La radicalizzazione di stato

La Turchia islamica e antioccidentale nel disegno del Diyanet. Le complesse relazioni con il Vaticano, i moniti al Papa e alle minoranze

Matteo Matzuzzi

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Turchia: Festa dell' Ashura, ricorrenza sciita islamica

Turchia: Festa dell' Ashura, ricorrenza sciita islamica (foto LaPresse)

Roma. Dietro la radicalizzazione dell’islam turco gioca un ruolo da protagonista il Diyanet, l’autorità per gli Affari religiosi, diretta emanazione del governo di Ankara. Nell’ultimo decennio, l’organismo statale ha visto aumentare poteri e disponibilità economica, grazie alla quale ha potuto finanziare l’apertura di moschee e centri islamici in Europa e negli Stati Uniti. Una condotta che ha creato non pochi problemi nelle già complesse relazioni con la Santa Sede.

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Due esperti, Jackson Diehl (vicedirettore delle pagine degli editoriali del Washington Post) e Yaroslav Trofimov (columnist del Wall Street Journal) spiegano la crisi della strategia obamiana di apertura all’islam. La Turchia e l’infingimento democratico.

Mehmet Görmez, il capo del Diyanet, l’organismo turco per gli Affari religosi, ha condannato con un comunicato ufficiale “il brutale attacco armato commesso contro innocenti durante le prime ore del nuovo anno”. Il terrorismo, ha aggiunto, “non può mai essere accettato, gli obiettivi dei terroristi non sono luoghi bensì le persone, il paese, la nazione e l’umanità”. Il giorno prima, lo stesso Görmez faceva diffondere in tutte le moschee turche un sermone in cui raccomandava ai fedeli di non festeggiare il Capodanno, perché ricorrenza non islamica. Si citava il profeta Maometto nel mettere all’indice i “comportamenti che non corrispondono ai nostri valori. E’ preoccupante che le prime ore di un nuovo anno siano spesso gettate nei rifiuti con animazioni proprie di altre culture”. La voce del Diyanet, dall’occidentale Istanbul ai confini orientali con la Siria, è tenuta in grande considerazione, anche perché diretta emanazione del governo – è alle dipendenze del primo ministro. Nell’ultimo decennio, il dicastero ha assunto poteri sempre più vasti – anche grazie alle risorse economiche messe a disposizione – sovrintendendo anche all’apertura e al funzionamento dei numerosi centri islamici in Europa  e oltreoceano retti da imam istruiti in Turchia spesso distintisi per posizioni radicali e affini all’islamismo, ben distanti cioè da ogni proposito d’integrazione nel tessuto sociale e culturale occidentale.

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Gli attori sono l’ultima categoria presa di mira dal governo turco, che proibisce opere occidentali nella prossima stagione. Una situazione che riecheggia quella vissuta dall’Iran rivoluzionario, quando molti grandi interpreti, registi e commediografi furono costretti a lasciare il paese.
 

Il Diyanet ha rappresentato sovente il volto duro e religiosamente ortodosso di Ankara quando invece Recep Tayyip Erdogan si mostrava moderato e propenso a traghettare il paese sulla riva europea del Bosforo, auspicando l’ingresso nell’Unione europea e assicurando incondizionata e stabile fedeltà ai capisaldi dell’alleanza atlantica. Mentre l’allora primo ministro faceva ciò, Mehmet Görmez ammoniva le varie minoranze religiose presenti anche da secoli sul suolo turco – ne sanno qualcosa i greco-ortodossi guidati dal Patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli – a restare al proprio posto, invitandole a lasciar perdere rivendicazioni di maggiore libertà. Un gioco delle parti venuto meno con la svolta autoritaria e neottomana del presidente, con il Diyanet divenuto il propugnatore di un programma di educazione religiosa per le giovani generazioni, da sottrarre al culto del laico Atatürk e da consegnare alla devozione verso “la vera fede”, alimentando così anche le spinte più radicali già da tempo presenti nella società turca. Il capo del Diyanet se la prese anche col Papa regnante, Francesco, reo a suo dire di non condannare gli attacchi alle moschee in Europa: “Non basta lavare i piedi di una giovane donna od organizzare una partita di calcio religiosa” per prevenire siffatti attentati: “Bisogna prevenire le azioni discriminatorie che hanno per bersaglio chi fa parte di una religione sacra come quella islamica”. Un’indicazione su cosa fare, la diede lo stesso Görmez inaugurando l’immenso Centro Diyanet in Maryland, negli Stati Uniti: “Consulenti per gli affari religiosi nelle ambasciate turche di tutto il mondo riuniranno le informazioni sugli attacchi islamofobici”. Perché l’islamofobia, aggiunse, “dovrebbe essere considerata un crimine contro l’umanità”. E sempre dal dicastero per gli Affari religiosi di Ankara giunse un monito agli europei a “non creare la loro versione di islam, visto che la religione non è una questione d’ingegneria”.

Le difficili relazioni con la Santa Sede

Una condotta che ha comportato non pochi problemi nelle relazioni tra la Turchia e la Santa Sede, come dimostra il freddo incontro tra il Pontefice e Görmez nel corso del viaggio di Francesco ad Ankara del novembre 2014 e la dura presa di posizione seguita alla condanna del genocidio armeno fatta da Bergoglio in San Pietro nell’aprile del 2015: “Se tutti dobbiamo essere considerati responsabili per le sofferenze e i dolori passati, il Vaticano ne uscirà fuori come il grande sconfitto. Trovo le parole del Papa immorali e non riesco proprio a farle stare insieme con i principali valori del cristianesimo”, disse il responsabile per gli Affari religiosi in un’intervista concessa all’agenzia Reuters.

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