Panico a Tijuana. Tra Ford e gasolio, Trump stronca il Messico

La compagnia automobilistica ritira il suo investimento a San Luis Potosí. Ma nel paese la notizia è stata oscurata nelle cronache di questi giorni dal “gasolinazo”

Eugenio Cau

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Panico a Tijuana. Tra Ford e gasolio, Trump stronca il Messico

Proteste in Messico contro la liberalizzazione del prezzo del gasolio (foto LaPresse)

Roma. E’ dal giorno dell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca che dall’altra parte del confine, in Messico, tutti sanno che i tempi duri sarebbero arrivati. Forse non immaginavano che sarebbero arrivati così presto, prima ancora della cerimonia di insediamento del nuovo presidente. Martedì la casa automobilistica americana Ford ha annunciato che non aprirà, come era previsto, una nuova fabbrica a San Luis Potosí, in Messico, dopo che su Twitter Trump ha minacciato ritorsioni contro le aziende che avessero investito all’estero anziché creare posti di lavoro in America. L’investimento preventivato da Ford in Messico era di 1,6 miliardi di dollari, e il suo ritiro comporta la perdita di 2.800 posti di lavoro diretti (più l’indotto), oltre che di milioni di dollari già investiti dal governo locale in infrastrutture e sgravi fiscali.

 

La decisione di Ford arriva dopo quella di Carrier, altra società americana che ha deciso a dicembre di non costruire una fabbrica già prevista in Messico, provocando la perdita di 800 posti di lavoro. Ford ha negato di aver deciso di non costruire la fabbrica a causa delle minacce di Trump, ma il presidente eletto è sembrato del parere opposto: “This is just the beginning”, ha twittato mercoledì, trionfante, ed è facile immaginare che lo sarà, visto che poco prima aveva minacciato General Motors di applicare imposte frontaliere se avesse deciso di produrre la sua Chevrolet in Messico. Dopo la notizia di Ford, il peso messicano è crollato a un nuovo ed ennesimo minimo storico, e questa è solo l’ultima delle cattive notizie che il governo di Città del Messico deve affrontare. La notizia della fabbrica di Ford, infatti, è stata oscurata nelle cronache di questi giorni dal “gasolinazo”, vale a dire dalla decisione del governo di liberalizzare il prezzo del carburante e aumentare il prezzo alla pompa del 15-20 per cento in un colpo solo. Il Messico, da sempre paese petrolifero, è abituato a prezzi della benzina bassissimi e calmierati, anche perché una parte ancora consistente del paese pratica un’economia agraria e di sussistenza, in cui il pieno per il trattore è necessario ma non può costare troppo. Il governo spende da anni una quantità importante del suo budget per tenere il carburante sotto al valore di mercato, ma si è sempre ritenuto che la misura fosse necessaria per mantenere la pace sociale.

 

Difatti, all’annuncio del “gasolinazo” i messicani si sono rivoltati. Prima sono iniziate le proteste pacifiche, i sit in per strada. Poi, da un paio di giorni, sono arrivate le rivolte violente. In tutto il paese la gente ha assaltato le pompe di benzina, svuotato le casse, rubato carburante. Solo nello Stato del Messico, uno degli stati federali del paese, sono state arrestate più di cinquanta persone, e altre decine sono state fermate per saccheggi e vandalismo nel resto del paese. Il governo sostiene che l’aumento dei prezzi del carburante è causato solo dall’aumento dei prezzi del petrolio, ma con il barile ancora piuttosto economico in molti credono che la vera ragione sia da individuare nell’incapacità dell’economia di continuare a calmierare i prezzi davanti all’ondata Trump che si sta per abbattere. Gli analisti sostengono che il paese dovrà riconfigurare la sua strategia di sviluppo economico, finora basata sul pilastro del libero scambio con gli Stati Uniti, e che questa riconfigurazione forzata sarà sanguinosa, specie per un’economia come quella messicana, in cui le elogiate riforme del presidente Enrique Peña Nieto faticano ancora a portare frutti. Ma come successo a nord della frontiera, anche in Messico il populismo approfitta del caos. Il Financial Times questa settimana ha intervistato Andrés Manuel López Obrador, pluricandidato presidenziale da sempre su posizioni di sinistra intransigente, che da anni sbraita contro le politiche di mercato del governo e ha subito approfittato delle polemiche sull’aumento della benzina per rafforzare la sua immagine di politico antisistema. L’ondata Trump potrebbe portare un populista al potere su entrambi i lati del confine. 

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