglieri conservatori. E’ una conseguenza della professionalizzazione della consulenza e del lobbying politico dovuta alla proliferazione dei think tank”. Il premier, continua Wrigley, è alla ricerca di ampie vedute sui temi che rischiano di diventare politicamente sempre più sensibili con la Brexit. Concetti ribaditi da Tim Bale, professore alla Queen Mary University di Londra e autore di alcuni saggi sul Partito conservatore, che al Foglio dice che “le nomine non riflettono un desiderio disperato di nominare dei non-conservatori ma di scegliere le persone più preparate che sono in questo caso anche brillanti comunicatori”. Bale parla di un pragmatismo per realizzare progetti a lungo termine che avanza nelle stanze di Downing Street nonostante spesso prevalgano gli slogan come “Brexit means Brexit”.

 

I due consulenti scelti riflettono l’impostazione del premier secondo cui, dice Bale, “lo stato ha un ruolo, anche se chiaramente non è il ruolo predominante, nel formare e anticipare l’economia e i cambiamenti economici e sociali. Il governo May crede ancora nel mercato, ma è forse più disposto rispetto ai precedenti governi conservatori ad ammettere la possibilità che esso fallisca e a contribuire a evitare tale fallimento”. Il conservatorismo di comunità E’ il tentativo di attuare il programma del conservatorismo uninazionale (One-nation conservatism), come ha scritto Matthew Taylor in un recente editoriale sul Guardian. Il governo di Theresa May continuerà nelle sue critiche agli stipendi stellari dei dirigenti d’impresa e alle cattive condizioni di lavoro e svilupperà una strategia industriale regionale, aggiunge Taylor. E “l’austerity sarà vista come un peso da evitare, non è una virtù da evidenziare”. Ecco perché, conclude il consulente del premier May, “gli storici possono vedere il 2017 come l’inizio della fine della lunga e intellettualmente sterile èra del neoliberismo”. Per dirla con Phillip Blond, direttore del think-tank ResPublica e ideatore – poi rimasto deluso – della Big Society di David Cameron, siamo nell’èra post-liberale, l’èra della società civile e del conservatorismo di comunità. 

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